NON E’ UNA QUESTIONE POLITICA

trump


Silenzio.
No, qualcuno urla. Altri piangono.
Volti increduli. Perplessi. Arrabbiati.
C’è chi è rimasto sveglio tutta la notte. E chi ha sperato di essersi svegliato da un brutto sogno.
È il 9 novembre e Donald J. Trump sarà il futuro presidente degli Stati Uniti D’America. Ma l’America che sto vedendo, non lo riconosce. Che cosa è accaduto?
Sono arrivata in California a metà settembre e le elezioni sono sempre state un argomento affrontato e discusso innumerevoli volte. Si sono guardati i dibattiti tutti insieme, birre, pizza, e tante risate. “Trump è un buffone”, “Trump è finito”, “Trump non sa neppure la grammatica, senti come parla, non fa altro che dire tremendous. E quel nasty woman? Disgustoso”.
Tutte le persone intorno a me non facevano che prendere in giro ogni parola di Trump, ogni sua espressione, ogni suo gesto. Non che fossero pro Hillary. Bernie Sanders tutta la vita, ma in quel momento bisognava essere reali e votare il meno peggio.
Quando l’8 novembre in tarda serata venne proclamato ufficialmente il nuovo presidente, tutte quelle persone intorno a me che fino a quel momento non avevano dubbi sulla vittoria dei democratici, erano completamente disorientate. E pian piano chi iniziava a rendersi conto che, oltre alla California e poche altre bolle progressiste, il resto del loro enorme Paese aveva appena votato per Donald Trump, ecco cominciavano a piangere.
A piangere perché i punti di forza nella sua propaganda, che si erano derisi e condannati, erano stati scelti dalla maggior parte degli stati e ora quei valori venivano legittimati in quanto parte del progetto politico della più alta carica degli Stati Uniti. E tutto ciò che è accaduto dopo, le manifestazioni e i comizi a cui ho assistito in questi giorni, attaccano non solo Trump ma i valori da lui promossi.

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Questi sono l’esaltazione di una cultura bianca e privilegiata che neppure un presidente nero è riuscito cancellare. Si appellano a una patriarchia misogina e sessista che calpesta volgarmente il genere femminile. Valori che separano “noi” da “loro”. Loro immigrati, loro con la pelle più scura, loro LGBTQ.
Qui si trova il punto essenziale per comprendere come mai alcuni chiamarono a casa e sentirono i loro genitori disperati, come mai all’una di notte più di mille studenti della University of California Santa Barbara scesero in strada e diedero vita a una delle tante manifestazioni spontanee che si accesero in tutto il paese, come mai ricevetti email dall’università riguardo a spazi aperti e solidali messi a disposizione degli studenti, come mai tanti miei colleghi iniziarono ad avere paura.

Panico. Rabbia. Disperazione.

Perché quei valori mandano in fumo anni di battaglie per l’affermazione di diritti che tutelano la libertà e l’identità di ogni singolo individuo. E la proclamazione di Trump è la cartina tornasole di una “terra della libertà” ancora profondamente chiusa e ignorante, che persegue solo il proprio interesse e non riesce o non vuole leggere la realtà dal punto di vista di coloro che discrimina.
Gli interrogativi continuano a rimanere. Com’è possibile che un individuo non voglia riconoscere e legittimare l’identità di un altro individuo? E perché il primo individuo ha il potere di esercitare questa segregazione sull’altro? Perché il secondo individuo si sente minacciato dal primo?
Per trovare una risposta bisognerebbe rileggere la storia, citare qualche intellettuale, per poi concludere che è da sempre così; una cultura ha sempre cercato di dominare le altre.
Questo è il corso preso dalla civilizzazione, fino ai nostri giorni e alla nostra società con il suo sistema politico e sociale sempre più complesso. Tuttavia, sono solo parole e tanto cinismo.
Questa dovrebbe essere la risposta da dare al mio compagno di classe omosessuale e latino-americano che teme che la sua famiglia venga rimandata in Messico perché i suoi genitori non hanno la cittadinanza americana?
Alla ragazza musulmana, il cui nuovo presidente afferma di non permettere di entrare negli Stati Uniti per paura di attacchi terroristici?
Alla studentessa con i genitori emigrati dal Vietnam e che ora si sentono minacciati da eventuali provvedimenti contro le minoranze?
Questa la risposta senza speranze che il ragazzo messicano dovrebbe dare al fratello piccolo alla domanda “che accadrà a mommy and daddy?” Che la ragazza latino-americana dovrebbe dare a sé stessa se non potesse più studiare perché è da sedici anni che chiede la cittadinanza ma ha ancora lo status di immigrato?
No.
E ciò che più mi ha colpito in questi giorni mentre ascoltavo i miei compagni di università piangere, raccontare le loro storie, e abbracciarsi forte, è che si sono alzati tutti. Non contro Trump, ma contro ciò di cui Trump è manifestazione e simbolo.
Non è una questione meramente politica. La gente ha paura, e urla, ed è incredula non semplicemente perché non condivide il piano politico del loro futuro presidente; ma perché costui e tutti coloro che lo sostengono non riconoscono l’identità di alcuni individui.
Come disse la mia collega asiatica a lezione il giorno dopo le elezioni, generalmente è difficile per una persona bianca che non si identifica con alcuna comunità discriminata – disabili, omosessuali, … – comprendere davvero cosa significa avere paura a camminare da sola la sera nel campus sapendo di poter imbattersi in sostenitori di Trump, che ora più di prima si sentono legittimati ad esercitare violenza. È evidentemente una condizione che a volte può portare a desiderare di non appartenere alla propria comunità etnica, a rinnegare e maledire il fatto di essere nati con la pelle più scura, con lineamenti non occidentali.
La settimana scorsa, leggevo sul giornalino dell’università, “Word”, l’articolo di un mio amico di origine messicana. Spiegava come a volte l’essere scambiato per bianco diventavi motivo di elogio.
Queste sono affermazioni che hanno colpito e reso perplessi noi studenti europei. Prima di venire qui sapevamo quanto le minoranze fossero discriminate, ma allo stesso tempo conoscevamo la storia della “terra della libertà” e mai ci saremmo aspettati di assistere alla vittoria dell’odio verso “l’altro”.
La domanda, dopo le innumerevoli mobilitazioni in tutto il paese, è come si possa agire.
Sia la Casa che il Senato sono rosse, e perciò per i democratici sarà dura farsi sentire. Si punterà alle midterm elections del 2018 per portare più rappresentanza democratica, ma per ora ci sono circa due mesi per farsi sentire uniti e determinati a non farsi fermare dalla paura, prima che Obama passi il testimone a Trump.

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Il mio professore di studi internazionali l’altro giorno ha detto: “Sembra che gli anni Sessanta stiano tornando”. Non so se siano gli anni Sessanta o se sia la rinascita della speranza dopo la disillusione seguita alle mobilitazioni degli hippies. Ma mi ha riempito di gioia vedere tantissimi studenti, professori, famiglie latino-americane con figli piccoli, donne nere con le bandiere di “Black Lives Matter”, manifestare tutti per le strade di Santa Barbara sabato pomeriggio.
La gente si accendeva alle parole “bisogna ascoltare gli altri per capire che si sono calpestati i diritti degli individui, non doveva essere necessaria l’elezione di Trump per rendersi conto di ciò”, “ora dobbiamo trovare la strada giusta perché le cosa possano solo migliorare”, “stiamo combattendo non per una comunità, né per uno stato, non è neppure solo una questione nazionale, ma sarà una vittoria per il mondo”.
Bandiere della pace, striscioni con grandi cuori e frasi del tipo “Love Trumps Hate”.
Dopo l’ultimo intervento che si è concluso con forti applausi alla frase “We’re different, and for this reason we’re fucking beautiful!”, la gente inizia a disperdersi e noi andiamo a cena.
Si continua a parlare del successo della manifestazione, nelle nostre teste rimbombano ancora le urla “People United Will Never Be Devided!”. Siamo solo quattro studenti europei, ma in quel momento ci meravigliamo nel vedere quanto ci sentiamo coinvolti in questa protesta. “Qua sta accadendo la Storia, e noi la stiamo vivendo dal vivo” dice uno di noi con un bisticcio di parole. Ed è per questo che se mai ci sarà una vittoria sarà una vittoria mondiale e non solo una conquista nazionale.
Mentre attendiamo che ci portino la cena, guardiamo le foto scattate qualche ora prima e notiamo uno striscione, forse il nostro preferito. “Love’s the only engine of survival”, Leonard Cohen.

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Santa Barbara, CA
12 novembre 2016

Giulia Ciola
Exchange student alla UCSB

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