SENTENZA DUE PADRI: TRA COMPROMESSO POLITICO E RITARDO DELLA SOCIETÀ

Nel 2010, in una cittadina dell’Ontario, nascono due gemelli, un maschietto e una femminuccia. Stanno bene, hanno due occhi-un naso-una bocca e due padri. Per il Canada i due uomini sono entrambi genitori dei bambini nati da una gestazione per altri.
A dirlo è il certificato di nascita straniero, che in un primo tempo indica come genitore il solo padre biologico, ma che in seguito viene modificato per riconoscere la cogenitorialità di suo marito. Insomma, un secondo padre, per nulla diverso da quello genetico tanto per la legge canadese quanto per i due figli. L’atto di nascita emendato viene, allora, portato di fronte all’Ufficiale di stato civile italiano per la trascrizione nei registri del comune di Trento, città d’origine dei genitori.

Questo è l’inizio della storia che vi vogliamo raccontare, perché è qui che la vicenda arriva in Italia e si scontra con l’arretratezza, prima di tutto culturale, del nostro paese in materia di diritti delle coppie omosessuali.
Succede, infatti, che l’amministrazione respinge la richiesta di trascrizione ritenendo il provvedimento contrario all’ordine pubblico italiano.
«In base alla normativa vigente, i genitori devono essere di sesso diverso» contesta il funzionario.
La vertenza si sposta inevitabilmente in tribunale.

«Siamo in una delle rare situazioni in cui la Corte d’Appello è giudice di prima istanza, per quello che una volta era chiamato il giudizio di delibazione di provvedimenti stranieri. Con la riforma del ‘95,  questo non avviene più: il principio è che l’Italia rispetta automaticamente i provvedimenti stranieri salvo che cozzino contro l’ordine pubblico. Oggi si può chiedere subito di dare effetto al provvedimento nel nostro paese e solo in caso di contestazione si va di fronte al giudice, che è appunto la Corte d’Appello» spiega l’Avvocato della coppia Alexander Schuster, ai microfoni di Sanbaradio.

Si apre, dunque, un processo in cui il banco degli imputati non si vede, ma c’è: vi siede una certa idea di famiglia che puzza di naftalina e di ignoranza.
Il collegio si pronuncia il 23 febbraio 2017 con un’ordinanza destinata a riempire le prime pagine dei quotidiani per qualche giorno.
«Quel provvedimento non incide negativamente sui principi fondamentali dell’ordinamento italiano. Il giudice ha stabilito – riporta l’avvocato –  che non vi era alcun ostacolo al riconoscimento della genitorialità di due uomini in Italia».

L’ultima parola spetta ora alla Cassazione, in quanto sia il Procuratore generale della Corte d’Appello sia il Ministero dell’Interno hanno già presentato ricorso.

Indipendentemente dall’esito processuale, vi è da pensare che la vicenda sarà ancora oggetto di qualche vignetta de il Giornale, de L’Arena della domenica di Giletti  e magari di letture di piazza. 
Perché la sentenza permette ai figli di avere due genitori dello stesso sesso, a prescindere dal legame biologico.
Si tratta, negli effetti, della famosa stepchild adoption, il pomo della discordia del dibattito sulle unioni civili. Inizialmente inserita nel disegno di legge e poi ritirata a causa di una mediazione politica.
«Che si vuole mediare? Un diritto o c’è o non c’è» era il commento nel gennaio 2016 della parlamentare del Partito Democratico Monica Cirinnà nei giorni  precedenti alla discussione del disegno di legge al Senato.
Il tribunale di Trento, più di un anno dopo, ha mosso un primo passo per arrivare a dire che quel diritto ci deve essere.

 

CHI BEN COMINCIA…

«Se questo Governo e questa maggioranza cadessero in fretta, potremmo sperare di risollevarci perché tra pochi mesi questo Governo e questa maggioranza ci imporranno catastrofi ben più gravi di una finanziaria seppur pessima. Le unioni di fatto, i PACS e anche il diritto di adozione per le coppie omosessuali, quindi distruggere la famiglia e omologare tutti, è il sogno di questo Governo. I permessi di soggiorno regalati ai clandestini, che così arriveranno anche da tutta l’Europa, non soltanto dall’Africa. La cittadinanza veloce agli extracomunitari per avere subito il loro voto in tutte le elezioni.»

Salvini, direte voi! No, questa volta dobbiamo deludervi.
Siamo nel 2006 e a parlare è il Senatore della Repubblica Ettore Pietro Pirovano. Da poco è stato presentato in Commissione Giustizia il disegno di legge “DIritti e doveri delle persone stabilmente COnviventi”, meglio noto come DICO. Il testo, avente Rosi Bindi e la meno celebre Barbara Pollastrini come prime firmatarie, cerca di garantire alle coppie conviventi una serie di diritti e doveri già riconosciuti ai coniugi, come le decisioni in materia di salute e l’obbligo alimentare.
Il tentativo fallisce anche a causa della definizione di conviventi – “due persone maggiorenni, anche dello stesso sesso, unite da reciproci vincoli affettivi, che convivono stabilmente e si prestano assistenza e solidarietà materiale e morale, non legate da vincoli di matrimonio, parentela, affinità, adozione, affiliazione, tutela” – che scatena un forte ostruzionismo dentro e fuori il Parlamento.

Tra i comunicati della CEI e le edizioni del Family Day, la già debole maggioranza di centrosinistra si paralizza. Di lì a pochi mesi sarebbe caduto il secondo governo Prodi, a suon di bottiglie di spumante e fette di mortadella trangugiate nelle aule di Palazzo Madama.
È la fine anche per la prima proposta di legge italiana che avrebbe beneficiato le coppie omosessuali e che, invece, non è nemmeno arrivata ad essere discussa in Parlamento.

 

IL SILENZIO COLPEVOLE

È facile riassumere gli anni che seguono quella piccola, coraggiosa, fallimentare proposta dei DICO. Basta una sola parola: silenzio.
Il Parlamento si dimentica delle unioni civili. Il paese reale è scosso da terremoti, nipoti di presidenti egiziani, dalla crisi economica che impazza.
La politica reagisce all’emergenza, i diritti civili non sono più una priorità. Per una parte dei cittadini italiani, però, è un questione necessaria e non rinviabile, perché li riguarda.
Tre coppie omosessuali, dopo il rigetto della loro richiesta di pubblicazioni di matrimonio presentata all’ufficiale di stato civile, si rivolgono alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

Il 21 luglio 2015 l’Italia viene condannata per la violazione dell’articolo 8 della CEDU che sancisce il diritto al rispetto della propria vita privata e familiare.
«La tutela legale attualmente disponibile in Italia per le coppie omosessuali non solo fallisce nel provvedere ai bisogni chiave di una coppia impegnata in una relazione stabile, ma non è nemmeno sufficientemente affidabile».

Il Parlamento deve intervenire, deve riempire quel vuoto.
Ma si sa, la Corte di Strasburgo dice sempre un sacco di cose…

 

8 ANNI E 4 GOVERNI DOPO…

Nel febbraio 2016, otto anni e quattro governi dopo i DICO, la Camera approva il ddl Cirinnà.
Le unioni civili sono legge e le coppie omosessuali si vedono estendere tutti i diritti previsti dal matrimonio civile, con due importanti eccezioni: l’adozione da parte del genitore non biologico del figlio, naturale o adottivo, del partner e l’obbligo di fedeltà.
L’approvazione lascia paradossalmente  quasi tutti insoddisfatti: dalle associazioni
LGBT, che giudicano il testo insufficiente, fino al più prevedibile malcontento del Popolo della Famiglia.

In realtà l’emanazione di questa legge rappresenta un vero e proprio salto di discontinuità per l’Italia, due fatti ce lo mostrano in maniera emblematica. Primo: una parte della società italiana ha posizioni fortemente contrarie ai matrimoni gay e il percorso parlamentare  ha dovuto – giustamente, entro un certo limite – tenerne conto. Inoltre, il dibattito politico ha riscoperto questo tema dopo otto anni di silenzio, con una maggioranza parlamentare che raccoglieva al suo interno senatori e deputati un tempo fermamente contrari alla legge DICO.

In sintesi una questione sociale a lungo trascurata, un Parlamento che, in linea teorica, non la reputa prioritaria e una parte di elettorato che è ostile alla legge. Eppure, il ddl Cirinnà è passato: com’è stato possibile?

Sicuramente l’evoluzione interna del Partito Democratico ha influito.
Nel 2009 Mario Adinolfi era candidato alla segreteria, anche se nessuno se lo ricorda, forse nemmeno Adinolfi stesso. E sebbene il suo consenso al congresso fosse paragonabile a quello di Salvini tra i napoletani
, la presenza dei cosiddetti Teodem è stata da zavorra per il PD sulle grandi questioni etiche.
Fortunatamente nel giro di qualche anno l’area cattolica ha perso di importanza e il PD è diventato l’unica grande forza politica con i voti necessari per far passare una riforma scomoda.

In secondo luogo, l’approvazione della legge non sarebbe stata possibile senza lo sforzo personale di alcuni esponenti politici, Monica Cirinnà su tutti.
Ha legato la sua carriera politica al passaggio di questa legge, dichiarando che si sarebbe dimessa da senatrice qualora il testo fosse stato affossato nelle aule del Parlamento.


Il ddl Cirinnà non è una legge perfetta.
Ha rappresentato, però, una conquista di civiltà per il nostro paese.
Non è l’unica battaglia in favore dei diritti civili, ma al contrario dei referendum su aborto e divorzio, è stata un’élite politica a spendersi per la riforma. La società, se non in minima parte, non ha manifestato, non ha preso posizione, non ha fatto sentire la sua voce.
Non abbiamo la sfera di cristallo, ma se ad accompagnare la discussione in aula ci fosse stata non solo la manifestazione del popolo della famiglia, ma anche una grande mobilitazione sociale a favore dei diritti LGBT probabilmente dal Parlamento sarebbe uscita una legge più forte e completa.

Torniamo alla sentenza del Tribunale di Trento.
Una legge più forte e completa avrebbe potuto garantire a quei due padri una via non rimessa alla discrezionalità di un giudice per essere riconosciuti come tali: la stepchild adoption.

«Ora la vera sfida è far capire alle persone che il risultato della sentenza è corretto, non solo dal punto di vista giuridico, ma da quello umano» chiosa l’Avvocato Schuster.

E allora se è facile dire che c’è un ritardo della politica, che sulle questioni etiche arriva spesso e volentieri ai tempi supplementari, noi oggi vogliamo provare a dire una cosa difficile: il ritardo è prima di tutto della società civile.
Quel ritardo è anche nostro.

Fred π8 Jennifer Emme Luca Bi

 


(Illustrazioni di Benedetta Vialli)

 

 

 

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