STATO DELL’UNIONE

jean-claude-juncker

9.9.’15

Nella mattinata di mercoledì (9.9.’15) J. C. Junker ha tenuto il suo primo discorso sullo stato dell’Unione in cui, pallottoliere alla mano, ha affrontato in dieci punti “di sutura” le questioni che oggi incalzano il cosiddetto “progetto europeo”.

Non prendiamoci in giro, si tratta di una “americanata”! I più famosi discorsi sullo stato dell’Unione sono infatti le relazioni che, annualmente, i presidenti USA presentano al Congresso sulla base dell’articolo II, terza sezione, della Costituzione americana.

L’Europa unita, in ordine alla propria mission istituzionale, dovrebbe invece interrogarsi quotidianamente e presentare relazioni annuali non sullo stato di un’unione, peraltro ancora lungi dal compiersi, ma sul senso dello stare assieme. Se lo stato, infatti, è una dimensione determinata e finita della materia, lo stare assieme è invece una condizione indeterminata e in costante divenire della relazione – dai rapporti di cittadinanza e quindi di politica interna, a quelli tra cittadini e stranieri, fino a quelli globali e di politica estera.

Sviluppando dunque un ipotetico “contro-discorso” sullo stato dell’Unione incentrato sul senso dello stare assieme – e non sullo stato – individuerei tre punti fondamentali, articolandolo dunque, come segue, in una forma trinitaria o “smart” di gran lunga più fascinosa rispetto alla versione antico-testamentaria in stile “tavole delle legge” proposta, per il suo discorso d’esordio in dieci punti, del presidente in carica della Commisione Europea.

Punto 1. Se – e utilizzo questa particella per adottare il vocabolario de L’insicuro – si intende perseguire un’unione tra cittadini, difficilmente la si realizzerà senza mettere in comune qualcosa. Fintantoché i doveri – lavorare o restare disoccupati, redistribuire e soccorrere – restano in capo a cittadini, piccole imprese e società civile, mentre i diritti – di proprietà, di tutela legale e di condono – sono ascritti a Stato, corporation e notabili, ritengo illusionistico parlare di Unione; si farebbe più bella figura a proporre un corso pre-matrimoniale.

Punto 2. Se si intende poi favorire un’unione matura e non narcisistica o autoreferenziale, è opportuno gettare ponti anziché edificare il vallo tra Ungheria e Serbia. E’ oltrettutto necessario superare quella “sindrome da cittadella assediata” che ci impedisce lo sguardo sul mondo esterno, anche su quello che sta proprio lì di fronte a noi e di cui siamo colpevoli spettatori. Alludo in questa immagine alla confinante – con l’UE – Ucraina, dove continuano nell’Est del Paese, scandalosamente, i combattimenti tra truppe ucraine e filorusse nonostante la formale tregua vigente.

Punto 3. Se, infine, per stato dell’Unione intendiamo quella realtà politica che, una volta edificata, sarà in grado di emancipare i propri stati membri per librarne le migliori energie in favore di un avanzamento più ampio, di un progresso per l’umanità, è opportuno contrastare ogni iniziativa unilaterale che sorga dal suo interno. Il fatto che nella giornata di martedì (8.9.’15) velivoli della marina francese e della Royal Navy abbiano effettuato voli di ricognizione in territorio siriano non è un buon segno in proposito. Non è più epoca di avventurieri!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *