SULLE BANDIERE, ARCOBALENI ED ALPINI

Nell’anno in cui l’Italia non giocherà i mondiali, la provincia autonoma di Trento è stata inzuppata di bandiere tricolore. Non si è trattato, però, di una sbronza calcistica, ma di una sbronza patriottica: perché quest’anno è il centenario della fine della Grande Guerra, e si è ritenuto opportuno celebrarlo in una città che fino al 1918 era austriaca e che, da un secolo a questa parte, si è sempre comportata con asburgica rettitudine. L’occasione, come è noto, è stata la novantunesima adunata degli alpini, che si è conclusa da pochi giorni dopo un fine settimana in cui Trento si è riscoperta orgogliosa di essere italiana: e di fatti si è ricoperta di birra, sperando che i postumi cancellassero il ricordo. L’incipit, me ne accorgo, è abbastanza polemico, ma nasce in reazione a un dubbio cromatico: per quale motivo la festa degli alpini – cioè delle penne nere, che bevono birra e cantano cori – è diventata una cerimonia istituzionale in onore della patria bianca, della guerra rossa e della terra verde? Questa domanda è a sua volta precedute da altre questioni, che da un lato riguardano la storia degli alpini e, dall’altro, l’atteggiamento della provincia nel patrocinare questo evento e nel censurarne un altro, nella fattispecie il Dolomiti pride. Procederò in ordine, affrontando un problema alla volta. In primo luogo, nel mio immaginario di bambino, gli alpini assomigliavano più ai partigiani che ai soldati in divisa o, per lo meno, mi ricordavano dei soldati che la guerra avrebbero preferito non farla. Certo, in prima elementare si hanno le idee confuse; ma anche quando, crescendo, ho capito che gli alpini facevano effettivamente parte del corpo militare italiano, con tanto di ufficiali sottoufficiali e gerarchie varie, mi sembrava che continuassero ad essere abbastanza marginali rispetto alla retorica della guerra: gli alpini erano quelli che facevano volontariato, difendevano le montagne e affiancavano la protezione civile nel momento del bisogno, non erano quelli che valicavano i confini a suon di fucilate. Erano una figura pseudo-mitologica, fatta per metà di resistenza e per metà di grappa: se la grappa superava il cinquanta per cento, cominciavano a cantare e a innescare valanghe stonate ai bordi della valle. Infatti, poi, arrivava la protezione civile. Ricordo che a sei anni abitavo in una frazione occulta dell’alto mantovano, in cui le sole forme di vita riconosciute erano le vacche, le zanzare e le pantegane. Tra la chiesa e la scuola, c’era un piccolo negozio che fungeva sia da tabacchino che da alimentari, dove potevi comprare tanto le sigarette quanto la mortadella. Era il negozio di Arturo, che noi bambini dal cuore gentile e poetico chiamavamo Arturo-caga-duro. Arturo-caga-duro defecava presumibilmente con la stessa grazia di chiunque altro, ma era uno dei pochi vecchi ad aver fatto la spedizione in Russia nel ’42-43 e ad esser rincasato con entrambe le gambe. Me lo disse un giorno che ero andato a far la spesa per mia madre, raccontandomi che una volta lui e i suoi compagni di reparto erano rimasti senza cibo per alcuni giorni, finché non avevano intravisto un maiale mezzo scarno girovagare per un campo. Gli spararono, e in un modo o nell’altro cercarono di cucinare la carne: “sapeva di piscio, la carne, e poi c’era troppo ghiaccio per cuocerla bene. Non so come abbiam fatto a mangiarla, ma bisognava buttarla giù”. La morale della favola è che io ero troppo magro e dovevo fare meno lo schizzinoso, e che la guerra faceva schifo, più schifo del piscio di un maiale.

Durante l’adunata degli alpini mi sarebbe piaciuto sentire qualche storia come quella di Arturo e, invece, ho avuto la sensazione che le istituzioni politiche abbiano sfruttato la corrispondenza tra questa festa e il centenario della Grande Guerra come momento di celebrazione della forza e dell’unità d’Italia: e con ciò sono finiti a celebrare la storia della Guerra come un momento essenziale del sentimento nazionale. Qui è opportuno ricordare che l’adunata è organizzata dall’A.N.A., cioè da un’associazione di volontariato composta da ex-alpini in congedo, e non da militari in servizio: in tal senso, e basta parlare con buona parte degli alpini presenti al raduno, la festa non ha intenti né politici né militari: dovrebbe semplicemente rappresentare l’occasione in cui vecchi compagni di Naja, che negli anni hanno continuato a svolgere attività di volontariato, si ritrovano per festeggiare la comunità degli alpini. Ed è proprio per questo che non era necessario né inevitabile convertire l’adunata in un momento di commemorazione della sacralità della guerra: tuttavia, a livello istituzionale, gli alpini sono diventati l’emblema retorico di una Guerra che evidentemente è stato giusto fare anche a distanza di un secolo e di milioni di morti, non solo perché per la Patria è giusto morire e far morire, ma soprattutto, perché se fai la guerra puoi fare qualsiasi cosa. “Per gli alpini nulla è impossibile” – è una frase incisa sulla parete sud del Doss di Trento nel 1943, in un momento in cui gli alpini quella parete la stavano scavando. Di per sé, la frase avrebbe potuto evocare la difficoltà di affrontare una sfida apparentemente insormontabile, e la tenacia necessaria per portarla a termine; nel momento in cui, però, è stata scelta come slogan di un’adunata che da sempre è anche un grande evento a tema alcolico, ha assunto immediatamente un altro significato, che ha a che fare con quella commovente predisposizione maschile a considerare il proprio organo genitale come metro di misura degli spazi siderali. Tant’è che per tre giorni, agli alpini – e a chi beveva con loro – non solo nulla era impossibile, ma tutto era concesso.

BREVE DIGRESSIONE IN DIFESA DELLA GOLIARDIA – Che la festa degli alpini sia una festa in cui si beva tanto, è cosa buona e giusta. Ed è altrettanto giusto essere felici di ubriacarsi per un fine settimana senza preoccuparsi d’altro. In particolare in una città come Trento, dove ogni gruppo superiore alle dieci persone evoca le invasioni barbariche, dove Cenerentola sarebbe stata l’ultima ad abbandonare la festa e dove ogni abbaglio di spensieratezza è tacciato di degrado. Da questo punto di vista, l’adunata è stata la controprova che una piazza piena di persone alle tre di notte è una cosa abbastanza diversa dall’incombere funesto dell’apocalisse. E ben venga. Senza dimenticare che, per sua natura, l’adunata è una festa popolare che va vissuta come una sorta di carnevale, dove la gente, invece delle maschere, indossa dei berretti. E dove, per alcuni giorni, le regole del resto dell’anno sono sospese. Una festa, per l’appunto. – FINE DIGRESSIONE

Premesso questo, anche il carnevale ha le sue regole, e il confine tra lo scherzo e l’offesa resta valido nonostante la maschera. Nei quattro giorni di adunata si è assistito a uno strano connubio di goliardia e patriottismo, in nome del quale chi era patriota poteva ubriacarsi come nello stato di natura, e chi era troglodita poteva ostentare un proprio rutto quale atto patriottico (una simmetria non trascurabile, se si considera che, delle quattrocento mila persone che hanno visitato Trento lo scorso fine settimana, una frazione importante non era certo costituita da alpini, ma da cittadini comunissimi scesi semplicemente a far baldoria). Purtroppo, è saltato fuori che uno dei modi migliori per dar prova di patriottismo, fosse allungare le mani verso le ragazze, lusingarle con proposte discutibili, ed insultarle qualora non dessero prova di sufficiente attaccamento alla patria – dato che la patria, è noto a chiunque, si nasconde spesso nelle tasche dei pantaloni. Poiché non c’era nulla di impossibile, qualcuno ha giustamente pensato che fosse possibile mettere le mani ovunque e che ovunque fosse un dovere lasciarsi toccare: in caso contrario, non solo eri un disertore, ma eri pure una mezza mignotta – e come tale andavi trattata. Da questa prospettiva, l’adunata è stata la controprova che il sessismo è una regola implicita del nostro pensare quotidiano: una regola che diventa legge quando il controllo sociale di base viene a mancare; e una legge che diventa onore quando viene promulgata sotto il velo ipocrita del patriottismo e del tricolore. Sfortunatamente, dal sentimento di appartenere ad una comunità a quello di far parte di un branco il passo è breve, e sono stati in molti a sottovalutare l’ovvietà di questa costatazione. L’adunata è stata un evento folcloristico che, in quanto tale, ha vissuto giustamente di eccessi; ma questi eccessi, essendo giustificabili a priori in nome della patria, sono talvolta caduti nel più becero maschilismo e nel razzismo più meschino: per eventuali chiarimenti, chiedere a chi, durante quei giorni, si fosse trovata ad essere sia una ragazza di colore che una giovane cameriera in servizio. Ed è alquanto bizzarro pensare che il presidente della provincia Ugo Rossi, dopo aver confermato il patrocinio all’Adunata degli alpini, lo abbia negato al Dolomiti Pride, in virtù del fatto che la manifestazione per i diritti delle persone omosessuali, bisessuali e transessuali non sarebbe che una carovana di eccentrici senza valore sociale aggiunto: una parata, per usare le sue stesse parole, che “assume un aspetto più di folclore ed esibizionismo, che sicuramente non apporta alcun contributo alla crescita e valorizzazione della società trentina e della sua immagine”. Sarebbe interessante capire quali siano i criteri con cui Rossi definisca il concetto di folclore, e in che misura egli non abbia riscontrato nessuna forma di esibizionismo da caserma durante l’adunata. La sensazione è che la colpa principale del gay pride sia di vivere all’ombra della bandiera sbagliata, fatta a somiglianza dell’arcobaleno e non del tricolore; o forse anche i froci dovrebbero seguire l’esempio degli alpini, e prendere la modesta e sobria abitudine di spostarsi per il centro alla guida di ingombranti veicoli militari. Un gesto che sicuramente li avvicinerebbe alla provincia, alla regione e alla patria; e che darebbe anche a loro il diritto di organizzare un’adunata, cioè una festa fatta per divertirsi e stare insieme.

Fra tre settimane, in occasione del Dolomiti Pride, sarebbe doveroso ricordarsi che proprio di una festa si tratta; e che bere, cantare e indossare berretti dai colori strani non sono assolutamente atti di depravazione. Perché non è certo da sodomiti sventolare una bandiera che non commemora un conflitto.


Fotografia di Hajar Boudraa
Grafica di Benedetta C. Vialli

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