TRIONFO, GLORIFICAZIONE E APOTEOSI DI UN METODO

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Nell’ultimo secolo abbiamo assistito imbelli al trionfo, alla glorificazione e, oggi, all’apoteosi del metodo deduttivo, meccanismo conoscitivo che procede dall’intelletto ai fatti, dal generale al particolare, consegnandoci rappresentazioni inevitabilmente razionalistiche della realtà.

Detto ciò, non intendo celebrare il primato del metodo contrario, quello induttivo, ma semplicemente ridestare l’attenzione verso quella innata reciprocità o tensione dialettica che salda indissolubilmente, nelle cose umane, ragione e pratica.

Per dare ragione di questa considerazione d’esordio, provo a passare in rassegna, di seguito, alcuni “casi” che testimoniano l’infausto primato odierno del metodo conoscitivo cosiddetto “deduttivista”.

Primo caso. La constatazione che una letterale inondazione di denaro pubblico in salvataggio degli istituti bancari – peraltro privati e di orientamento commerciale – non abbia fatto una piega sulla pokerface degli amministratori della finanza pubblica, mentre il finanziamento rattoppato di servizi minimi di welfare pubblico da parte del Governo greco abbia fatto imbufalire la Troika – ovvero “il lato oscuro della forza” – e stroncato il processo democratico ellenico, ci conferma l’attuale visione deduttivista dell’economia pubblica.

Si tratta in questo caso di una visione/allucinazione informata dalla deduzione secondo cui un investimento pubblico nell’economia finanziaria è efficiente e capace di perseguire benefici potenzialmente durevoli, mentre lo stesso investimento nell’economia sociale non lo è, anzi va istantaneamente stroncato.

Deduzione, quest’ultima, puntualmente smentita dal fatto di dominio comune per cui i mercati finanziari hanno una dimensione transnazionale assolutamente più incontrollabile rispetto ai mercati del welfare, locali quando non, miracolosamente soprattutto nella nostra “Italia a due velocità”, nazionali.

Deduzione che appare inoltre evidente se si chiama in causa la instabilità cronica dei mercati finanziari. Di ciò i mercati finanziari hanno dato prova bruciando un colosso come Wolkswagen nei minuti che hanno seguito la denuncia di una infrazione al temutissimo – da parte degli investitori nell’industria automobilistica soprattutto – esame sulle emissioni. Incendio doloso, quello di Wolkswagen, difficilmente replicabile nei mercati del welfare, dove un investimento è improbabile che “bruci” una piaga sociale quale la povertà nel periodo di un solo esame; anche perché, se ciò miracolosamente dovesse accadere, ci sarebbe da preoccuparsi sul serio; si tratterebbe infatti di una diavoleria, potrebbe esserci dietro, dunque, la regia di Mammona.

Secondo caso. Il fatto preoccupantemente diffuso del possesso di armi da fuoco in ragione dell’autodifesa dell’incolumità e dei beni privati ci conferma una visione deduttivista della sicurezza e del diritto inconfutabile alla personale integrità fisica.

Una simile visione sembra volerci persuadere che il male sia un’entità ontologicamente estranea al soggetto umano, semi divo plenipotenziario approdato sulla Terra per liberarla, chirurgicamente, dal Male.. Non esageriamo! Si tratta in realtà, anche in questa interpretazione, di una deduzione generata da un’interpretazione giustizialista che vorrebbe una pistola per tutti al fine di debellare la criminalità; come se, consegnando a chiunque un bisturi, pretendessimo di ottenere un mondo senza malattia.

Terzo caso. La tragedia immane della guerra al terrorismo, nella propria pretesa di promuovere invasioni militari ed esecuzioni capitali senza processo – grazie alla tecnologia robotica dei droni – a danno di ipotetici Stati “canaglia” e “signori del terrore”, è probabilmente frutto di una concezione deduttivista di un’umanità separata in buoni, da una parte, e cattivi, dall’altra. Una concezione che pare volerci dire che la malvagità è prerogativa di determinate formazioni statali e di riconoscibili signori della guerra, invece che segno inequivocabile dell’atavica disputa fratricida tra Abele e Caino.

Non sono del resto trascorsi molti giorni dalla dichiarazione scioccante del redivivo Tony Blair, opportunista – ancora una volta – nel riconoscere l’illegittimità della seconda invasione anglo-americana dell’Iraq e, quindi, della “guerra al terrore” intrapresa attraverso quella campagna bellica.

Il terrore ritengo si generi infatti attraverso azioni e, credo, anche intenzioni: ma come si può dunque fare la guerra a un’azione oppure il processo a un’intenzione?

La risposta attualmente più inflazionata pare essere la seguente: la guerra si fa e basta – per il grande profitto dei pochi – mentre i processi si saltano direttamente – per la grave negligenza dei molti.

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