WE WANT TO PLAY: FRA SPORT, MIGRANTI, ED UNA QUESTIONE ‘SOLTANTO’ MORALE

Lo sport è un’attività umana che si fonda su valori sociali, educativi e culturali essenziali. È un fattore di inserimento, di partecipazione alla vita sociale, di tolleranza, di accettazione delle differenze e di rispetto delle regole. L’attività sportiva deve essere accessibile a tutte e a tutti, nel rispetto delle aspirazioni e delle capacità di ciascuno e nella diversità delle pratiche agonistiche o amatoriali, organizzate o individuali.

We want to play” è una petizione lanciata dalla Polisportiva Sanprecario del Centro Sociale Pedro di Padova, che punta a semplificare le procedure per il tesseramento in società sportive italiane di giovani richiedenti asilo: la petizione ha già raccolto le adesioni di diverse realtà, dal Nord al Sud Italia.

Le attuali condizioni necessarie per il tesseramento, stabilite dalle Norme Organizzative Interne della FIGC (NOIF), tendono infatti a rendere inaccessibile alla maggior parte dei ragazzi la possibilità di svolgere un’attività sportiva a livello agonistico. Queste norme sono state stabilite pensando soprattutto al mondo del calcio professionistico, ma purtroppo ad essere penalizzati sono soprattutto ragazzi che vorrebbero solo avere la possibilità di giocare a calcio per divertimento. Le grandi società infatti riescono a risolvere queste situazioni di stallo molto più facilmente di quanto non possa fare una piccola società sportiva di paese: è passato recentemente agli onori della cronaca, ad esempio, il tesseramento di Mamadou Coulibaly, diciottenne arrivato in Italia dopo aver attraversato il Mediterraneo su uno scafo, nelle fila del Pescara.

Le due variabili (richieste dall’articolo 40 quater, punto b e punto c delle NOIF) che determinano l’idoneità o meno di un soggetto per il tesseramento sono le seguenti:

  • La data di scadenza del proprio permesso di soggiorno non deve essere antecedente al 31 gennaio della stagione in corso;
  • il soggetto deve avere un certificato di residenza in Italia.

La prima condizione risulta essere di fatto legata al giorno di arrivo in Italia:

se sei arrivato, per esempio, il 23 di luglio ed hai un permesso di soggiorno della durata di sei mesi e quindi in scadenza il 23 di gennaio, non puoi essere tesserato per la stagione sportiva. Sembra abbastanza chiaro che la rigida applicazione di tale norma sia completamente priva di senso e che limiti le possibilità di chi ha l’unica colpa di essere arrivato in un periodo “sbagliato”.

La seconda condizione, invece, pone in una situazione favorevole coloro, tra i richiedenti asilo, hanno la fortuna di trovarsi in una regione che permetta loro di registrare la propria residenza in Italia: in diverse regioni infatti capita che i richiedenti asilo possano registrare solo il domicilio, non sufficiente per poter essere tesserati. Per capirci, nella città di Trento esistono associazioni che consentono ai richiedenti asilo di registrare la residenza presso la sede dell’associazione, ma in molte altre città questo risulta impossibile.

Insomma, il calcio è di tutti, anche degli stranieri e anche dei richiedenti asilo. A patto che siano arrivati in determinate regioni e in un determinato periodo.

L’esclusione non è mai la fine di un processo, ma l’inizio di una catena di conseguenze: limitare la mia partecipazione significa rendermi più difficile il processo di integrazione, significa indebolire o distruggere i miei sforzi per imparare la lingua, per confrontarmi con il mio nuovo Paese e con la sua cultura. Se la mia partecipazione è limitata, tenderò ad autosegregarmi, a stare con chi non mi pone obblighi o divieti diversi da quelli che ha lui. Se la mia partecipazione è limitata io sarò uno straniero in un Paese che non conosco anche vent’anni dopo esserci arrivato.


Certo, qualcuno può pensare: “Ma tra tutti i pensieri che potrebbero attraversargli la testa, questi si dovevano fissare su una cosa superflua come lo sport?”.

E’ vero, può sembrare una sciocchezza, ma non lo è. Come Paese abbiamo sottoscritto diversi documenti internazionali, condivisi da una moltitudine di Paesi, all’interno dei quali è chiaramente riportata l’importanza per ognuno di poter svolgere un’attività ludica, sportiva e agonistica.

Riporto qui sotto un estratto di due di questi documenti.

Dichiarazione dei diritti del fanciullo

Principio settimo: “Ogni fanciullo deve avere tutte le possibilità di dedicarsi a giochi e attività ricreative che devono essere orientate a fini educativi; la società e i poteri pubblici devono fare ogni sforzo per favorire la realizzazione di tale diritto.

Dichiarazione Internazionale dei Diritti dell’Uomo

Articolo 24: “Ogni individuo ha diritto al riposo ed allo svago [..]”

Non voglio soffermarmi sui contenuti e sul valore di questi due estratti, ma vi inviterei invece a perdere un momento per riflettere sulle date in cui sono state scritte queste dichiarazioni: rispettivamente 1924 e 1948.

Stiamo parlando di Primo e Secondo Dopoguerra, non esattamente del Carnevale di Rio o delle caselle viola del Monopoli. Credo che sia significativo che in momenti storici così intensi, segnati dalla sofferenza e dall’odio, si sia riconosciuta e messa nero su bianco la necessità di garantire a tutti l’accesso al mondo dello sport: bisognerebbe cercare di ricordarsi, di fronte a migranti e richiedenti asilo, di queste dichiarazioni che l’Italia ha sottoscritto, e questo non solo in tema sportivo.

Un’ultima riflessione che voglio condividere con voi. Mentre mi documentavo sull’internet a proposito di queste dichiarazioni, sono incappato in una frase formulata in modo quantomeno bizzarro, e che non mi è piaciuta, a proposito della Dichiarazione dei Diritti del Fanciullo: la frase incriminata è la seguente

“Questo documento in realtà non è vincolante per i singoli stati, ciò significa che non ha valore giuridico nel diritto, e tanto meno nel diritto internazionale, ma impegna i paesi membri soltanto da un punto di vista morale.”

Ora, io probabilmente sono troppo fissato con le parole e, pur sapendo che Wikipedia non è propriamente impeccabile, mi sono perso in un flusso di coscienza, però esattamente cosa significa quel “soltanto” a fine frase? Va bene, può essere un errore lessicale o una scelta per sottolineare l’assenza di valore giuridico, ma se non fosse così? Davvero mi devo immaginare che un impegno possa essere “soltanto morale”? Come se fosse una caratteristica vile e di poco conto?

Preferirei cambiare la dicitura in “impegna i paesi membri da un punto di vista morale, pertanto ciascuno di noi dovrebbe impegnarsi affinchè i suoi contenuti siano rispettati.”


(Illustrazioni di Leonardo Mazzoli)

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