RELAZIONI AI TEMPI DEI SOCIAL: COMUNICAZIONE IN BIANCO E NERO

Riusciamo a cogliere le sfumature del mondo a seconda del numero di parole che conosciamo: non posso cogliere il tuo nervosismo se non conosco questo concetto, e definirlo con un’altra parola,”rabbia” per esempio, non permette di essere precisi.

Va da sé, se prendiamo per buono questo ragionamento, che un impoverimento del  mio linguaggio mi condurrebbe inevitabilmente ad approssimare la realtà che mi circonda: ma se invece avvenisse una riduzione generale delle parole conosciute, se tutte le persone perdessero qualche migliaio di concetti, che ripercussioni avrebbe questo sull’analisi di un a società globale complessa come quella attuale? E se alcune parole, alcuni significati andassero scomparendo, si potrebbero mai recuperare?

Dopo questo iniziale delirio, provo a spiegarvi perché io credo che la più incredibile invenzione a favore della comunicazione, dell’informazione e delle relazioni, le stia in realtà lentamente distruggendo per sempre.

«Matrix è ovunque. È intorno a noi. Anche adesso, nella stanza in cui siamo. È quello che vedi quando ti affacci alla finestra, o quando accendi il televisore. L’avverti quando vai al lavoro, quando vai in chiesa, quando paghi le tasse. È il mondo che ti è stato messo davanti agli occhi per nasconderti la verità.»

Certo, la situazione forse non è così compromessa come Morpheus vorrebbe farci credere, ma non possiamo negare che qualcosa, che prima aveva a che fare con il mondo cibernetico, sia sgusciato fuori dagli schermi dei nostri computer. Ci sono, infatti, modalità di relazione e di comunicazione che prima erano tipiche della rete e che si stanno ritagliando importanti spazi nel reale.

Perchè parlo di impoverimento del linguaggio? Se è vero che esistono social in cui l’utilizzo del testo è limitato (Twitter) e altri in cui l’immagine è preponderante (Instagram), è pur sempre vero che su Facebook le parole non sono conteggiate e si ha tutto lo spazio che si possa desiderare. Credo però che, nonostante questa possibilità, i concetti e le parole siano destinati a essere sempre meno considerati anche in questo contesto, mentre si prepara la parata del trionfo per slogan e memes.
Messaggi brevi e ripetuti allo sfinimento, che riducono lo sforzo di comprensione a zero. Gli slogan, in particolare, trovano nei social un campo fertile per influenzare le menti. Ti bombardo giorno dopo giorno con lo stesso messaggio, distorco il significato di termini che prima conoscevi per plasmare i tuoi pensieri e trasformarti in un automa incapace di leggere la realtà: oggi, come nell’Antica Roma,
repetita iuvant (ed è abbastanza lampante che coloro che ne giovano, nella maggior parte dei casi, non siano particolarmente meritevoli). Attraverso gli slogan, per esempio, la parola “risorsa” perde la sua accezione positiva per trasformarsi in un modo furbo (che per inciso è tutt’altro che un sinonimo di intelligente) per non dire “negro”.
Attraverso i social network e i media in generale, la parola “emergenza” diventa uno stratagemma per nascondere la propria incapacità nel gestire le situazioni. L’emergenza migranti non è un’emergenza, perché un flusso migratorio che continua da sei anni non è improvviso ed imprevedibile: si tratta di incapacità gestionale della situazione, e allora l’emergenza è quella di non avere persone adeguate nei posti giusti. Un terremoto scatena un’emergenza, ma L’Aquila e tutte le città e i paesi terremotati ancora da ricostruire non lo sono: è passato troppo tempo perché siano un’emergenza, e chiamarle in questo modo annulla le responsabilità di chi dovrebbe lavorare per rimediare a queste situazioni.

Sui social, però, il nostro vocabolario si sgretola, e ci intrappola in una guerra tra poveri. Le ripercussioni però sono forti anche nella vita di ogni giorno, esterna al mondo virtuale: perchè se è vero, come diceva Baumann, che “Il fallimento di una relazione è quasi sempre un fallimento di comunicazione”, allora ogni parola in meno è una difficoltà in più. E i social sono strumenti che ci creano più problemi che altro.

Occorre a questo punto introdurre il concetto di  dicotomia, che non è nè una malattia nè una nuova app per incontri online. La dicotomia indica la divisione di un gruppo o di un intero in due parti , che possono essere complementari o escludersi vicendevolmente: in pratica da una parte ci stanno tutti quegli oggetti del gruppo che rispettano la determinata caratteristica x, dall’altra tutti quelli che non la rispettano. Non esiste un oggetto che possa, anche solo in parte, appartenere ad entrambi i gruppi.

Non serve essere grandi frequentatori dei social network per rendersi conto di come il fenomeno della visione dicotomica della società stia guadagnando terreno e adepti.

Un paio di esempi, giusto per chiarire il concetto:

– Tema migranti: o li vuoi uccidere tutti oppure li vuoi ospitare tutti, indistintamente, a casa tua. O non sopporti proprio l’idea che uno possa essere “straniero”, oppure per te “straniero” vuol dire che uno può fare quello che vuole, che dobbiamo pagargli l’albergo e che dobbiamo fargli le leggi che li favoriscano, mettendo in ginocchio gli italiani. Non esiste una via di mezzo e non esiste una posizione diversa: o buonista o razzista, o giustificazionista o retrogrado.

– Tema omosessualità: divisione netta anche qui. O sei un omofobo, o sei frocio. O sei d’accordo sia con i matrimoni che con le adozioni anche per le coppie omosessuali, e stai definendo un piano quinquennale con lo scopo di sovvertire le “leggi della natura”, o li chiuderesti tutti in galera, evitando in tutti i modi il contatto (“Che non si sa mai che alla fine scoprano che è contagioso”).

O con noi, o contro di noi. Chi non la pensa come me deve per forza appartenere al gruppo degli “altri”. O come “noi”, o come “loro”.

In questa dimensione virtuale, tante volte mi sono scoperto costretto in gruppi che non mi appartengono, in cui qualcuno mi ha inserito di forza. Dopo aver tanto faticato per definire quella che è la mia identità socio-politico-relazionale, gli abitanti dei social network mi hanno stilizzato: internet mi ha appiattito in due dimensioni, togliendomi la mia profondità.

Internet inoltre è la macchina più veloce che sia mai stata costruita, e al contrario delle varie Bugatti e Lamborghini è totalmente immune dagli incidenti (da intendere come scontri fisici tra computer). Su internet devi essere veloce, commentare in fretta perchè quello che pensi possa essere visto dal maggior numero di persone possibili: non serve che il commento sia adeguato, non servono le parole giuste e non bisogna pensarci troppo, bisogna solo dire la propria. Anche in situazioni in cui non si ha nulla da dire.

Ma come fa il nostro cervello ad adeguarsi a questa velocità stratosferica? Come può elaborare risposte a stimoli di cui non si è mai occupato?

[clicca qui per un corretto utilizzo della risposta]

Il cervello: aaah che incredibile storiona! Il cervello è una cosa che proprio ogni volta che ci penso mi fa sbiellare! Troppo ganzo, gli basta un attimo e “PUFF”, ti dice quello che ti serve, ti fa fare quello che ti serve e poi si gestisce da solo tutta una serie di sbatti: pensate che rottura doversi ricordare di respirare o di far battere il cuore ad ogni momento.

Ode al cervello/che è l’organo più bello/non si affoga dentro il mare/e se ti piace lo puoi mangiare.

FINE DELLO SPECIALE

Il cervello è una macchina perfetta: assorbe milioni di stimoli, trasmette contemporaneamente milioni di impulsi per rispondere agli stessi, il più delle volte in maniera del tutto autonoma dalle nostre volontà. Certo, dovendo agire a velocità molto elevate, a volte gli capita di ricercare delle scorciatoie, ed è qui che entrano in gioco le “euristiche”.

Dicesi euristica quel determinato “aspetto del metodo scientifico che comprende un insieme di strategie, tecniche e procedimenti inventivi per ricercare un argomento, un concetto o una teoria adeguati a risolvere un problema dato.”

Ma come ben sappiamo, un esempio chiarisce le idee meglio di cento parole: siete pronti a trasformarvi in delle cavie? Avete dieci secondi per rispondere al quesito dopo aver letto la domanda.

Pronti-attenti-(ca)VIA!

Steve è una persona molto timida che tende a stare in disparte. Egli è sempre pronto ad aiutare gli altri, ma mostra scarso interesse per il mondo e per le persone che lo circondano. E’ tranquillo, remissivo e sente il bisogno di ordine; ha inoltre la passione per i dettagli.

Che lavoro fa Steve?

A) il contadino;
B) il pilota di aerei;
C) il bibliotecario;
D) il  fisico.

Entra qui in gioco quella che in psicologia è definita “euristica della rappresentatività.

La maggior parte delle persone a cui è sottoposta questa domanda risponderà che Steve è un bibliotecario: i tratti del suo carattere a noi noti, infatti, coincidono con quelle della nostra rappresentazione mentale della “bibliotecarietà“, basata sulle nostre esperienze. Un ragionamento veloce, che esclude completamente la logica: il nostro cervello non tiene infatti conto del fatto che nel mondo ci siano molti più contadini che bibliotecari.

Insomma, attraverso questo ed altri tipi di euristica, il nostro cervello sbaglia, condizionato soprattutto dalla poca quantità di tempo.

In conclusione una bella ricetta per gustarvi a pieno il mondo di internet senza farvi venire il sangue amaro.

Preparate un soffritto di visione dicotomica della società, a doratura avvenuta cuocete a fuoco lento una bella fetta di impoverimento del linguaggio impanata in banalizzazione dei concetti e poi gettateci dentro scorciatoie cognitive (quanto basta).

Proseguite la cottura a piacimento e una volta soddisfatti rovesciate tutto in una pentola a pressione sotto la quale arda un fuoco d’inferno, chiudete bene il coperchio ed uscite di casa.

BUON APPETITO.

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(Illustrazione di Officina di Vì)

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