USCITE AVVUOTO: TRUMP, IL TERZO REICH E IL PICCIONE

È stato un weekend di Uscite Avvuoto lo scorso per lo sport italiano, con la nazionale femminile di tennis sconfitta dalla Slovacchia in Fed Cup che ora rischia una clamorosa retrocessione in terza serie e la pessima figura dell’Italrugby, travolta per 63 a 10 dall’Irlanda nel 6 Nazioni, oltre che dai fischi dello Stadio Olimpico.

A noi però le cronache e i tabellini interessano poco, se non per il fatto che ci aiutano a comprendere il tragicomico quadro generale nel quale versa lo sport dove, di conseguenza, si inseriscono le storie di insicurezza sportiva che ci teniamo a raccontare.

Partendo proprio dal tennis femminile però, la peggiore Uscita Avvuoto non è stata quella di Sara Errani e compagne, ma la colpevole svista della federazione tennistica statunitense che, forse sulle ali dell’entusiasmo per l’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, ha accolto le rivali della Germania facendo risuonare prima della partita le note dell’inno tedesco in versione terzo reich, facendo cantare al cantante solista il testo utilizzato durante il regime nazista.

“Non mi sono mai sentita più offesa di così in vita mia, ho seriamente pensato di prendere la mia roba ed andarmene nel momento in cui era cominciato l’inno”, ha dichiarato la tennista Andrea Petkovic, mentre arrivavano le tardive scuse da parte americana.


Ed a proposito di Stati Uniti ai tempi di Trump, è impossibile non considerare l’Uscita Avvuoto del neoeletto presidente che, mettendo al bando l’ingresso in territorio Usa i nativi di 7 paesi a maggioranza musulmana pure se provvisti di regolare permesso di soggiorno, ha temporaneamente impedito di tornare a casa anche a Mo Farah, campione olimpico nei 5000 e nei 10000 metri piani sia a Londra 2012 che a Rio de Janeiro 2016 con i colori della Gran Bretagna.

Farah, cittadino britannico nominato addirittura Sir dalla regina Elisabetta II grazie ai suoi notevoli successi sportivi, da diversi anni vive e si allena a Portland, negli Stati Uniti, ma è nato a Mogadiscio, in Somalia: Una “macchia” che Trump è stato disposto a perdonare solo dopo alcune dichiarazioni indignate dell’atleta e soprattutto un interessamento “ad personam” del Foreign Office britannico presso il governo statunitense.


In questo periodo poi va doverosamente sprecato un commento sul calciomercato di gennaio che quest’anno non ha fatto vedere particolari fuochi d’artificio, a parte le spese folli degli ancora più folli club cinesi capaci ormai di offrire cifre assurde per chiunque: gridano vendetta infatti i 18 milioni annui guadagnati dal flop belga Witsel o i 4,5 che si porta a casa l’anonimo ex Palermo Zahavi a Guangzhou, veri e propri acquisti Avvuoto anche per il calcisticamente scarsissimo campionato cinese.

L’idolo insicuro del calciomercato è però Alieu Darbo, fantomatico talento africano capace di farsi tesserare da club di mezzo Mondo presentando curriculum e referenze falsificati così come i video postati su Youtube, e rifiutando con personalità provini e allenamenti prima della firma del contratto.

Passato anche in Italia da Crotone, all’epoca in Serie B, lo pseudo-calciatore Alieu è riuscito a trovare ingaggi dalla Premier League inglese (Wigan) al campionato croato (Dinamo Zagabria): tutte esperienze brevissime concluse con la rescissione del contratto per palesi limiti tecnici e con l’allontanamento del truffatore, ora giunto purtroppo a fine carriera, smascherato da un’intervista rilasciata qualche tempo fa dal suo procuratore.


Pur astenendoci da qualsiasi commento quindi è impossibile non ricordare la foto che ritrae Leonardo Bonucci, roccioso difensore di Juventus e Nazionale, mentre indossa nientemeno che gli occhiali originali appartenuti a Gandhi, per arrivare infine all’ostentazione di sicurezza del pupone Francesco Totti sul palco del Festival di Sanremo.

Con un numero dei suoi il capitano della Roma esce dagli schemi della banale intervista concordata con l’ancor più banale Carlo Conti quando, alla domanda sulla sua canzone preferita risponde con totale noncuranza “Povia, il piccione!”, ed ogni riferimento all’ironia giallorossa sull’aquila simbolo della Lazio è puramente casuale.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *