ARGENTINA ROMANTICA

In qualsiasi punto della penisola italica l’orizzonte è racchiuso tra le curve delle colline e le montagne in  quasi ogni direzione. Qui invece il verde degli alberi che costeggiano l’autostrada si mescola a quello sconfinato dei campi, che si disperde piatto fino a dove arriva lo sguardo. È una terra selvaggia: anche le nuvole di un cielo immenso si sovrappongono disordinate e caotiche.
“La campagna [della Pampa] è estensione, un’estensione che non sembra essere altro che il dispiegamento di un infinito interiore, il colloquio con Dio del viaggiatore” diceva Martínez Estrada.
Ci sono pochi veicoli sull’asfalto e tutti viaggiano sulla corsia di sinistra perché quella di destra è martoriata dalle buche a causa del passare dei camion.
Ci fermiamo in una stazione di servizio. Scendo tramortito dal sonno: è stato un viaggio lungo, e non è ancora finito.
Partito da Milano Linate con scalo a Madrid. Barajas è un aeroporto gigantesco senza zone fumatori. C’è persino una linea metropolitana interna che ti porta da un terminal a un altro. Il volo Iberia era in ritardo per cui ho perso il collegamento e quello successivo era 12 ore dopo. Ho fatto una passeggiata per la città e ho mangiato e bevuto gratis nella sala VIP dell’aeroporto che mi hanno concesso per compensare. Lì, per tamponare l’irrefrenabile malinconia che mi trasmettono gli aeroporti, ho fatto amicizia con un gigantesco lottatore brasiliano di MMA, coperto di tatuaggi di roccia perché lui è “La Cosa” dei Fantastici 4. Parla con una vocina acuta e delicata e mi racconta che in Italia insegna Ju Jitsu ma è senza permesso di soggiorno per cui deve tornare a Sao Paolo ogni 3 mesi.
Io sono tornato in Argentina 3 volte da quando a 9 anni sono venuto a vivere in Italia. E ogni volta questo posto mi dà una nuova lezione. Ogni volta torno diverso, ogni volta mi incontro con quello che potrebbe essere stato, con quello che potrebbe essere in futuro, è uno specchio sulle mie scelte, le mie ambizioni e i miei limiti e allo stesso tempo un alienante confronto antropologico tra ciò che mi circonda ai due lati della pozzanghera. I codici impliciti delle relazioni sono diversi: dovrei dirla questa battuta o no? Offro io? Devo dare la mancia? La bacio o no?
Alla stazione di servizio ci sono empanadas fredde da scaldarti nel microonde a disposizione dei clienti. Sono delle porcherie a basso prezzo che scaldandole diventano lava mantenendo allo stesso tempo il nucleo congelato. Sono buonissime, ne mangio una dozzina.
Torniamo a bordo della Traffic che trasporta la gente dall’aeroporto di Buenos Aires alla mia città, Rosario.
Siamo in viaggio da circa 3 ore, che ho trascorso interamente dormendo. Un’ora fa mi sono svegliato perché ho sentito che ci siamo fermati. Ho controllato l’orologio e ho visto che erano passate due ore dalla partenza e mi sono illuso che fossimo arrivati. Proprio no: stavamo passando a prendere altri passeggeri alla periferia della Capitale.
Qualche anno fa mia nonna è caduta dalle scale rompendosi diverse costole. In ospedale un’infermiera l’ha uccisa quando nello spostarla ha fatto in modo che l’osso rotto perforasse la pleura. Da allora mio nonno abita da solo in questa bellissima casa alla periferia della zona Nord. Buenos Aires sta a Sud di Rosario, per cui sono l’ultimo del percorso ad essere lasciato al suo domicilio. Da quando sono partito dal mio appartamento a Verona a quando ho abbracciato mio nonno sono passate 42 ore. Mi consolo pensando che ne ho guadagnate 5 procedendo a ritroso sul fuso orario lungo l’Oceano Atlantico.
Questa è una zona residenziale, di giorno tranquilla. È a pochi kilometri di distanza da una delle tante villas della città, i quartieri poveri, per cui di notte è meglio stare all’occhio. È meglio stare un po’ all’occhio sempre, in realtà. Ricordo quando da bambino nel parco davanti a quella casa ho fatto una passeggiata con mia madre e abbiamo incontrato questo adolescente che urlava canti incomprensibili tra una sniffata di colla e l’altra.
Il tema dell’insicurezza nel paese è una costante, ma i media tendevano ad alimentare ed esaltare il sentimento di paura della classe media durante il governo Kirchner mentre ora la psicosi è diminuita. La situazione non è cambiata, anzi, ma non è più l’argomento in cima alla lista.
In quella casa sono entrati i ladri una mezza dozzina di volte. L’ultima volta sono entrati puntando una pistola a mio nonno e si sono presi la macchina in cui avevano appena fatto installare l’impianto GPL.
Ora, da qualche anno, c’è Ato a fare da guardia alla casa, un “salariato” come lo chiama il vecchio. Un cane randagio adottato da mia zia che ora è grasso e felice anche se un po’ solo e quando smetti di fargli le coccole ti tocca con la zampa perché gliene faccia ancora.
Ci sono cani randagi ovunque per la città. Per fortuna non ho incontrato branchi, ma qualche muso malaticcio e con la bava bianca mi ha fatto più di una volta cagare addosso. Ma è bastato guardare dritto e camminare con passo regolare e non mi hanno assaggiato i polpacci. Il dato peggiore che uno possa conoscere è che i cani annusano la paura. Fa paura.
Per spostarmi prendevo gli autobus al pomeriggio e quando tornavo alla sera (o alla mattina) un taxi.
Gli autisti degli autobus sono stati ottime guide. Ero senza cellulare per cui mi affidavo a loro: “per arrivare all’incrocio tra Oroño e Brown mi conviene prendere questo? Dove scendo? Mi avverti quando ci siamo?”.
L’urbanistica di Rosario è in realtà molto semplice da leggere, solo che è enorme. La città è un reticolato preciso di strade dove ogni dieci c’è un grande boulevard: ai cittadini basta menzionare un incrocio e hanno già capito quantomeno la zona.
La città è grande ma è paese: tutti si conoscono, tutti sanno tutto di tutti. È una città che parla molto. Probabilmente è il motivo per cui i preserata sono un rituale perlopiù separato per genere. Per la previa ci si trova a casa di qualcuno e si beve fino a che si è belli carichi e poi si esce. Non possono mancare birra, vino e soprattutto Fernet e Coca-cola ma ancora più al di sopra di ciò il ghiaccio. Le bevande devono essere a 1 grado centigrado altrimenti sono ritenute una porcheria. In questa fase della serata il raduno è appunto tra soli uomini, o tra sole donne. Perché quello ha avuto un momento con quella, quella è stata con quello e alla fine nessun gruppo di uomini può fare previa con nessun gruppo di donne. Una volta carichi per la guerra, si affronta la serata come armate medioevali per uno scontro di genere che ha come campo di battaglia il locale di turno. E che campi di battaglia: la cura per l’estetica dei bar e delle discoteche è davvero notevole. Anche il locale più punk e underground ha una ricercata e affatto casuale disposizione di graffiti e poster che danno un tono preciso e comunque relativamente elegante all’ambiente.
Ho fatto previa in una delle quattro torri del quartiere Nord da un amico facoltoso: all’ingresso del condominio una guardia si appuntava nome e cognome per poi lasciarci passare attraverso un atrio lussuoso e pacchiano. Sopra, una vista incredibile di grattacieli e del fiume nero che si fondeva con la notte.
Dopo la previa, questo gruppo di amici un po’ fighetti hanno disertato il locale rock quando erano passati dieci minuti e siamo andati al Borggia (con due G), un locale zozzo e torbido, colmo di tranvioni ammiccanti e quasi certamente di gente armata, che abusava della luce stroboscopica attraverso la quale abbiamo sgamato uno dei nostri limonarsi un grizzly.
Per contro, le ragazze più belle le ho viste al terzo tempo di una partita di rugby. Grande festa in cui tra l’altro si mangiava pizza alla griglia. È assurdamente buona. Non giudicate se non l’avete provata.
La grigliata (di carne) non stanca mai. È un rituale che può nascere anche su due piedi, quando ci si trova con gli amici, e di solito le donne fanno l’insalata mentre l’eroe, el asador, quando tutti sono sazi e felici si becca un applauso generale dopo tutto il lavoro svolto.
Qui tutto è rituale. El asador porta la carne in porzioni tagliate a ondate, a mano a mano che si va cucinando. El cebador è quello che gestisce il mate invece: l’infuso di yerba mate, una pianta con proprietà come caffeina e teina che bevono tutto il giorno tutti gli strati della società, nelle villas, nei parchi, per la strada e nelle case di periferia con piscina e labrador. Si dispone l’erba essicata su una zucca secca, si versa un goccio di acqua calda ad ogni sorso e si beve attraverso una cannuccia d’acciaio, la bombilla. E anche il cebador ha i suoi tempi e i suoi modi. Dispone l’erba in una piccola collina di cui bagna la cima progressivamente. Consegna il mate con la bombilla rivolta verso chi beve, altrimenti è segno di disprezzo. 
E così quando fai un brindisi, non devi avere le gambe incrociate e devi guardare gli altri negli occhi, e quando giochi a carte c’è un modo preciso di distribuirle e di segnare i punti e di giocare a giochi dalle regole un po’ contorte. Ed è meglio che non ti accendi la sigaretta con un accendino bianco. Porta sfiga. Ho visto mio padre lanciarlo dalla finestra nel momento esatto in cui glielo dicevo. È una città un puntino superstiziosa. C’è sempre qualche santone celebre che la gente va a trovare per farsi guarire, o un guru di vita che dà corsi di respirazione. Ho scoperto che mia zia va a farsi vedere da un curatore e che uno dei miei migliori amici si sciacquava con olio di girasole perché gliel’aveva detto la sua medium, e che il suo braccialetto è una difesa contro il malocchio.
Oggi c’è sciopero nazionale. È stato da poco eletto un governo dello stesso ceppo ideologico di quello che negli anni 90 e primi 2000 ha prosciugato il paese a colpi di privatizzazioni, deregolamentazioni e politiche pro-FMI. Ma in questo paese si scende in piazza per qualsiasi cosa. Il giorno del mio arrivo, durante il viaggio infinito sulla Traffic, siamo passati davanti al municipio dove un paio di centinaia di persone stavano protestando contro l’introduzione delle targhe sui caschi delle motociclette. È una proposta di legge intenzionata a succhiare soldi dalla povera gente attraverso le pratiche della motorizzazione? È un tentativo di frenare il fenomeno dei motochorros, le coppie sulle motociclette dove il passeggero si occupa di scippi e rapine? Non lo so. C’era già una legge che vietava il circolare in due dopo una certa ora, e non è mai stata rispettata. E girano tutti senza casco, anche famiglie intere su singole moto. È un paese complicato.
I taxisti sono sempre di destra. E quando li metti in difficoltà con le domande e cominciano ad arrampicarsi sugli specchi, le loro risposte si disperdono e si rallentano e prendono tempo allungando le parole e facendo una cosa strana: dicendo “este”. È un termine che usi quando esteeee non sai bene cosa dire, invece di limitarsi ad allungare la vocale “e”. Uno strumento di procrastinazione.

Il mio soggiorno di tre settimane sta volgendo al termine e io sto procrastinando diversi incontri e diversi dialoghi. Ma so che arriverà quell’ultimo giorno di sole in cui mi troverò a passeggiare e perdermi per strade dall’aspetto familiare, arriverà quell’ultima notte prima che mi passi a prendere il furgoncino per tornare all’aeroporto. Arriverà quel momento in cui mi ritroverò nel soggiorno vuoto della casa, seduto sul divano a mandare messaggi a chi non rivedrò per altri anni, a guardare vecchie foto nei cassetti, ad accarezzare il cane e ascoltare i grilli in giardino e a trovarmi quasi disteso a terra dalla voglia di piangere quando le lacrime non usciranno e non troverò sollievo né rifugio ma solo la valigia pronta.
Ma non è ancora arrivato quel momento.
Non vogliamo far morire la serata qua, ma questa festa non ci dà quello che cerchiamo. Saliamo in macchina. I ragazzi qua non bevono tanto. Di sicuro non bevono quanto si beve in Veneto.
Quando sto lavorando mi sforzo di non guardare l’orologio per più tempo possibile, nella convinzione che la frequenza di volte in cui controllo l’ora è inversamente proporzionale alla velocità dello scorrere del tempo.
Dopo un po’ la curiosità diventa insostenibile, di solito dopo circa un’ora dall’inizio del turno.
Quando non ho niente da fare, ovvero quando ho poco da fare, mi annoio terribilmente e il tempo si ferma.
Mi piace essere sommerso dal lavoro, dovere scegliere tra le priorità, gestire gli imprevisti e improvvisare con le novità. In quei momenti il tempo scorre come un fiume in piena.
Per quanto detesti il mio lavoro, l’unica soluzione per fare in modo che la percezione temporale che ho di esso sia la minore possibile è coinvolgermi, prendere ogni compito come una missione da portare a termine e farmi prendere da una insensata euforia che mi solletica gli arti.
E adesso, seduto al posto del passeggero, provo la stessa sensazione di eccitamento mentre mi scolo la seconda bottiglia di vino e coca cola.
Stasera il vino è per me la porta dalla quale devo passare se voglio trasformare le vibrazioni della serata, se voglio scacciare la sensazione di futilità e il senso del ridicolo delle feste. Ballare, agitare il corpo in contemporanea ad altri esseri umani, stare in piedi a urlarsi stronzate per sovrastare il volume della musica.
Ma una volta sciolto nel vino, la mia essenza si mescola al dinamismo caotico della festa, ai suoi balli, i suoi dialoghi, le sue risate, le sue litigate, i suoi rituali diventano sacri.
Arriviamo alla festa, e appena apro la portiera mi sale un senso di piacevole vertigine, dalla vita al petto, come una mano fredda che afferra tutto ciò che si trova all’interno della gabbia toracica.
Piscio contro l’albero.
I battiti del suono escono dalle casse altalenanti, il ritmo sale e scende e mi inganna ogni volta, o quasi.
Intorno a me una spirale di movimento. Io sono il centro del mondo.
Sono un sommozzatore immerso in un oceano blu che cerca un tesoro dalla forma sconosciuta, dal sentore di miraggio. Realizzo che il tesoro che sto cercando altro non può essere che la figa.
Le curve, il profumo, i capelli lunghi, i movimenti, gli occhi, la pelle. Cosa ci può essere di più prezioso?
Il suo sguardo, la sua testolina sotto il mio naso, la sua voce. Di lei. Ecco cosa. Scuoto il pensiero, come un cane che si asciuga dall’acqua.
All’improvviso non sono più il centro del mondo, non sono più onnipotente. Sono in periferia, e sono un coglione. Ora l’unica cosa che riesco a fare è vomitare. Ma ecco che inciampo su facce amiche, e il guardarle mi ricorda che non sono solo, o che lo siamo tutti, in testa sviluppo teorie che spiegano il tutto, apparentemente contrastanti ma forse complementari, ho una matassa fatta di grovigli di pensieri che non ho il tempo di srotolare ed analizzare e allora li sorvolo dall’alto e li accetto nel loro casino, che porca puttana fanculo tutto, lascio che la casualità fluisca, che male che vada un giorno si muore tutti.
Faccio lo scemo con una tipa, che elegantemente si divincola e mi lascia a fare lo scemo da solo come uno scemo. Do un colpo di culo alla sua amica, che risponde al colpo sorridendo. E di nuovo il mondo è dalla mia parte. Le prendo la mano, quella piccola manina di femmina, e le faccio fare una giravolta. Lei si avvicina.
Ha lunghi ricci neri, profondi occhi neri, un fisico asciutto e una risata orribile. È un po’ più giovane di me.
Balliamo.
Poi non ricordo più.



(Illustrazioni di Daniele Barillari)

 

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