LA COREA RACCONTATA DA LARKI DUK: SEOUL

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Dopo due settimane di lavoro a Seoul mi sento di affermare che questa città è proprio ganza.

Conta più di 25 milioni di abitanti considerando l’intera area metropolitana, più della metà della popolazione sud coreana abita qui. L’area su cui si estende la Repubblica di Corea corrisponde a circa un terzo del suolo italiano, se pensate che il Canada ha una popolazione di circa 35 milioni di abitanti (solo 10 milioni in più della sola città di Seoul) vi renderete conto di quanto la Corea sia popolata.

Qui si può trovare tutto quello che si desidera: templi buddhisti, enormi chiese di qualsiasi ordinamento, spa aperte 24 ore su 24 dove si può anche restare a dormire in una gigante stanza per un prezzo ridicolo, clubs, mercati di ogni genere, cibo di strada in ogni angolo, grattacieli e palazzi reali, caffè per cani e gatti dove poter coccolare gli amici pelosi, gallerie d’arte e musei di ogni genere.
La bellezza delle metropoli asiatiche a mio parere è proprio quella di essere riuscite a mantenere le proprie radici e tradizioni, aprendosi però alle trasformazioni che la globalizzazione -a volte purtroppo- richiede.

Ora sto lavorando in un ostello nella zona universitario–festaiola di Seoul. Lavorare in un ostello in una metropoli ha un fascino particolare. Ogni giorno si ha a che fare con nuove culture, nuovi accenti e modi di vivere la città, e lasciandosi trasportare si possono scoprire nuovi lati di questo mondo ogni giorno.

L’ostello dove sto lavorando conta circa 50 posti letto, ma l’ambiente è molto famigliare.
Ci lavoriamo solo io, un’altra volontaria, la manager -che ha 21 anni- e la nostra capa e proprietaria, che mi prepara delizioso cibo coreano ogni giorno.

Non so quanti di voi abbiano avuto a che fare con il sito “Workaway” o ne abbiano almeno sentito parlare, ma vi assicuro che è proprio quello che fa per noi studenti squattrinati alla ricerca di noi stessi, o quanto meno di un posto letto gratuito. Funziona più o meno così: una volta pagati una ventina di euro per poter accedere al sito (l’iscrizione vale per due anni) si ha a disposizione un’infinita gamma di offerte di lavoro in giro per il globo. Lo scopo del sito è quello di aiutare backpackers o turisti vogliosi di conoscere un lato diverso del paese che stanno visitando, fornendo i contatti di locali che offrono posizioni di lavoro da volontari, un posto letto e del cibo.

Nel mio caso il mio compito è quello di lavorare quattro ore al giorno, pulire stanze e bagni e fare letti, registrare qualche ospite, ed in cambio mi offrono colazione, pranzo e un letto.

Valore aggiunto, posso studiare gli atteggiamenti dei turisti di tutto il mondo.
Ho conosciuto le persone più assurde. Penso di essere arrivata alla conclusione che i turisti che frequentano Seoul si possano dividere in cinque gruppi principali:

  • Insegnanti di inglese in territorio coreano, cinese o giapponese –per lo più americani- che hanno deciso di lasciare il loro paese per venire in Oriente a guadagnare il triplo di quello che prenderebbero lavorando in madrepatria. La maggior parte di loro ha lasciato casa per motivi economici, non nutre particolare interesse nella cultura locale, viene a Seoul il weekend per mangiare cibo occidentale, bere, e rimorchiare ragazze coreane in qualche club. I rappresentanti di questo gruppo sono famosi per le loro perle di saggezza che condividono senza troppi problemi con il resto del mondo riguardo temi estremamente delicati, quali la fame nel mondo, la Corea del Nord, il Vietnam, Hiroshima e Nagasaki, Auschwitz.
    Il risultato è che alla fine della discussione c’è sempre qualcuno di estremamente indignato: nella maggior parte dei casi un canadese.
    Vogliono visitare la Corea del Nord, perchè si proclamano sostenitori della democrazia e hanno bisogno di toccare con mano la questione. Il più delle volte finiscono le loro storie con una frase che potrebbe suonare più o meno così “Si, nonostante il comunismo la Cina non è un paese così terribile in cui vivere, in fin dei conti sono persone gentili, o almeno ci provano, infondo la loro cultura è ancora così arretrata rispetto alla nostra che non conoscono modi migliori di approcciarsi”. Chiaramente non tutti toccano livelli così alti, ho conosciuto anche gente in gamba, la media non è a loro favore però.
  • Quelli che sono andati in Giappone e che devono fare confronti su tutto quello che hanno visto. Di solito chiedono consigli su cosa visitare in zona. Quando provi a suggerire di visitare qualche palazzo o tempio se ne escono con frasi del tipo “si vabbe vado a visitarlo perchè non ho nient’altro da fare ma tanto i templi giapponesi sono più belli”. Oppure parlando di cibo locale (il cibo coreano non ha niente a che vedere con il resto del cibo asiatico, è spesso piccantissimo e molto speziato, non a tutti piace ma vale la pena provare tutto, dai polipi appena uccisi che si muovono ancora mentre li mastichi alle interiora di maiale -anche se ammetto di non aver avuto la forza per andare oltre essermi le orecchie-) sicuramente definiranno qualsiasi cibo come la versione coreana di qualche pietanza giapponese. Alcuni poi si ricredono ed ammettono che la Corea non è così male.
  • Gli/le appasionati/e di K-Pop che hanno iniziato a studiare la lingua perchè si sono innamorati della musica. Spesso parlano dei cantanti come se fossero dei loro cari amici. In realtà pensavo di trovare più appassionati, -ce ne sono- ma la maggior parte ha accantonato le assurdità della musica coreana per approfondire meglio la vera cultura, gli va riconosciuto.
  • Quello che ha imparato un paio di frasi in ogni lingua e le sfodera per risultare simpatico. Non ha chiara in mente la differenza tra spagnolo e italiano, con il risultato che mixa le due lingue senza ritegno. Mi viene molto difficile infatti non bestemmiare ogni volta che mi propina un “Ciao bella, como estai?”.
  • Backpackers di ogni genere ed etnia. Ebbene si esistono anche viaggiatori buoni, e il bello di poter vivere qui è sentire ogni giorno delle storie allucinanti di viaggi lunghi mesi, persone che attraversano il paese in lungo e in largo prima di partire per la prossima tappa.

Però, in tutto questo, non ho ancora visto un italiano.

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