VIAGGIARE INSICURI: BANGKOK-TRAT

Di Mariano Bruni


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Studentelli in visita a Wat Pho, Bangkok

Assecondo quasi da spettatore il movimento dei miei occhi. Il mio sguardo, dopo aver seguito a lungo la striscia di margine della strada, risale il fusto di un rampicante avvinghiato alla fune d’acciaio che sostiene un grande cartellone pubblicitario. Ritratti di visi benestanti, bianchissimi e sorridenti. Non potrebbero non esserlo. Non qui nella terra del sorriso.

L’aria condizionata della corriera mi sta facendo venire il torcicollo.

I due turisti seduti davanti a me sono una coppia di francesi sulla trentina, magari in viaggio di nozze, perché no? Lui fulvo, lei bionda: pigmentazioni chiarissime che verranno messe a dura prova dal sole di queste latitudini. Sono gli unici passeggeri ad aver reclinato i sedili. Hanno poi seguito il consiglio letto su qualche Lonely Planet e con del nastro adesivo e un sacchetto di plastica bianca hanno tappato le bocchette che sin da prima della partenza rigurgitano imperterrite quel gelido simbolo di benessere. Ora dormono appoggiati una sull’altro. Andranno verso la parte orientale del Golfo, quella vicina al confine con la Cambogia. Lontani dalla ressa dei luoghi più battuti, dai Full Moon Party di Ko Phangan e dalle spa di Ko Samui. In cerca di qualcosa di “autentico”. Probabilmente a Ko Chang, per poi spostarsi via via più a sud, a Ko Mak o a Ko Kut, dopo essersi lamentati con i vicini di bungalow di quanto sia ormai sputtanata anche quell’isola.
Sì, “ko” in thai traduce “isola”. E di isole, nei due mari che bagnano le lunghe coste del paese, ce ne sono parecchie. Alcune di esse rappresentano ancora, nei sogni pre-partenza di una certa fascia di turisti, le mete pure e incontaminate dipinte da narrative esoticheggianti. Quelle che fondono atolli del Pacifico, Piccole Antille, isole dell’Oceano Indiano e più generici Tropici. Palme da cocco che pendono su spiagge dalla sabbia candida, acqua turchese e nessun altro turista. Indigeni sì, meglio se immaginati, veraci e pittoreschi: poco importa se sono pescatori che riparano le reti al tramonto o se hanno in mano un AK47 per difendere rigogliose piantagioni di canapa dagli assalti dei surfisti australiani. Nuovi DiCaprio alla ricerca della Spiaggia con qualche lustro di ritardo, che non bevono nemmeno il sangue di serpente a Khao San Road perché hanno dimenticato di prendere i fermenti lattici e no, proprio non si fidano.
“Ah no signora mia, noi l’anno venturo si va in Myanmar, abbiamo sentito dire che è quello che la Thailandia era una trentina d’anni fa”.

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Voglio essere spietato col settantenne tedesco seduto di fianco a loro, dall’altra parte del corridoio. La carnagione arrossata è punteggiata da una sottile peluria grigio-bianca. Un cappellino beige in testa, sgualcito al punto giusto, e gli occhiali dalla montatura sottile, lenti fotocromatiche d’ordinanza. Il suo sguardo vacuo passa dal paesaggio rurale – interrotto sporadicamente da cittadine con wat dorati e supermercati Tesco – alla bella ragazza seduta davanti a lui, ai suoi capelli tinti di un castano ramato, raccolti da una mollettina verde oliva. Troppo catturata dai video che guarda sullo smartphone per accorgersi delle attenzioni che le rivolge il nostro. Il quale deve avere percepito qualcosa perché ora si gira a guardarmi. La pelle cadente del suo viso ha ormai il sopravvento sugli occhi spenti. Strano che la corriera su cui viaggiamo sia per Trat e non per Pattaya, ricorda i tanti, simili a lui, che puoi incontrare a Nana o a Patpong, i quartieri di Bangkok preferiti dalla parte più laida dei visitatori della città degli angeli, degli immortali, delle nove gemme… Vota Fatur.

La storia del ragazzo alla mia sinistra è così lineare che dovrei inventare qualcosa per attorcigliarla. Dopo aver sgranocchiato un sacchetto di patatine dalla forma elicoidale e dal gusto improbabile, ha estratto dallo zaino un libro di chimica organica e finito di risolvere gli ultimi quesiti di un esercizio già iniziato in precedenza. Studente di biologia del primo anno – magari di medicina – a Bangkok, torna per qualche giorno dalla famiglia, in un paesino situato là da qualche parte, nelle campagne che circondano Trat. La carnagione scura risalta sul colore della camicia, bianca con una nota di azzurro. Viso ovviamente imberbe con occhiali grandi, passa a bilanciare ossidoriduzioni con disinvoltura, interrotto solo dai sobbalzi causati dalla strada dissestata. Dai suoi auricolari esce uno sdolcinato pop-rock autoctono; nei passaggi chiave della canzone solleva per qualche secondo la matita dal libro e canticchia a bassa voce alcuni versi. Si accorge che lo osservo e mi sorride con un po’ di imbarazzo. Ricambio e mi giro verso il finestrino.

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E noi seguiamo te perché tu sei lo re

Distese verdissime di canna da zucchero raggiungono le dolci alture che si intravedono in lontananza, le pendici avvolte in un vello di umidità. Alcuni capannoni dalle insegne sgargianti rubano spazio alle palme da olio piantate in lunghe file ordinate. Il cielo è basso, appesantito da grossi cumuli bianchi fuori stagione. Ogni tanto, quando la strada attraversa i centri abitati, vi si affacciano edifici dalle facciate di diversi colori che in altri paesi chiameresti coloniali.
E magari è proprio questo che è mancato alla Thailandia.
Il colonialismo ti produce gli Ho Chi Minh, i Ben Bella e i Fanon. Ciò che puoi ottenere dal Novecento siamese, da questo miscuglio di buddhismo theravada, fame di capitale, nazionalismo e monarchia sono go-go bar rigonfi di militari statunitensi in R&R dalle missioni in Laos e Vietnam e berlusconiani Shinawatra. E sorrisi, certo.

Un vecchio col cappello di paglia passa tra le file di automobili ferme al semaforo provando a vendere ghirlande di fiori. I nostri occhi si incrociano e in un istante legge nel mio volto tutti i miei pensieri. Lui non sorride, di certo non ai farang che si arrogano il diritto di declamare sparate sociopolitiche estemporanee. La luce semaforica torna verde e le auto ripartono. Lui distoglie lo sguardo, sputa a terra e si defila sul cordolo. Uno sputo in cui sta tutta quella Thailandia che va oltre gli stereotipi affibbiati e le autorappresentazioni patinate, oltre le spiagge bianche e le puttane, i buddha sdraiati e le zuppe alla citronella. “Autentica”, ma meno immediata da vedere.


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