VIAGGIARE INSICURI: BREAKING THE SILENCE

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La casa è immersa nel buio.
Nel lavello ci sono ancora i piatti della cena.
Un bicchiere è stato abbandonato ancora mezzo pieno. Mezzo bevuto.
Qualcuno, forse, questa notte aveva sete.
Sul tavolo della cucina sono appoggiati distrattamente un mazzo di chiavi e un quaderno.
E’ aperto, il quaderno, come spalancato su un problema di matematica che non si è riusciti a risolvere.
E’ come in punizione, quel quaderno, lasciato lì, lontano dagli altri che già sonnecchiano nello zaino di scuola. Come ad aspettare di trovare la soluzione da solo, nel buio. Si dice che la notte porti consiglio.
Questa notte, invece, ha portato me.
La porta ha ceduto senza sforzo, come se avessi le chiavi, come se riconoscesse il mio tocco.
Eppure io non sono uno della famiglia.
E’ strano muovermi nel silenzio di questa casa. Io la conosco. Eppure non ci sono mai stato prima d’ora.
Il bagno è l’ultima porta del corridoio. Questo è facile. Il bagno è sempre in fondo a destra.
La camera matrimoniale, invece, è la porta scura sulla sinistra. Di fronte c’è quella dei bambini.
Quella è dove entrerò io e uno dei miei compagni. In quella matrimoniale gli altri due.
Nella mia testa, ho percorso questo corridoio un’infinità di volte. Lo conosco.
Eppure, quando era nella mia mente non era così buio. E non avevo questo martellante trapano nelle orecchie. Nella mia testa non c’era neanche il quaderno, né il bicchiere fresco di sete.
Nella mia testa ero solo.
Al mio segnale tutto avrà inizio. Per davvero.

La casa è soffocata dalla notte.
Solo una torcia la illumina ed è puntata su una famiglia.
Sono in quattro stretti tra il cesso e il lavandino. Il padre è ancora stordito, dal sonno o dal colpo che ha ricevuto alla bocca dello stomaco. Preventivo, per non farlo reagire. E’ la prassi.
La madre stringe una bambina. E’ piccola, ma non ha volto né nome in questa notte.
La donna le spinge la faccia sul suo petto e lei, docile, vi immerge la testa di capelli arruffati dal cuscino.
Non vuole guardare. Non vuole che guardi.
Il ragazzo, invece, non ha più di 13 anni. Non mi può vedere, ma mi fissa.
I suoi occhi risalgono il fascio di luce, sono pesci che guizzano contro la corrente.
Bucano il passamontagna di lana spessa e mi cercano. E mi trovano. E mi pugnalano.
Sono cieco.

Il nuovo avamposto militare è sorvegliato dalle stelle. Ammutolite. Sbiadite.
Era una normale casa fino a qualche manciata di minuti fa. Ora è nostra.
Fino a quando non avremo finito. Tra un’ora, tutta la notte, fra tre giorni, tra un paio di anni.
Il bagno grida un silenzio controllato a vista. Non è permesso piangere né pisciare.
Anche quello non è più un bagno. E’ diventato una cella dalle mattonelle azzurre. Asfissiante.
Ho trovato la finestra adatta. Dà sulla strada che ora è deserta.
Ho montato il cavalletto, ho imparato a farlo in fretta. Ad occhi chiusi.
Il mio occhio e il mirino si fanno una cosa sola. Il cerchio di ferro è freddo contro la pelle. Mi rassicura.
Fuori è tutto nero. Nel mirino è tutto nero.
Il refugee camp di Jenin dorme. Io no.
Io sono un cecchino.

Il telefono squilla. E’ il mio.
Abbandono il mirino che si è fatto tiepido. Dall’altra parte della cornetta, seduto in un qualche ufficio dell’intelligence militare, davanti a un monitor luminoso, siede un ragazzo come me.
Non abbiamo ancora 23 anni, dice la nostra carta d’identità.
Questa notte, però, ci sono solo io e un fucile di precisione. C’è solo lui e una condanna a morte in Times New Roman.
Sono vecchio. E’ stanca la voce che mi risponde.
Chiedo qual è il nostro obiettivo. Dov’è. Quando entrerà tra le braccia spezzate della croce. La mia croce.
“Avete fatto un ottimo lavoro. Rientrate.” Non mi sollevano queste parole.
Il mirino è tiepido, ma si raffredda velocemente. Voglio sapere a chi devo sparare. Chi devo uccidere.
Sono stato addestrato per questo.
“Rientrate. Era un’esercitazione. Per vedere se eravate in grado di farlo.”
Ottimo lavoro, ripete.

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“Questa era la mia prima operazione sul campo come tiratore scelto dell’IDF” ci dice Nadav.
Si tiene in equilibro appoggiandosi ai sedili del pullman, ma non si siede mai.
Serve forza per raccontare. Per parlare di quello che si è fatto, di più.
Nadav è israeliano. Viene da una famiglia di Tel Aviv con una gloriosa storia militare alle spalle.
Il nonno era il comandante che ha “liberato” Jaffa nel 1948. Il padre ha fatto carriera e preso i gradi.
“Quando è toccato a me partire per il servizio militare ero contento. Sentivo che era arrivata la mia occasione per contribuire alla vita e alla sicurezza del mio Paese. Volevo essere bravo, volevo essere il migliore.” Sceglie, allora, di provare ad entrare in uno dei corpi combattenti più elitari: i cecchini.
L’addestramento è lungo e duro, lo mette alla prova. Non lo spaventa.
Diventa bravo. Il migliore. Lo mettono a guida di un’unità speciale per le infiltrazioni sul campo.
La prima operazione, quella del 2006 nel Refugee camp di Jenin, lo scaraventa nel mondo vero, nel mondo occupato. Porta a casa due cose: lo sguardo di quel ragazzo di 13 anni e una domanda.
E’ questo il modo per proteggere Israele?

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Finisce il servizio militare con una medaglia d’onore. Ma non si sente onorato.
L’occupazione l’ha vista. L’ha imposta. Ora la conosce.
La deve raccontare. Si unisce all’associazione Breaking the Silence, fondata nel 2004 da 16 soldati israeliani come lui. Che non potevano più tacere.
Questa mattina, come ogni mattina, si è svegliato con 12 email di minacce nella casella di posta.
Le cancella e ci viene a prendere nella nebbia di Gerusalemme.

“Prima di poter dire se sei a favore o contro l’occupazione devi sapere che cos’è l’occupazione.”
Devi viverla. Tutti i giorni.
Devi imporla. Da soldato.
I cittadini israeliani non sono tutti cattivi. Sono molto simili a noi. Accoglienti. Emergenti. Ricchi.


Sono un popolo che è stato vittima e che non riesce a scrollarsi di dosso il terrore dei padri.
Un popolo che ha acquisito come imprinting la necessità di lottare con tutte le proprie forze per la sopravvivenza.
Eppure tutto ciò ha creato una società dolosamente o colposamente cieca.
Se si chiede loro che cosa sia l’occupazione pensano al normale controllo delle carte d’identità ai checkpoint. Che si può giustificare sotto la sempre issata bandiera della ‘security reason’.
Ma l’occupazione è molto più di una limitazione alla circolazione dei palestinesi. Vuol dire tanti morti.
Vuol dire violenza, quotidiana e pressante.
Vuol dire un controllo capillare e maniacale della vita dell’occupato, in ogni ambito della sua esistenza.
Dai permessi per costruire, ai permessi per lavorare; dall’asfalto sulle strade, alle scuole, alla possibilità di andare a trovare i parenti in Giordania. L’occupazione è la piaga dilagante delle demolizioni.
E’ l’attività di mapping. Ossia poter entrare nelle case di qualsivoglia famiglia palestinese a qualsiasi ora del giorno e della notte. Radunare tutti i presenti in cucina. Interrogarli. Schedarli. Registrare dati anagrafici e professione. Scattare loro delle foto. E tutto questo al solo scopo di trasmettere l’idea che l’IDF sappia qualcosa sul conto di quella famiglia. O su qualche loro parente. O amico.
E mentre la paura nel quartiere dilaga, i soldati tornano alla base e distruggono le foto e gli appunti presi, perché la loro missione è compiuta.
La paura.
“Ottimo lavoro. Rientrate.”

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La sicurezza è una parola pericolosa.
Colpisce una parte emozionale e intima di tutti noi. Fa perdere la nostra vigile razionalità.
Può diventare esclusione perché richiede necessariamente l’individuazione di un nemico.
E quel nemico da essere umano si trasforma in mostro, animale, sagoma scura e non identificata.
Non è più una persona come chi la sicurezza la pretende, ma diventa un obbiettivo. Militare. Da abbattere.
Dalla firma degli Accordi di Oslo i cittadini israeliani non possono più entrare in Area A, quella parte dei territori occupati formalmente sotto il controllo dell’Autorità Nazionale Palestinese.
Non possono vedere l’affollata Ramallah, il mercato di Nablus, la rocciosa Jericho, i Refugee Camps di Betlemme o Jenin.
Non possono vedere il loro nemico, i palestinesi, se non per quei tre anni di tuta mimetica e fucile.
E allora è facile essere ciechi. E’ facile prendere il sole sulle spiagge di Tel Aviv o passeggiare per la bella Gerusalemme.

“L’occupazione è il progetto più riuscito dello Stato di Israele degli ultimi anni.”

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Backgroud music: “My baby boy”, The Angelcy
Gli Angelcy sono sei belli di Tel Aviv e il loro indie-folk è semplicemente quello che hai sempre voglia di ascoltare.
I loro testi, però, sono particolari. Parlano di guerra.
“Alcuni dei nostri amici hanno ucciso, sono stati seduti nei panzer, hanno bombardato. Questa è la realtà, questa è la nostra vita.”
E così cantano “we are a natural disaster” e i loro concerti sono sold out di giovani stanchi della retorica della violenza della loro classe politica.
Insomma, chi dopo la prima non ascolta tutto l’album, torni a parlare al telefono con Adele!

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