VIAGGIARE INSICURI: CARO BABBO NATALE

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Caro Babbo Natale,
nell’ultima letterina che ti ho scritto ti chiedevo un robot. Non so se ti ricordi di Martina Cuoricina, nella pubblicità che passava tra Dragonball e Conan portava i biscotti a una bambina con le codine che la chiamava tramite un telecomando rosa e bianco. Era bellissima e io la volevo più del monopattino.
Quell’anno mi è arrivato, invece, un cappotto nuovo e un Sapientino per imparare l’inglese.
Poco male, il cappotto mi serviva e il Sapientino si è rotto dopo pochi giorni.
Quando avevo 7 anni mia mamma mi ha detto che tu non esistevi. Mi ha anche detto che, però, era una storia bellissima quella di Babbo Natale. Un vecchio con la barba che passa tutto l’anno a preparare i regali per bambini di tutto il mondo e che in una sola notte magica, con la neve che ovatta i suoni del buio, entra nelle case passando dal camino per lasciare i regali ai bambini buoni.
Nella mia casa non c’è mai stato un camino e ricordo pochi natali innevati, ma allora non importava.
La notte del 24, prima di andare a dormire, lasciavo qualche biscotto al cioccolato e un bicchierino di grappa ad attendere il mio Babbo Natale.
La notte era fredda e i bambini tanti, il vecchio dalla barba bianca doveva pur rifocillasi.

Quest’anno è la Vigilia di Natale a Betlemme.
Ci arriviamo da Ramallah con un taxi giallo, ma non ci sentiamo in Formula Uno. I pullman vomitano fedeli ad ogni angolo ed è difficile districarsi tra i cappelli rossi comprati per l’occasione e i teleobiettivi delle macchine fotografiche.
La ragazza in hijab, che condivide con me il sedile posteriore, si sente male. Vomita contro la portiera chiusa per poi implorare di essere liberata. Scende reggendosi al braccio del marito e i suoi occhi pretendono aria pulita. Il marciapiede è gremito, ma è Natale e siamo tutti più buoni.

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All’uscita del checkpoint 300, oggi, non ci sono i classici tassisti che, fumando una sigaretta, aspettano di poter contrattare il prezzo di una corsa. Via Apartheid è chiusa al traffico e tutti devono sfilare silenziosi all’ombra dell’imponente barriera di separazione.
E tutti si devono fermare a inorridire di fronte a quel muro cittadino che non difende la città, ma la città degli altri. O forse nemmeno.
Una foto. La prima immagine di Betlemme che accoglie i turisti è quella lama grigia, alta, che fende il cielo e sanguina parole. E tutto si fa un po’ più ovattato nonostante la neve non ci sia, perché le parole sono scappate da qualche parte. Terrorizzate.
Allora si lascia sibilare il serpente grigio del peccato dell’uomo che è dentro di noi, ma che a volte sappiamo anche ricostruire fedelmente fuori. E fa più paura.
E riguardando le foto del viaggio, il turista giapponese forse si stupirà ancora di non trovare la mangiatoia con un bue e un asinello che attendono di scaldare, ma un fiocco rosa disegnato sul grigio blocco di cemento che incornicia le parole da cartolina: “With love and kisses nothing lasts forever”.
Questa è la Betlemme di oggi. Dalla parte sbagliata del muro per dare i natali al Figlio di Dio.
Nonostante Natale.

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Alla fine di The Wall Street la strada si fa più larga e il muro piega a destra per fare posto alla città.
Qualche settimana fa, su questa striscia di asfalto si fronteggiavano un centinaio di palestinesi nascosti dalle kefiah legate strette e i militari dell’IDF con volto coperto dalle maschere anti gas.
Le briciole dello scontro sono rimaste sulla strada, come su una tovaglia sporca di pranzo che non si ha ancora avuto il tempo di lavare.
La polvere nera del gas lacrimogeno imbratta il marciapiede e i muri delle case attorno.
I resti delle granate di tear gas si ammucchiano in un cumulo di detriti, si mischiano ai sassi e imparano a stare vicini.
Le crepe dell’asfalto, invece, brillano. Centinaia di biglie colorate hanno fatto il nido tra il nero della strada. Alcune sono rotte, altre solo scheggiate a ricordare che hanno colpito. Non dicono cosa, le biglie, stanno mute nel loro vetro freddo, ma portano con sé la memoria di una tasca, poi di dita calde e agitate che ne hanno scelta una, proprio quella, tra le tante.
Le biglie non sono conchiglie che sussurrano la voce del mare, ma a guardarle sembra quasi di sentirlo il vento di quel lancio. Qualche secondo di velocità e cielo prima di colpire.
La biglia non sa verso che cosa vola. Non sapeva neanche di saper volare così alto fino a qualche secondo prima e invece ora osserva un manipolo di ragazzi, vestiti in modo diverso, arrabbiati in modo diverso, spaventati in modo diverso. Vola sopra le teste degli uni per colpire le teste degli altri. Il casco degli altri.
Non può far loro troppo male.
E’ cieca mentre colpisce, come era cieca la mano che l’ha tirata.
E poi cade. A volte frantumata, altre volte in una ferita interezza che la rende testimone.
Testimone per quei giapponesi e americani che il giorno di Natale camminano festanti per la stessa strada. Testimone di una sproporzione di forza che non si cura del risultato. E’ il gesto che conta.
Il gesto di un lancio.
Nel Refugee Camp di Betlemme ci aspetta un amico. Aamir ha le sopracciglia folte che gli occhi dolci e luminosi riescono a mitigare. Il profilo delicato dai tratti gentili l’ha preso dalla madre. Ci stringe la mano con quel misto di imbarazzo e felicità che è proprio di ogni primo incontro annunciato.  Ci accoglie nella sua casa senza tante formalitàDSCF9698 - mod.


Ci accomodiamo sui divani di pelle morbida mentre un imprevedibile Lords of Dogtown sottotitolato in arabo scorre incurante in televisione.

La luce entra soffusa, facendo danzare il pulviscolo dell’aria e disegnando sui tappeti un’immagine fugace che il tempo di un tè già rende diversa. Il profumo di menta fresca ci accarezza le guance, la tazza scalda le mani e lo zucchero solletica la lingua.
Il pollo e gli involtini di foglie di vite ripieni di riso, che la madre sta cucinando per noi, pipano piano in cucina. Una sigaretta viene accesa, un’altra si spegne.
Il caleidoscopio di odori diversi, avvolgenti, dolciastri mi incanta e mi sorprende. E’ lontano il mio Natale.
Il fratello di Aamir è seduto sulla poltrona. Con una mano gioca sovrappensiero con la stampella appoggiata al bracciolo. Una settimana fa gli hanno sparato, colpendolo ad una gamba.

 


La storia è quella di una pièce teatrale che si trascina in scena all’infinito senza che nessuno chieda il bis.
I soldati israeliani sono entrati nel campo profughi. I giovani hanno iniziato a tirare sassi e loro hanno sparato. Raamiz è rimasto a terra ed è stato subito circondato dai soldati, pronti ad arrestarlo.
I suoi amici non l’hanno lasciato, hanno continuato a tirare sassi fino a che i soldati si sono ritirati.
Allora, lo hanno preso di peso e portato al sicuro.
La pallottola che gli ha penetrato la gamba è un dum-dum bullet, un proiettile a fungo.
I proiettili dum-dum sono progettati per espandersi all’interno del corpo del bersaglio, aumentando così la gravità delle ferite. L’utilizzo di tali pallottole è stato dichiarato illegale per il diritto internazionale umanitario dalla Convenzione dell’Aia del 1899, in quanto armi in grado di provocare sofferenze eccessive e superflue nel nemico.
La camiciatura del proiettile che ha colpito Raamiz si è frantumata in 7 differenti parti che hanno reso la sua gamba a serio rischio di amputazione.
Nell’ospedale del refugee camp, in un primo tempo, hanno potuto solo arginare l’emorragia.
Restare in ospedale, però, non era sicuro: i soldati israeliani potevano arrivare da un momento all’altro e utilizzare la ferita come prova della sua partecipazione allo scontro e arrestarlo.
Allora Raamiz da qualche giorno dorme in una casa diversa ogni notte. Non dice alla propria famiglia dove si trovi in modo da non costringerli a mentire in caso di interrogatorio.
Tre giorni fa, è venuto un dottore da un ospedale più grande e Raamiz è stato operato. I medici sono riusciti ad estrarre solo 2 dei frammenti di proiettile: toglierli tutti e 7 avrebbe aumentato esponenzialmente la probabilità di perdere la gamba.
“Mi toglieranno gli altri 5 solo se inizieranno a farmi un male insopportabile, per il momento va bene così”, ci dice. Sorride.
E’ ancora vivo.


 

DSCF9794 - modCaro Babbo Natale, Betlemme si è vestita di luci questa sera per festeggiare la nascita di un bambino che per i cristiani è il Figlio di Dio e che per i palestinesi era solo il figlio di una donna. Una madre come le altre, santa come tutte le madri.
L’albero di natale della piazza brilla dei colori della bandiera palestinese, ma nessuno ci fa caso.
Un altro albero è stato decorato con le capsule di tear gas che, per l’occasione, si sono fatte palline di natale e restituiscono il riflesso delle luci della festa.
E’ Natale anche qui, anche se è un Natale diverso. La chiesa della Natività si è riempita di fedeli che aspettano la funzione di mezzanotte, ma nel Presepe in piazza il bambino è già lì, che sorride.
E allora, Babbo Natale, mi chiedo come fai a riconoscere un bambino buono da uno cattivo.

A me bastava aiutare a sparecchiare la tavola e mettere in ordine la mia stanza.
Qui vuol dire trovare la propria strada per resistere a un’occupazione penetrante e deturpante con umana dignità.
E non è facile quando a 8 anni hai visto demolire la tua casa.
E non è facile se devi vivere ogni giorno la violenza di un muro, dei checkpoint, dei soldati sotto casa.
E non è facile quando quello a cui hanno sparato era tuo fratello.
Non è facile. Mai.

Caro Babbo Natale, neanche quest’anno mi hai portato il pony bianco che chiedo da sempre.
La mia amica Ellen, però, mi ha regalato una capra di gomma. E’ blu, ha le corna e il pizzetto.
Viene dal mercato di Betlemme e sarà costata sì e no 20 shekels.
L’ho chiamata Jew Jitzu. E mi ha reso felice.
Perché 20 shekels sono andati a chi non aspetta Babbo Natale.
Buon Natale da Betlemme!

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Background music: “Dammi Falestini”, Mohammed Assaf
Questo è una canzone patriottica palestinese, così conosciuta che per comprare il CD vi sarà sufficiente canticchiare il ritornello in qualsiasi mercato della West Bank. O almeno, con me ha funzionato.
Ma la vera stella è lui, Mohammed Assaf, “the Rocket”, come è soprannominato.
E’ un cantante che risiede a Gaza e nel 2013 ha solo 23 anni. Dopo mille peripezie alla frontiera con l’Egitto, riesce a partecipare alle audizioni per The Arab Idol, una competizione televisiva che ogni anno tiene incollati al televisore milioni di telespettatori provenienti da tutto il Medio Oriente.
La sua partecipazione si trasforma fin da subito in un urlo di riscatto degli abitanti della Striscia di Gaza e di tutti i palestinesi in generale. “He is the Palestinian dream”, dice di lui la gente per le strade.
Arriva in finale e vince, scatenando spontanee feste di piazza in tutte le maggiori città dei Territori Occupati, ma anche in Libano e Giordania.
Amira Hass sulle colonne del giornale israeliano Haaretz scrive che è nato un eroe palestinese. La notizia viene ripresa dal Washington Post e la BBC registra come a Gaza non ci siano state manifestazioni così imponenti e sentite dalla fine dell’ultimo conflitto con Israele.
Intervistato, Mohammed dice che non può scindere la sua arte dal proprio sentimento patriottico e denuncia pubblicamente l’occupazione della West Bank e le condizioni di vita nella Striscia di Gaza.
Nello stesso anno viene nominato ambasciatore della cultura e delle arti palestinesi e ambasciatore per la pace dall’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione dei rifugiati palestinesi (UNRWA).
Insomma, è uno con l’X Factor davvero!

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