VIAGGIARE INSICURI: DOVE IL SÌ È SÌ, MA È ANCHE NO

 

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Ogni persona a Tokyo sembra avere chiaro quale sia la sua strada. Nella fermata di Shinjuku, con 52 binari tra treni, metro e stazioni connesse, e 200 uscite, nessuno si scontra mai. Nessuno perde la pazienza, nessuno alza la voce. Nemmeno quando in treno non serve tenersi, perché tanta è la pressione stessa della folla. La parola che penso di aver più usato a Tokyo è sumimasen, letteralmente “mi scusi”, per ogni volta in cui ero fuori posto, che pestavo i piedi a qualcuno o ero dalla parte sbagliata delle scale mobili.

Anche gli altri studenti in scambio, per lo più europei, conoscevano esattamente la loro strada. Sapevano perché erano lì e quali tappe avrebbero macinato nella loro brillante carriera accademica e professionale. Io ero lì solo perché volevo andare via, il più lontano possibile e meglio se in un posto grande. Volevo sperimentare una realtà ai limiti dell’immaginazione.

 

Tokyo per molti è stato un tour guidato, una città vista da un autobus con i finestrini spessi. Per me è stato un treno, ma io non ero sopra, ero sui binari. Tokyo mi ha travolta.

 

Insegne indecifrabili e cori di commesse dalle voci stridule, studentesse con minigonne e gambe nude in pieno inverno, uomini d’affari – di solito impeccabili – in disordine e annientati dall’alcool, ragazzini addormentati sul treno abbracciando pupazzetti di plastica, cani con le calze e con le orecchie colorate, distributori di mutandine usate e manga pornografici. Tutto mi affascinava e nulla aveva un senso.

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La maggior parte delle cose che mi accadevano erano circondate dal mistero. Dimenticate eleganti sushi bar e sostituiteli con minuscoli locali che servono un solo tipo di noodle, consumato con suoni da idrovora perché “if you don’t slurp, you don’t enjoy”. Dimenticate le care vecchie indicazioni chieste al primo passante. A Tokyo nessuno parla inglese e Google Maps rimane l’unica certezza. E, soprattutto, dimenticate il “sì” e il “no”. Se per noi, figli dell’occidente, sì è sì e no è no, in Giappone, dove il no è un affronto personale, sì è sì ma è anche no: tutto dipende dai messaggi non verbali (esclusi gli ampi sorrisi, che ci sono sempre). Bel casino.


 

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Tokyo è un posto di persone e un posto di spazi, spazi pieni e spazi vuoti. Persone incasellate in case strette come tane, polverosi negozi incastrati tra i grattacieli, stazioni soffocate da pendolari in transito. Ma anche parchi di quartiere con vecchietti che fanno tai-chi, parchi di città che ospitano imponenti templi, campi di tè verde e viali fiancheggiati da alberi di ciliegio. La natura, a Tokyo, offre rifugio da una vita senza domeniche, senza vacanze, senza pause-caffè. Ti ricorda che al di là della tua scrivania, del finestrino del treno “speciale pendolari”, della burocrazia, degli inchini, degli arigato e dei sumimasen, la vita scorre e scorre serena. E allora capisci perché l’equinozio di autunno in Giappone è festa nazionale.


Prima di partire, Tokyo era per me una tela bianca. Il nulla, l’inimmaginabile. Ora, è un collage di dettagli, piccoli scorci in una cultura fatta di stranezze, di sacrifici e obblighi ma anche di contemplazione, introspezione e armonia. Tutto e tutti possono trovare il loro posto a Tokyo, e per me ora è casa.

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E se anche non vi piacesse il pesce crudo, ricordatevi che il Giappone è la patria dei bagni automatizzati. Tra tavolette del water riscaldate, tiepidi spruzzi che solleticano le natiche, e fruscii di vento per coprire i vostri rumori corporali, è un’esperienza da pubblicità della Costa Crociere.
Vi ritroverete a piangere sulla gelida tavoletta nell’inverno trentino.

 

 

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