VIAGGIARE INSICURI: HEBRON, FIGHT GHOST TOWN

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E’ il 25 febbraio 1994. Sono le 5 del mattino, il sole si è appena svegliato e tra poco colorerà di rosa qualche nuvola sottile.

Fa già caldo a Hebron in questi giorni, un tepore che fa uscire, che ricorda che nessun inverno è per sempre.
E’ la festa di venerdì. Il Ramadan è iniziato da qualche settimana.
All’ingresso della Moschea di Ibrahim file di scarpe aspettano silenziose. Sono state sfilate con lentezza di raccoglimento, sono state impilate con reverenza dimessa, sono state bagnate da un ultimo sguardo incurante. Aspettano, senza impazienza.
I morbidi tappeti colorati accolgono i fedeli, passi si affrettano per non perdere l’inizio del Fajr, la prima preghiera della giornata. Più di 200 uomini trovano posto uno di fianco all’altro.
Le ginocchia toccano il pavimento, gli occhi di tutti sono al mihrab, guardano quella nicchia ricamata da tasselli di legno colorato, ma vedono la Mecca.

C’è un muro dentro la moschea. Un muro che separa, oggi più che mai.
Dietro quel muro altri uomini pregano, un altro Dio, lo stesso Abramo.
La Grotta dei Patriarchi è stata divisa in due parti: moschea da un lato, sinagoga dall’altro.
E’ festa anche dall’altra parte. E’ Purim e si celebra l’intervento della regina Esther che riuscì a salvare gli ebrei persiani dallo sterminio progettato da Haman.
I precetti religiosi impongono agli ebrei di essere allegri e felici, di essere anche un po’ ubriachi.
L’atmosfera è gioiosa, ci si scambiamo auguri e si aspetta di poter aprire i regali.

Fuori dalle spesse mura di pietra stanno 5 giovani. Sono soldati dell’IDF che oggi non possono unirsi alle loro famiglie a Tel Aviv o a Gerusalemme per festeggiare, ma sono di turno per controllare che tutto si svolga pacificamente.
Dovrebbero essere 9, ma sono le 5 del mattino e 4 di loro non si sono svegliati. Capita spesso quando si hanno 20 anni.
Si scambiano qualche chiacchiera assonnata mentre osservano il viavai di kefiah da una parte e quello di payot e cappelli neri dall’altra.
Dalla loro postazione le possono vedere quelle centinaia di scarpe che aspettano fuori.
Docili, come cani fedeli. Attendono. Senza occhi. Non vedono.
I soldati, invece, lo vedono.

Un uomo si dirige verso la Sala della Grotta di Isaac. Non è troppo alto e, al contrario dei soldati, non ha sonno.
Indossa un’uniforme militare con le stelline da ufficiale ricamate sul petto. Appeso al collo tiene un fucile d’assalto automatico IMI Galil e quattro caricatori di munizioni.
35 colpi per ogni caricatore, 140 chance di uccidere.
I 5 ragazzi lo vedono, ma non lo fermano. Credono sia un ufficiale che si sia svegliato presto per andare a pregare indisturbato.
Invece non è un militare o, quantomeno, non lo è più.
E’ Baruch Goldstein, il medico d’urgenza del settlement di Kiryat Arba vicino a Hebron.
E’ un membro rispettato della comunità e conosciuto da tutti come esponente del movimento di estrema destra Kach, poi inserito nella lista delle organizzazioni terroristiche di Stati Uniti, Canada e Consiglio dell’Unione Europea.

Goldstein entra nella Grotta di Isaac, ma non va a pregare nell’adiacente camera riservata agli ebrei.
Si ferma in piedi di fronte all’unica uscita della moschea.
Davanti a lui centinaia di schiene piegate non si accorgono del cambio di luce. Non percepiscono che una premeditata e incomprensibile trappola è scattata.
E poi corre relativo e orribile il tempo di imbracciare il fucile.
Di togliere la sicura, di accorgersi che non serve nemmeno mirare, sono così tante quelle schiene.
Il lampo di un pensiero vuoto, la terribile pressione su una strisciolina di metallo, la spinta del proiettile che esplode. Il primo. Il primo di 140.

Sale dalla moschea un urlo umanissimo a quel cielo che lentamente si colora.
Un sole lontano, troppo distante, ancora troppo freddo la illumina.
I 5 soldati ora sono allerta, il sonno è il ricordo di una vita di prima che sono stati addestrati ad abbandonare in fretta.
Eppure non corrono. La lasciano chiusa quella porta, chiusa a nascondere l’orrore di cui l’uomo è capace. 140 colpi vengono esplosi tra quelle mura sacre. Incessanti, ma non infiniti.
Qualcuno afferra un estintore. E quando quel fucile smette di essere morte e torna ad essere solo ferro, Goldstein viene colpito alla testa e poi picchiato.
Sono 125 i feriti gravi e gravissimi che vengono trasportati d’urgenza negli ospedali.
Il medico vestito da militare muore con altri 29 palestinesi in quella moschea.
58 scarpe, ora, non servono più a niente.
Servono solo sacche di sangue per le trasfusioni.

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E’ il 26 dicembre 2015. Il sole è freddo, la primavera è ancora lontana.
Hebron, oggi, è una città frantumata.
La reazione al massacro e alla richiesta di protezione da parte dei palestinesi è sfociata nella divisione della città in due sezioni: H1 per più di 120.000 palestinesi e H2 per 600 coloni e 30.000 arabi. Per motivi di sicurezza, ai palestinesi non residenti non è consentito circolare in H2, mentre i coloni avvalendosi di una protezione militare di oltre 2.000 unità -circa 4 soldati per ogni colono- hanno libero accesso a tutte le aree della città.
Con l’obiettivo di creare delle zone cuscinetto tra coloni ebrei e palestinesi, Shuhada Street, cuore economico e arteria principale del centro cittadino, venne completamente chiusa, costringendo le famiglie a lasciare le proprie case e tutti gli esercizi commerciali.
Ampie zone del mercato vennero chiuse su ordine israeliano, le saracinesche dei negozi saldate, diversi tetti delle case trasformati in torrette di controllo e quindi in zone militari off-limits.
Vennero istituiti decine di checkpoints e installate centinaia di telecamere per poter monitorare la città giorno e notte.

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Hebron, una delle più antiche città del Medioriente, si trova oggi a dover combattere contro un tumore maligno che la sta logorando: un settlement all’interno del suo centro storico che giorno dopo giorno avanza, prende nuove case, rende la vita quotidiana impossibile.
La parte del mercato che ancora resiste è coperta da una grata di ferro per proteggere i venditori e i passanti dalle pietre e dalla spazzatura che i coloni lanciano loro dalle finestre.
Un commerciante ci mostra una sciarpa sporca di uova marce che tiene ancora appesa per ricordare ai turisti che cosa voglia dire per lui aprire il suo negozio ogni giorno. Nonostante tutto.
“Pisciano nell’acqua che noi poi beviamo” ci dice, “lo fanno per gioco.” Non c’è odio nella sua voce, ma una desolazione grigia per un’umiliazione che non spera di veder finita.

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Poco più avanti la strada è bloccata. Un gruppo di soldati sta perquisendo un’auto.
Hanno fatto scendere l’uomo alla guida e le due donne che erano con lui.
Qualche minuto dopo ne fermano un’altra con su scritto PRESS. L’uomo, ancora dentro all’abitacolo alza le mani sopra il volante e dal finestrino aperto, lancia la propria carta d’identità sopra il tettuccio.
Da quando è iniziata questa terza ondata di violenza, i palestinesi hanno imparato a non mettere più le mani in tasca per cercare i documenti, perché può essere interpretato come il gesto di sfilare un coltello. E una diversa interpretazione può essere fatale.
Un soldato si avvicina, apre la portiera e l’uomo scende, paziente. Sa che l’attesa sarà lunga.
Qualche passo più in là due giovani, che camminavano ai margini della strada, vengono fermati.
Inizia la perquisizione personale. Li mettono con le mani appoggiate al muro, divaricano loro le gambe con il ginocchio. Non c’è niente da trovare a parte un pacchetto di sigarette nella tasca davanti dei jeans e il portafoglio in quella dietro.
Le due macchine fermate, intanto, sono ancora lì con i rispettivi proprietari in attesa.
In attesa di un sì per poter ritornare alla propria via.

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Qualche incrocio più in là, invece, c’è la strada riservata agli ebrei. Un gruppo di coloni cammina sorridente nel pallido sole invernale.
Un gruppetto di 6 persone: un padre, una madre, due ragazze, un bambino e una ragazzo.
Salutano in ebraico un commerciante arabo che sta fumando una sigaretta, lui abbassa il capo.
Una delle due ragazze tiene a tracolla un fucile come fosse una borsetta. Ci vede e scansa l’amica per essere esterna e proteggere meglio il gruppo.

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Hebron, oggi, è una partita di pallone nel campo da calcio della sede dell’associazione di Youth Against Settlements. La parte sinistra del campo è in zona H2, mentre la destra in zona H1.
Ogni volta che la palla passa nella metà campo di sinistra, solo i giocatori palestinesi residenti possono continuare a giocare contro la squadra avversaria, mentre i non residenti devono limitarsi a chiudersi in difesa.
E’ una partita che non si può giocare eppure si gioca.
E’ una partita che non si può vincere. Ma che non ci si può nemmeno permettere di perdere.

 




Background music
: “We have to change”, Shadia Mansour ft. Omar Offendum
Shadia è stata definita la “first lady of Arabic hip hop”, espressione che le calza particolarmente bene perchè, anche se di origine palestinese, è nata e cresciuta a Londra.
Ogni estate torna nella terra occupata e prostrata dei genitori e gioca con il cugino, Juliano Mer-Khamis (non so se ve lo ricordate, è uno dei fondatori del Freedom Theatre di Jenin).
Insomma, cresce bene.
Nel 2003 inizia a fare un rap che Rolling Stone Middle East definirà passionale, politico e potente, come lei.
“My music sometimes sounds hostile. It’s my anger coming out and it’s resistance. It’s non-violent resistance”, spiega, raccontando della sua musica.
Vale la pena ascoltarla!

 

 

 

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