VIAGGIARE INSICURI: IL GIAPPONE È UN’ISOLA (ANZI PIÙ ISOLE)


Prima di partire per Tokyo non mi sono mai posta il problema di come avrei comunicato con la gente. Certo, in Giappone si parla il giapponese, ma “a Tokyo parleranno tutti inglese”, dicevo a me stessa e a chi mi chiedeva. Nel mio atteggiamento pressappochista, Tokyo era un po’ come una New York, solo più moderna, più tecnologica, più digitale, e con qualche sushi e kimono qui e là, giusto per non far sentire i turisti ingannati. Mi aspettavo di respirare un’aria da metropoli globalizzata, alti grattacieli in vetro di sfondo ad una società variegata, dinamica, multilingue, portatrice di una cultura non più tradizionale ma globale. Ma, in realtà, Tokyo è una città di e per giapponesi, dove gli stranieri sono solo il 3% (contro il 36% di Londra e il 37% di New York). Alti grattacieli sì, ma niente melting-pot culturale e linguistico.

7dbd9602-e62b-4701-84d0-764685af2ea5Il fatto è che il Giappone è un’isola.
A dire la verità, sono più isole: 6,852 per la precisione. E per quanto gli 883 si sentissero “al centro del mondo” (quelli a cui mancasse questo pezzo di storia pop italiana possono recuperare qui), per quanto Tokyo sia uno dei più grandi snodi finanziari globali, per quanto abbiano i cessi più evoluti della storia, dalla mentalità da isola non si sfugge. Specie se si è vissuti isolati dal mondo fino al 1543.

A una società, che, quindi, per ragioni geografiche, tende ad essere chiusa e rivolta su se stessa, si aggiunge un altro aspetto culturale. La società giapponese si è sviluppata su uno stampo di tipo collettivistico (che, peraltro, caratterizza molte società orientali), con, però, una fortissima tendenza a ragionare in termini di “in-group” – “out-group”. Per dirla in breve, gli individui si identificano e si relazionano tra di loro in base ai gruppi sociali di appartenenza, i quali, in cambio di protezione e sostegno, impongono una serie di obblighi e oneri. Il mondo, quindi, per un giapponese, è fatto di cerchi sociali comprensivi di persone via via più distanti. In base ai gruppi in cui il singolo si identifica e al gruppo a cui appartengono gli altri, il linguaggio e il modo di relazionarsi cambia completamente.

 

Chiaramente gli stranieri, cioè i non-giapponesi, si trovano nel gruppo sociale più distante possibile, al di fuori della società stessa. Sono degli outsiders.


Se è vero che la globalizzazione è comunque riuscita, in un modo o in un altro, a insinuare i suoi modelli estetici (il che spiega la profonda diffusione della cultura americana e la riproduzione di monumenti come la torre Eiffel e la Statua della Libertà), la maggior parte dei giapponesi prova puro terrore davanti a uno straniero. Non stupitevi, quindi, se, nel momento in cui decideste di mettere piede in un locale, di quelli fuorimano e frequentati solo dagli afeçionados, tutti incominceranno a scambiarsi sguardi di panico, pensando solo a una cosa: “GAIJIN!!” (cioè, straniero).

Seguiranno farfugli, sudore, silenzio di tomba, tremori nel terreno, lampi tuoni fulmini e cavallette mandate da Zeus.
Gaijin = apocalisse.

Finta torre Eiffel
Finta torre Eiffel

Come biasimarli? Gli incontri con gli Occidentali non sono mai stato uno spasso. La prima volta, nel 1543, gli olandesi hanno voluto dimostrare la presunta superiorità dell’Occidente introducendo le armi da fuoco (“per ammazzarvi meglio!”). La seconda volta, nel 1853, quando il Comandante Perry ha detto una cosa come “o aprite le frontiere o vi faccio fuori a cannonate”. Infine quando gli americani, dopo aver lanciato non una, ma due bombe nucleari, hanno presentato un bel documento con titolo “La Costituzione del Giappone”, chiedendo all’allora imperatore di metterci una bella firmetta (come se avessero scelta).
Pare che sia un vizio, questo della democratizzazione imposta.

 

In una società collettivistica, poi, ognuno ha un suo posto nella società. Guai a disobbedire, guai a volere qualcosa che non vi spetta. Hofstede, negli anni ’70, ha dimostrato come le società collettivistiche tendono ad essere quelle in cui viene più facilmente accettata la disparità sociale. Non a caso, il Confucianesimo, la cui matrice si può rinvenire in numerose società orientali e collettivistiche, vedeva nella disparità sociale un importante mezzo per ottenere una società stabile. I giapponesi che si rifiutano di lavorare 55 ore a settimana, con solo dieci giorni di vacanza all’anno, rischiano il licenziamento. E, alla faccia della flessibilità nel mondo del lavoro, un licenziamento equivale a perdere la protezione del gruppo sociale di riferimento. Allo stesso modo, le donne che decidono di fare carriera anziché sposarsi, vengono spesso stigmatizzate per non essersi attenute al ruolo di madre e moglie che la società si aspetta.

Questo vale tanto per le scelte di vita quanto per qualsiasi altra cosa esca dai parametri del giapponese medio.

Il mio amico Kentaro è alto due metri ed è giapponese. Parla un inglese con un accento misto tra il giapponese e lo scozzese. Il bar in cui passa più tempo è il Lighthouse, a Kokubunji, a mezz’ora di treno da Tokyo centro. Il Lighthouse cerca di ricreare un ambiente da pub inglese: tavoli alti in legno massiccio e cornicioni bassi che risparmierebbero qualsiasi persona di statura media ma non Kentaro. Perenni ematomi in fronte a parte, Kentaro non trova mai nulla della sua taglia: né vestiti, né scarpe, né banchi di scuola. Alle medie gli è stato fatto un banco su misura, che doveva trascinare da una classe all’altra.

375fb5d0-7aea-4792-920e-66a07f9607d8

 


Ma mentre persone come Kentaro un qualche posto nella società lo trovano in quanto giapponesi (o al massimo emigrano all’estero), per gli expat, avvezzi ai meccanismi di una società occidentale ed individualistica, è molto facile rimanere tagliati fuori. Certo, se vi ponete delle aspettative di vita molto basse, tipo lavoro, spesa e al massimo un poker con gli amici il giovedì sera, allora nessun problema. Ma se volete addentrarvi negli ambienti più interessanti, dovete imparare il giapponese. (Oppure potete affidarvi a google translate, come ho fatto io). Il fatto è che a Tokyo le cose succedono, e sono pure molto fighe. L’unico problema è che vanno trovate.

 

Vivendo a Tokyo mi sono resa conto di come gli stessi meccanismi sociali giapponesi passino un unico messaggio, sottile e costante: stai il più possibile nel tracciato sociale. Ovvero, ai cittadini viene chiesto di attenersi a ciò che la società ha istituito, a regola d’arte, per soddisfare i presunti bisogni del loro gruppo sociale. Il che, attenzione, non è per forza giusto o sbagliato, è solo profondamente diverso.

 

Qualcuno una volta mi ha detto che Tokyo è così organizzata che ci si può vivere una vita intera senza sapere una parola di giapponese. Nulla di più vero. Nessuno si aspetta che un gaijin e un giapponese abbiano dei rapporti. Nel momento in cui capite come orientarvi in metro, come funzionano gli sconti al supermercato, e da quale lato della strada guidare, è fatta. Un’intera vita senza MAI rivolgervi a un giapponese.

Distributore automatico di sushi.
Distributore automatico di sushi.

Nel momento in cui, però, vi venisse di esplorare territori inesplorati, o anche solo comprare del sapone di Marsiglia per fare il bucato, siete perduti. Seppur si possa vivere senza sapone di Marsiglia, due cose mi sono state inculcate da mia madre: non diventare una ragazza madre e usare sempre il sapone di Marsiglia. Ma, dopo sei mesi, decreto il Giappone 1-madre 0: piuttosto che rimanere intrappolata in interminabili tête-à-tête in cui tento di spiegarmi al commesso, al direttore, al proprietario, al portiere, alla guardia, a Pino Cammino Passante di Professione, dove tutti cercheranno di aiutarmi senza capire quello che voglio e dando il via ad altrettanti interminabili comunicazioni secondarie, rinuncio al sapone di Marsiglia.
Tanto non capivo comunque i tasti della lavatrice.

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *