VIAGGIARE INSICURI: IL VILLAGGIO CHE NON C’È

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Un giorno un padre prese suo figlio sulle spalle, lo portò su una collina e, dall’alto, gli mostrò le terre su cui era cresciuto suo nonno. E il nonno di suo nonno.

Gli disse che tutto quello che veniva illuminato dal sole era il loro regno. Questo è il Re Leone.
La mano del bambino era piccina, ma afferrava il mondo intero. Questo è Jovanotti.
E tutto va come deve andare.
Nell’arido Negev, invece, niente va come dovrebbe andare.

La strada che collega il Mar Morto a Be’er Sheva è un deserto di pietra.
Al tramonto la luce del sole, che brucia e si consuma, rende ogni masso pepita.
Pochi istanti e poi la El Dorado di Israele si eclissa per lasciare posto ad un nero prato di stelle.
La percorriamo in autobus con ancora il sale del Dead Sea sulla pelle.
Barattiamo la nostra storia con delle gomme da masticare e con l’indicazione della fermata a cui scendere. L’autista ha una moglie in Canada, noi zaini impolverati che raccontano più di noi.

E’ Fadi a individuarci per primo. Ha una coda di capelli lunghi e scuri, occhi liquidi, jeans e maglietta. Non ci aspettavamo un beduino così.
Nella nostra mente sarebbe arrivato cavalcando senza sella, invece usa lo smartphone e guida una Fiat che fa fatica a ingranare la seconda.
Una manciata di chilometri di provinciale e poi il deserto combatte di nuovo contro il cielo per aggiudicarsi lo spazio del finestrino.
Dietro di noi la Be’er Sheva dei grattacieli e dei cocktail universitari.
Davanti a noi il villaggio che non c’è.

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Un villaggio beduino non riconosciuto non si trova sulle mappe.
Vorrebbe essere casa, ma è fatto di lamiere e di legno perché costruire è illegale.
Ci vivono più di 2.500 persone, ma non c’è acqua corrente, né elettricità.
Non ci sono strade asfaltate, né trasporti pubblici. Le ambulanze non ci possono arrivare.
I camioncini della nettezza urbana non danzano di notte nelle piazze. Perché non ci sono piazze, ma i rifiuti, quelli sì.
Per comunicare si gioca al telefono senza fili, ma alla lunga non è un bel gioco. La gente è stanca.
Stanca da quel fatidico 1948.
Prima i beduini seguivano gli spostamenti dei loro animali e coltivavano quello che riuscivano a strappare alla terra polverosa.
Il deserto era la loro casa in cui, nomadi, seguivano i percorsi ciclici che i loro avi avevano imparato a riconoscere tra le stelle della notte.


 

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Poi qualcuno disse che la Palestina era una terra senza persone, per persone senza terra.
Nessuno ci fece caso, all’inizio. Loro erano lì, da sempre.
Si poteva convivere perché il Negev era sempre stato grande a sufficienza per tutti i nuovi figli.
Nel ’48, invece, iniziò una migrazione imprevista e più dolorosa, non guidata dalle stelle o dalle stagioni, ma sorvegliata dai fucili.
L’85% dei beduini venne esiliato in Giordania, nel Sinai, in West Bank, a Gaza.
I pochi che rimanevano furono rinchiusi in una ‘Restricted Area’, da cui non si poteva uscire se non con un permesso speciale.
Un recinto in una terra che era sempre stata senza confini. Fuori l’immenso deserto, dentro la necessità di sopravvivere.

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Le loro terre vennero espropriate e fatte diventare terreno dello Stato.
I beduini persero diritti, familiari, terra, tradizioni. Identità.
“Eppure siamo un popolo orgoglioso”, ci dice Fadi. Difficile da estirpare.
Nella Restricted Area nacquero spontaneamente i primi villaggi. Boccioli della miseria.
La legge li definì abusivi, illeciti, contrari al diritto.
Negarono loro ogni infrastruttura, ogni allaccio alla dignità.
Eppure se ne potevano contare già 46.
Eppure oggi sono abitati da quasi 100.000 cittadini di Israele.

Allora li provarono a demolire.
Le pattuglie del Green Patrol, un corpo paramilitare istituito appositamente per il ‘Bedouins issue’, arrivano solitamente di mattina, verso le 10, quando gli uomini sono a lavoro.

 


Arrivano armati e con i bulldozer.
Lasciano pochi minuti per raccattare le proprie cose, e quei minuti si è imparato a farseli bastare. Non c’è molto di valore, ma le coperte calde e qualche fotografia si trova sempre il modo di portale fuori.
Poi si può solo stare a guardare.
Non è un processo veloce abbattere una casa, nonostante sia solo lamiera.
Radere al suolo richiede tempo e metodo. Razionalità.
E per chi guarda -lì in piedi, con ancora qualche cosa di prima tra le mani- pare una vita.
Una vita che c’era e che si sgretola piano. Rumorosamente. Pubblicamente.
Nell’impotenza di quelle donne, di quei bambini che non possono non guardare, di quei vecchi che hanno già visto e speravano di non vedere più, si annida la miseria di un popolo. E interessa tutti.


 

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“Israele sembra una democrazia” dice Fadi  “ma dobbiamo intenderci su cosa sia democrazia.
E’ una democrazia per gli ebrei. E’ una etnocrazia per i beduini.
E tutto questo mentre il diritto sta da qualche parte, in alto. Fluido.”
La battaglia oggi si gioca anche e soprattutto nelle aule di tribunale. Per cercare di fermare le demolizioni.
Sui tavoli di negoziazione. In Parlamento. Per cercare una soluzione per il futuro.
Perchè i beduini non sono più quelli del quinto secolo o quelli del 1948.
Oggi guidano e sono come Fadi, che mentre torniamo verso Be’er Sheva rilascia un’intervista a una radio che trasmette in West Bank.

I beduini di oggi sono quelli di Twail Abu Jarwal che salgono su una collina, per guardare il Negev al tramonto. E tutto luccica, ma loro sanno che non è oro.
Sono consapevoli che non potranno mai più riavere le terre dei loro nonni. Hanno perso la guerra.
Eppure hanno visto il loro villaggio distrutto.
Raso al suolo 30 volte e 31 volte lo si è ricostruito.
E allora forse non importa più che cosa illumina il sole e che cosa resta in ombra.
Non importa più che lo dicano i padri, gli stessi che qualche anno prima ancora entravano volontari nell’IDF per cercare di collaborare con lo Stato di Israele.
Importa andare all’università. Per essere i beduini di domani.
Per poter finalmente chiamare qualcosa la propria terra.



Background music: “Raining in the desert”, Anna RF
In Shaharut, un piccolo villaggio nel profondo Negev, si inontrano un dj che fa musica elettronica, un mezzo indiano e mezzo tunisino che suona ogni tipo di strumento etnico proveniente dall’est e un cantante rock, che suona anche chitarra e flauto.
Decidono di tenere tutto ciò che sono e metterlo insieme per creare qualcosa di nuovo.
Fanno un electro-ethnic-reggae che fa saltare. E loro sono dei fricchettoni di prima categoria.
Anna RF è un’espressione che in arabo-ebraico significa “lo so e non lo so”.
Sono un po’ insicuri anche loro, insomma.
Peace and love guys!

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