VIAGGIARE INSICURI: JENIN CANTA

Background music:

 



Sul sedile posteriore del service si sta stretti.
Il fumo impregna l’aria e la cenere cade con noncuranza sul tappetino.
Mani ruvide portano la sigaretta alle labbra. Il rosso si accende per poi scomparire in un respiro.
Il taxista non parla inglese, eppure l’uomo -questo essere sfuggito da un pensiero di Dio o da una scimmia che ha perso il pelo, ma non il vizio- è in grado di comunicare lo stesso. Basta volerlo.
Righe di pioggia scura portano via lo sporco dal finestrino inquadrando una campagna brulla che si lascia toccare dal cielo. Lo stesso di qualche centinaio di metri più in là, eppure siamo già in un altro mondo.
Questa è West Bank.

Mohammad, amico di Yafa, amica di Mahmoud, amico di Elena, tutti amici di MAIA (Make An Impact Association) sorride imbarazzato nei panni della guida.
Si presenta rimanendo sulla porta dell’ostello, dietro di lui il sole.
Lo seguiamo in uno slalom imprevedibile tra banchi di frutta e di tabacco, tra calzolai che lavorano le suole e galline che si agitano nelle loro gabbie.
Le strade deserte della notte sono diventate scarabocchi di macchine e clacson, di venditori ambulanti che spingono le loro mercanzie su carretti traballanti, di veli colorati che si districano nel groviglio.
Conturbante.
“Welcome, are you tourists?”, ci chiamano. “Welcome, where are you from?”, ci sorridono. “Welcome, do you want a coffee?”, ci invitano.
Questa è Jenin. Benvenuti!

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La parte vecchia della città è percorsa da muri che parlano e da vie silenziose.
Un’anziana signora si ferma. Ci indica la strada che, in una notte dell’aprile 2002, alcuni guerriglieri palestinesi hanno risalito correndo, inseguiti dai soldati israeliani. In cerca di un nascondiglio.
Nelle stessa strada ora i bambini giocano, tirano le biglie di vetro e le guardano rotolare.
Poco distante si trovano la biblioteca pubblica, la scuola di musica, il Canaan Fair Trade. Una città normale.
Eppure secondo fonti israeliane, durante la Seconda Intifada, ha dato i natali ad almeno 28 attentatori suicidi.
Eppure è la città palestinese sulla quale lo “Scuso difensivo” lanciato da Israele si è abbattuto per 10 giorni, durante i quali l’IDF ha dichiarato l’area zona militare, impedendo ad ambulanze, operatori umanitari e giornalisti di entrare.
Una città normale che, però, ricorda.


 

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Davanti all’ennesimo caffè della giornata -tra i nostri goffi tentativi di imparare i numeri in arabo e le parole in italiano ripetute in modalità Super Mario e con grandi gesti delle mani- arriva il tempo per La Domanda.
Il conflitto. La sua risoluzione.
“Ad Haifa e in molte altre città israeliane arabi ed ebrei vivono insieme. Pacificamente.
Io non ho nulla contro gli ebrei, non capisco cosa abbiano loro contro di noi. Potremmo convivere.
In Europa culture diverse coesistono senza problemi, dialogando, rispettandosi.”
Mohammad non è il solo a pensarla così. Non sono, tuttavia, in molti.
Né al di qua né aldilà del muro. In Europa, in questi giorni, nemmeno.

 

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Jenin è mercato, è un caffé a uno shekel, è i falafel più buoni del mondo.

Jenin è anche il suo campo profughi. Da 62 anni.
16.000 rifugiati. Da tutta la loro vita.
I vecchi, quelli che il campo l’hanno visto nascere e hanno contribuito a costruirlo, sono i profughi della Nakba. Sono gli arabi che vivevano nella regione del monte Carmel e che sono stati strappati alle loro case e alla loro terra dall’appena nato Stato di Israele. Era il 1948. Era la guerra. La prima.
Una vittoria che affermava la nascita del nuovo Stato, per alcuni; una “catastrofe” per 700.000 palestinesi.
Oggi nel campo non ci sono più le tende blu delle Nazione Unite, ma un chilometro quadrato di case basse, povere.
Famiglie. Scuole sovraffollate. Bambini. Un teatro.

 

 


 

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Il Freedom Theater di Jenin è una storia che sarebbe bello raccontare ai bambini. Di tutto il mondo.
E’ un racconto di violenza, di sconfitte, di morte. E’ una testimonianza di speranza, di amicizia, di fiducia nel domani. Che può essere migliore. E se anche non sarà migliore, non potrà essere peggio di ieri.
E se anche lo sarà, come ci si è sempre rialzati, lo si può fare ancora. E ancora.
E’ una storia di vita vera, insomma. Di quelle che ai bambini insegnano che Babbo Natale non esiste e fare i buoni è una scelta personale, intima.
Per la quale non si ricevono regali, ma che permette di guardarsi allo specchio tutti i giorni.
Una storia in cui gli adulti hanno smesso di credere. Come a Babbo Natale.
Sarebbe bello, allora, prendere un nipotino sulle ginocchia e cominciare a raccontare dall’inizio…
C’era una volta, in un paese strano, diviso, in guerra, una donna. Si chiamava Arna Mer-Khamis.
Era ebrea, era israeliana e faceva il soldato. Nel ’48, lei combatteva. Contro i palestinesi.
Un bel giorno Arna conobbe Saliba. Lui era arabo, eppure era amore. Di quelli da matrimonio e tre figli.
Di quelli che fanno cambiare.
Arna arrivò a Jenin con due parole nella testa: educazione e libertà.
Erano gli anni della Prima Intifada, erano parole pericolose. Potevano fare la differenza.
C’erano tanti bambini nel Refugee Camp di Jenin che non sorridevano spesso.
Lo chiamano disordine da stress post-traumatico, che è un parolone, ma che, più semplicemente, significa che succedono cose brutte e che sei forzato a vederle se il tuo parco giochi è la strada del campo profughi.
Nacque -forse per quella voglia matta di spogliare un progetto dall’ingombrante etichetta di utopia- lo Stone Theater. Le pietre erano il simbolo della lotta armata, nel 1993.
Perché non trasformarle in un simbolo di resistenza culturale?
Funzionò, funzionò davvero. Per 9 lunghi anni il teatro era diventato più forte della strada.
I bambini recitavano. Salivano sul palcoscenico e volavano lontano, in un posto dove non c’era la violenza, dove la loro infanzia li aspettava.
Un lieto fine è proprio bello. Scontato.
La realtà sorprende.
Venne il 2002 e vennero i soldati israeliani nel Refugee Camp di Jenin.
Vennero con i bulldozer caterpillar D-9.
20.000 metri quadrati di case vennero rase al suolo. Lo Stone Theater era tra queste.
Il bambino che ci ascolta seduto sulle nostre gambe, a questo punto, strillerà che questa non può essere la fine. No, questa non è la fine.
4 anni più tardi, Jonatan, un attivista svedese, poco più che un ragazzo, arriva a Jenin.
Ascolta la storia di un teatro che non c’è più e se ne innamora.
Sente di doverne ricucire i fili e allora chiama Juliano Mer-Khamis, uno dei figli di Arna.
Juliano è 100% ebreo eppure 100% palestinese. Anche Jonatan è ebreo.
I due si conoscono, si intendono, si piacciono. Condividono un’idea.
Il teatro di Jenin rinasce, come una fenice, ma non per magia.
Si chiama Freedom Theater, questa volta, ma è sempre la stessa storia.
La fine che verrà non sarà l’ultima.
E’ la notte del 4 aprile 2011. Juliano dopo aver chiuso il teatro sta tornando a casa con suo figlio in macchina.
Un uomo mascherato ferma l’auto e spara 5 colpi.
Juliano muore.
Ma ‘The revolution must go on!’ e gli attori del Freedom Theater in questi giorni prendono un aereo per la prima collaborazione teatrale India-Palestina della storia.

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Il Cinema Jenin è uno dei più importanti della Cisgiordania. Fa parte di quella fiaba vera e potente che si chiama resistenza culturale.
Incarna la consapevolezza che la lotta per i propri diritti passa necessariamente per la cultura.
E che tanto lavoro è ancora da fare.
Di fronte al cinema, questa sera, è prevista una manifestazione.
Per il popolo palestinese, per i morti di questi giorni.
Ci sono tutti i nostri amici: Mohammad, suo cugino, Yafa, il direttore dell’ostello, l’attore del Freedom Theater.
Arrivano le bandiere palestinesi, le kefiah, gli hijab; i bambini che oggi abbiamo visto suonare nella scuola di musica portano i loro strumenti. Il vicino negozio di falafel frigge a getto continuo e l’aria è quella dei giorni di festa.
E’ sera. Una sera dolce. I bambini iniziano a suonare. L’inno palestinese si diffonde.
Parla di questo territorio che vorrebbe essere uno Stato, ma che non lo è. Che è spezzato in due. Che è strangolato da un muro.
Eppure la sua gente può ancora cantare.
Nonostante gli attacchi terroristici, nonostante la corruzione della loro classe politica, nonostante Israele, i militari, i coltelli, i proiettili di gomma e quelli veri.
Un mare verde, bianco, nero e rosso che ondeggia pacifico.
Jenin canta.
Jenin resiste.

 

 

 



Background music: “Jenin”, Dutch Nazari
Il rap racconta storie. A volte quelle degli altri.
Quella che racconta Dutch è una storia di vita normale. Normale come lo può essere vivere a Jenin.
Il rap plasma la parola per ricostruire una realtà.
Questo pezzo è una serie di scatti che mi faceva vedere prima di andare; è un quadro preciso e vivido che poi ho ritrovato.
Il rap è a volte un grido. Di riscatto e riscossa. Ribelle. Violento. Libero.
Dutch non urla, ma il rap lo fa bene.
E sa farsi ascoltare.

 

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