VIAGGIARE INSICURI: L’UOMO NERO, LA DONNA IN PANTALONI E ALTRI RACCONTI

Background music


SCENA 1: Gerusalemme, ingresso del quartiere di Mea She’arim, popolato esclusivamente da ebrei haredim (ultraortodossi).
Sole che fa sudare, il brusio di Jaffa Street ancora nelle orecchie, l’asfalto risuona di Vans sfondate.

Personaggi:
Lorenza: 22 anni di risate incastonati tra le guance rosee e gli occhi nocciola. Sorride sempre, ma mai di circostanza.
Lorenza è riccia come le abissine, ma giura di essere nata e cresciuta a Muggia e ogni volta che parla in dialetto triestino mi sento di crederle.
Lorenza corre lontano, a volte. Mette lo zaino sulle spalle e saluta il suo mare. Adora la strada fatta di fatica e di obiettivi. E’ pragmatica e distratta, maldestra e giudiziosa, ipocondriaca e passionale.
Lorenza è un fiore delicato, che si apre con tutti, ma a volte si sciupa. Profuma di buono e di selvatico.
Non sfugge mai, neppure se è rincorsa.

Marta: prova quest’oggi a sperimentare qualcosa di nuovo. Raccontare una giornata in un quartiere surreale come se fosse una scena teatrale. Perché la vita è un palcoscenico dove si gioca a fare sul serio e chi si sente normale scagli la prima pietra.


 

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All’ingresso del quartiere un cartello:
Per le donne e le ragazze che passano nel nostro quartiere
vi supplichiamo con tutto il nostro cuore
vi preghiamo di non attraversare il quartiere con VESTITI IMMODESTI
Segue un’elencazione tassativa di ciò che è considerato decoroso: maniche lunghe, camicie chiuse fino al collo, gonne lunghe fino alle caviglie. I pantaloni non sono ammessi.

I due personaggi si guardano, si osservano da capo a piedi. Jeans attillati scrutano pantaloni aderenti. Maglietta a maniche lunghe nera contro camicia sportiva verde. Sorriso divertito contagia risata rumorosa. Entrano nel quartiere dove si lanciano sassi contro i turisti irrispettosi.



 

SCENA 2: Kikar Shabbat, incrocio principale di Mea She’arim.
Sole coperto da un velo di nuvola, si è fatto dimesso e modesto anche lui. Silenzio di strada intorno.

Le ragazze camminano guardinghe, vicine. Attorno a loro le facciate di pietra bianca dei palazzi sono interrotte da piccole finestre protette da inferriate.
Scatole preconfezionate di case si susseguono uguali. Disorientanti.
I balconi gocciolano biancheria stesa. Solo gli asciugamani colorano la ligia fila di panni pendenti: 16 calzini neri -a due a due per molletta-, 4 camicie bianche, 5 magliette bianche, due paia di pantaloni neri.
Appesi al parapetto rigato di ruggine anche 3 tricicli di colore diverso osservano immobili la strada.

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Marta legge la guida: “Una visita al quartiere di Mea She’arim consente di fare un viaggio indietro nel tempo. Questo quartiere fu infatti realizzato da immigrati ultraortodossi provenienti da paesi dell’Europa orientale, che diedero alle loro nuove case di Gerusalemme lo stesso aspetto di quello che avevano lasciato in Polonia, in Germania e in Ungheria.”
Le due sono saltate indietro nel tempo con un paio di passi appena convinti e sperano, in fondo, di riuscire a tornare al presente pescando una manciata di farina dallo stesso sacco.



 

SCENA 3: La strada principale viene abbandonata -senza prima essersi lasciata sedurre- per una secondaria, più sincera.
L’asfalto scorre lento tra argini di spazzatura che ribollisce al sole. Il vento fa danzare piccoli lembi di busta che si intrecciano per un istante per poi perdersi ancora nella loro solitudine odorosa.
La nettezza urbana di Gerusalemme non è ammessa nel quartiere. Non è decoroso veder passare i camioncini della raccolta rifiuti ogni due giorni. Si preferisce accatastare tutto ciò che di scarto si produce nelle anguste aree non costruite. Radure di plastica che non danno ristoro ai viandanti.

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Un uomo cammina nel verso opposto. Lui nel passato ci è nato e, in cuor suo, spera di non viaggiare mai, né nel tempo né nello spazio. Il Messia è atteso, e non si sa quando potrebbe arrivare dal suo popolo eletto, perciò i rabbini, nel dubbio, consigliano di non lasciare mai Israele.
L’uomo è nero. Nere le scarpe ed i calzini, ampia la giacca di lana che copre un colletto bianco quasi nascosto dalla ispida barba grigia. Il cappello a cilindro, ma non da gala, trova la sua naturale continuazione nelle payot che si lasciano crescere per comandamento.
La Torah dice: “Non taglierete in tondo i capelli ai lati del capo, né spunterai gli orli della tua barba.”
E tutto ciò che dice la Torah, qui, è diventato un lavoro stipendiato dallo Stato e dalle ricche fondazioni di ebrei americane e canadesi. L’unico lavoro che si addice ad un ebreo haredim.
L’uomo nero entra in scena senza parlare, con passo incessante nelle scarpette di cuoio.
Marta e Lorenza si rintanano ai margini della strada, un po’ troppo velocemente per non essere notate.
L’uomo le addita, brontola qualcosa in yiddish, ma non le guarda mai. Non può rischiare di incrociare lo sguardo di una ragazza, non sulla pubblica via.
Quando passa loro vicino, si copre il volto e corre via.
Marta: “Certo che questi ebrei fanno proprio muro!”
Lorenza: “Sì, in tutti i sensi!”



 

SCENA 4: Si sale un vicolo stretto e ombroso e ci si ritrova in un prato di vestiti sventolanti. Un’altalena di pneumatico pende da un albero.

Marta: “Lore, hai notato che le donne hanno tutte lo stesso taglio di capelli?”
Lorenza: “Ma non hai visto che non sono capelli veri? Sono sheitel, parrucche. Praticamente le donne ultraortodosse, una volta sposate, si rapano a zero e poi sopra mettono la parrucca per evitare di mostrare i capelli veri. Nei gruppi ancora più estremisti, sopra alla parrucca la donna si deve mettere anche un cappello, per non dare mai l’impressione di avere il capo scoperto.”
Ridono insieme, ma forse non c’è proprio nulla da ridere.DSCF7572-mod

Voce di Piero Angela fuori campo: Nel 2011, alcune frange radicali di haredim cercarono di imporre una pesante segregazione tra uomini e donne. Comparvero cartelli che indicavano i marciapiedi dedicati esclusivamente alle donne e negli autobus il gentil sesso veniva caldamente invitato ad occupare la parte posteriore del mezzo.
Per placare l’iniziativa c’è voluta una sentenza della Corte Suprema israeliana e turbolenti scontri con la polizia.

 

Un bambino grassottello si avvicina timoroso. Qualcuno ha invaso il suo terreno di gioco. Verranno in pace o si dovrà lottare per il controllo dell’altalena?
Si precipita sulla ruota di gomma e si inizia a dondolare. Le turiste sono state battute.
L’espressione del bambino è la stessa che si può ammirare in un parco giochi di Verona. Beata.
Eppure insieme all’altalena anche le basette dondolano e la kippah minaccia di cadere da un momento all’altro. Ma lui è un bambino e ora è nel suo gioco, nel suo mondo. Lontano dal mondo.
Ci può persino guardare negli occhi.



 

SCENA 5: Strada davanti alla scuola di Mea She’arim, ore 12.00.
Una campanella è suonata da qualche parte liberando un plotone di piccoli prigionieri.
Le ragazze non l’hanno sentita, ma i bambini tra i banchi aspettavano solo quella. Si riversano per le strade festanti, sognando, forse, un volo in altalena.

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Le ragazze si ritrovano immerse nei flutti di bambini e si battono per restare a galla con l’arma del sorriso.
I bambini, sorpresi nel vedere facce così diverse, prima contrattaccano con le linguacce, poi si coprono gli occhi come hanno visto fare ai grandi.
Scappano tenendo per mano i più piccoli, perché qui non si ha paura dell’uomo nero, ma delle donne con i pantaloni.



 

SCENA 6: I personaggi si lasciano scivolare pesantemente lungo la strada che da Mea She’arim porta quasi alle porte del brulicante mercato di Mahane Yehuda.

Pochi metri prima dell’incrocio si trova un cantiere che emblematicamente ricorda che ai bordi di Mea She’arim c’è la città che sale. Lorenza e Marta si fermano per guardarlo. Sembrano quei vecchi di Treviglio che ogni cantiere che si rispetti raccoglie nelle sue vicinanze.
All’interno il cavallo della modernità scalpita per creare il mondo nuovo.
Marta: “Ogni famiglia ultraortodossa ha 5, 6, 7 figli. Quale sarà la società israeliana di qui a 30 anni?”
Lorenza: “Una società travolta. Dall’estremismo religioso e dall’incomunicabilità tra le diverse parti sociali.”
Guardano per l’ultima volta quel cavallo che si dimena e gli uomini attorno che si affaticano per far diventare la forza della belva qualcosa che risponda alle esigenze dell’uomo di domani.
Ma fra 30 anni, o magari anche prima, forse la città smetterà di salire, per ripiegarsi, di nuovo e tragicamente, sulla Torah.
E, forse, questo Boccioni non l’aveva previsto.

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Background music: איך אפשר שלא – ג’יין בורדו (Traduzione probabile: How can you not’, Jane Bordeaux)
I Jane Bordeaux sono un trio che offre un’interpretazione molto particolare di American Acustic Folk Country. Cantano in ebraico e trascinano il loro pubblico, che spesso si sgola dall’inizio alla fine.
Al loro concerto, all’Israel Museum giovedì sera, un ragazzo mi si è avvicinato e mi ha chiesto come facessero a piacermi se non potevo capire il testo.
Ascoltateli anche voi per trovare la risposta!

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