VIAGGIARE INSICURI: NON SI TORNA, VERAMENTE, MAI

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Per volare verso casa si deve lottare.
Le cuciture della valigia diventano un fratellino minore con cui si gioca per non cadere nella lava coccodrillosa che ha invaso il tappeto di fronte al divano.
E allora si spinge, si pesta, si suda, si implora.
Il fratellino minore perde, ma sarà mamma bilancia, a cui nulla sfugge, a decretare il vero vincitore.

Per volare verso casa si fa una stima delle cose raccolte.
Si sceglie un sacco nero per accommiatarsi da un poster sbiadito rubato a Tel Aviv, dalle mille cartine spiegazzate, da 3 scatole di pennarelli consumati, da un dentifricio dimenticato aperto.
Si passa in eredità uno stendino per dire no ai 10 shekels di asciugatrice, un pacco di riso buono, un rotolo di scotch.
Si lascia un ritaglio di sé in tutto quello che non si può riportare.
La granata di tear gas esplosa che ho raccolto a Betlemme e che mi ha fatto compagnia da allora, pur sapendo che sarebbe stata una relazione a termine.
Un arrivederci a cui non ho creduto fino in fondo.
Un tramonto di deserto, una stretta di mano, un vento cattivo. Il caffé di cardamomo.

E la stanza è così vuota quando chiudo la porta.
Asettica come prima. L’avevo vestita di colore ed ora mi fissa spoglia, svergognata. Come prima.
Un prima che si è già dimenticato di ieri. E allora sono io che mi vergogno un po’.
Di credere ancora di poter cambiare le cose. Una stanza. Il mondo. La realtà degli altri.

Per volare verso casa si prende un taxi collettivo.
Arriva 15 minuti prima del mio sentirmi pronta. Interrompe il mio Addio ai monti con quel clacson che qui si preme più della frizione.
L’autista non parla inglese. Litighiamo con la voce e non con le parole per la mia assurda richiesta di non mettere il mio zaino sotto le valigie di tutti perché al computer e alla macchina fotografica ci tengo.
E’ nervoso, sono stanca.
Cerca di farmi scendere e lasciarmi a piedi. Una signora intercede per portare ragionevolezza, ma la voce delle donne è così leggera qui.
Ottengo la grazia di poter usufruire del passaggio per l’aeroporto che ho già pagato in anticipo.
E il finestrino inizia a singhiozzare quella Gerusalemme che non sono riuscita a conquistare. Arrabbiata, sgusciante, magmatica, splendida, finta, irritante, riflessa.
Tra le tendine blu del taxi che scivola, so di essere stanca. Stanca di non riuscire a sentirla normale.

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E’ trafficato il viaggio verso il Ben Gurion Airport.
Lo sherut fende la nuvola di sabbia che la notte ha dimenticato.
Il sole è bianco dietro i minuscoli granelli in sospensione. Non illumina, non scalda.
L’aeroporto è noto per i suoi famigerati controlli e per l’accurata attività di profiling a cui vengono sottoposti gli ignari turisti.
Prima di poter imbarcare il proprio bagaglio da stiva, si deve passare un primo controllo il cui scopo è quello di assegnare un codice a barre.
La prima cifra -che può andare da 1 a 6T- indica il livello di pericolosità del viaggiatore, assegnato in base alla pigmentazione della pelle, all’età, all’abito, al monaco, ai paesi visitati, al cognome.
Il “grado di terrorismo” viene, poi, valutato stimando la simpatia per la causa palestinese che il soggetto manifesta: insomma, se sei impegnato in un progetto di volontariato internazionale in West Bank e hai intenzione di ritornare in Palestina prima di 10 anni è caldamente sconsigliato farne partecipe l’addetto alla sicurezza di turno.
Il tutto è alquanto segreto, perché, si sa, le ragioni di sicurezza temono la trasparenza, quindi non è facile comprendere i criteri di assegnazione, ma suppergiù il tutto funziona così:
1 = cittadino ebreo israeliano, membro del popolo eletto, timorato di Dio e innocuo per gli altri uomini di buona volontà; segno di riconoscimento: basette nere e cappello.
2 = ebreo non israeliano o comitive di cristiani in pellegrinaggio; segno di riconoscimento: croci vistose o basette nere su passaporto straniero.
3 = turisti sprovveduti, in coppia o in piccoli gruppi, di fede non manifesta e non giovani; segno di riconoscimento: sandali con calzini bianchi e cappellino da baseball.
4 = coppie o turisti solitari, con magari qualche visto sospetto nel passaporto; segno di riconoscimento: look casual e assenza di kefiah nel bagaglio.
5 = giovani in gruppo o adulti mal accompagnati, visti scomodi, sguardo intelligente; segno di riconoscimento: scarpe scolorite e fiori intrecciati nei capelli.
6 = giovani soli e senza un visto studenti/di lavoro a giustificare la loro presenza sul suolo israeliano, perché va bene che a Tel Aviv c’è il mare e che Gerusalemme è la città dell’oro, ma chi se la beve che a vent’anni si può andare in Israele per turismo?; segno di riconoscimento: spilletta della pace, dreads, maglietta nonmilavodaunasettimana.
6T = Sei un Terrorista o forse solo un attivista politico che ci crede tanto e allora la differenza tra i due si fa labile; segno di riconoscimento: plurimi ingressi in Israele apparentemente non motivati uniti a tutti gli indizi di cui al punto 6.
Al numero corrisponde un controllo più o meno accurato della propria persona e del bagaglio a mano contro cui protestare serve solo a perdere il volo e a farsi espellere senza la possibilità di tornare.

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Ho un visto studenti stampato sul passaporto, ma a una sola pagina di distanza un visto giordano che non piace per niente. Le 5 kefiah e la bandiera palestinese, poi, non aiutano.
Vengo intercettata ancora in coda.
Un ragazzo in divisa, vedendomi da lontano, mi punta come se avesse riconosciuto chi gli ha rubato l’i-phone.
Ha i capelli rossi. Non è un buon segno, ma è sera e spero nel bel tempo.
Mi fa uscire dalla fila e ora siamo solo io e lui.

Apre il passaporto. Mi chiede che ci faccio in Israele. Me lo chiedo anch’io, da un po’.
Soffoco il pensiero in un sorriso di spontaneità contagiosa.
Sfoggio le tre parole di ebraico che ho imparato e gradisce alquanto.
Seguono le domande di rito: Hai fatto tu la valigia? Stai trasportando oggetti di altri? Hai mai lasciato incustodito il tuo bagaglio?
Poi gira la pagina e vede il visto della Giordania.
Il cielo fuori si fa sempre più grigio.
Per quanto tempo sono stata in Giordania, chi era con me, se conoscevamo qualcuno prima di partire, se abbiamo conosciuto qualcuno di locale, se mi sono fatta nuovi amici.
Torniamo a parlare di Israele, che è meglio.
Hai mai dormito in una casa privata durante qualche viaggio?
Ci gira intorno un altro po’, io mi chiudo in difesa come la Grecia all’Europeo 2004.
Sei mai stata a Ramallah, per esempio? Eccola, La Domanda. Sì, per esempio sì.
A questo punto fa un gesto ad una collega; ragazza pienotta sostituisce rosso, ma la storia è sempre la stessa.
Le domande si ripetono. Le stesse di prima, ma un po’ più precise.
Chi era con me in Giordania, e a Rammalah, date. Non ricordo tutto.
Ok, allora le date non sembrano più importare.
Mi chiedono di fare lo spelling di T-R-E-N-T-O.
Ringrazio il cielo di non studiare a Caltanissetta, perché sulle parole lunghe mi perdo.

Arriva il terzo: un belloccio in camicia da responsabile.
Ricominciamo.
Ci perdiamo a parlare della mia amica Saaluja, che era con me in Giordania, che è nata in Danimarca, ma i suoi sono dello Sri Lanka.
Non gli piace questa mia amicizia, la immagina troppo nera o troppo dell’est.
Eppure è cittadina europea da 2 anni più di me.
Mi accompagna personalmente all’imbarco bagagli.
Mi dà un 5, ma di numero e non di battito. Mi augura anche buon viaggio. Mi sorride.
In fin dei conti è il suo lavoro fare domande e dare numeri di pericolosità.
Spero lo paghino tantissimo.

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Il metal detector mi aspetta.
Mi hanno preparata: se al primo controllo si riceve 5 o 6 si ha diritto ad un’accoglienza speciale.
Dopo essersi spogliati di tutte le cose metalliche e aver dato in pasto il bagaglio a mano a una lingua che scorre, come in ogni altro aeroporto, inizia il trattamento VIP.
Una ragazza mi scorta sulla destra.
C’è un altro metal detector da superare e poi il controllo specifico delle scarpe.
Il mio zaino viene preso e completamente svuotato: una ad una escono le cose pesanti che nella valigia da imbarcare non ci stavano.
I miei libri vengono accuratamente sfogliati. Aperti a caso, poi tenuti sollevati per le copertine per scovare eventuali pizzini eversivi.
Un paper di diritto umanitario pare molto sospetto, ma è in inglese e dunque la comprensione del contenuto aiuta a non ritenerlo un manifesto sovversivo contro Israele.
Il più grande indagato, però, è il “Manuale di Procedura Penale”, Lozzi, edizione 2014.
Per un lungo secondo non so se temere o sperare che me lo sequestrino.
Ne traduco, in maniera terribile, una frase a caso.
Sia mai che al suo interno sia contenuta la formala magica che consente di dirottare gli aerei.
La sicurezza dei passeggeri del mio volo viene prima della competenza del giudice di pace e su questo non ci piove.

Le mie cose catalogate in vaschette di plastica grigia vengono passate con un tampone e poi il batuffolo posizionato in un rilevatore di tracce d’esplosivo.
Si accende la luce verde.
Non pare io sia una terrorista, ma solo un passeggero con pessimi gusti di lettura.
Buon viaggio.
Grazie.

Ed è stato proprio un buon viaggio.
E poi Giulio, il pizzaiolo che ha cugini giù a Napoli, è aperto anche alle 2 di notte.
E allora l’Italia, nonostante la mafia, nonostante la fila di pensionati alle poste, nonostante Moccia e il canone Rai, è il Paese più bello del mondo.
Sono a casa.

 


Background: “Alone we stand – Alessia Del Bianco e Fulvio Riguggio.
Questo documentario è la storia di un respingimento al Ben Gurion Airport, e di un progetto teatrale tra Italia e Palestina che non accetta di essere fermato.
Pietro Floridia -registra, drammaturgo e direttore artistico della compagnia Cantieri Meticci- si sta recando a Beit Jala per dirigere “Shakespeare’s Sisters” all’Al-Harah Theater, ma viene fermato all’ingresso e, dopo 8 ore di interrogatorio, rimpatriato con l’interdizione di tornare in Israele, e dunque in Palestina, per 5 anni.
Inizia un lungo periodo di prove fatto di chiamate skype, di telefonate intercontinentali, di direzione a distanza estenuante, ma allo stesso tempo divertita.
“Shakespeare’s Sisters” alla fine va in scena e lo spettacolo viene replicato in 15 centri della Cisgiordania.

Qualcosa di bello per finire, che fa venir voglia di ripartire perché la Palestina è un viaggio da cui non si torna, veramente, mai.

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