VIAGGIARE INSICURI: THE OLD CITY, IL CENTRO DEL MONDO

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(Background music)


La prima pioggia minaccia Gerusalemme, ma le nuvole corrono veloci riservando sprazzi di sole.
Regalo solo 5 minuti in più al mio sonno, poi lascio vincere a tavolino la voglia di fare la turista.
The Old City. La Città Santa. Il centro del mondo.

La Città Vecchia è un nodo di vicoli stretti e sandali, di luoghi sacri e profanissimi souvenir.
Le possenti mura di Solimano il Magnifico abbracciano le tre più importanti religioni monoteiste, le strangolano in meno di un chilometro quadrato e le forzano a stare insieme.
Nonostante le rispettive verità, nonostante la propria esclusività.
Mentre aspetto un paio di amici alla fermata dell’autobus, mi fermo a parlare con un barbone.
Tra le rughe e la barba bianca si intravvedono dei disegni.
Una stella di Davide sulla guancia destra e una Menorah su quella sinistra. Tatuaggi.
Mi racconta di quando glieli hanno fatti, aveva 7 anni. Ha sentito male, ma solo per poco.
Hanno vissuto con lui, hanno visto quello che hanno visto i suoi occhi. Per un’intera vita.
Mi chiede se credo in un Dio. Uno, tra i tanti.
Dio dà valore alla vita dell’uomo, mi spiega. Dio ci vede sempre e punisce chi non crede nella sua forza.
Mi guardava, mentre seduta sulla panchina giocavo a catturare i raggi di sole nella macchina fotografica. Ero sola, mi dice. Sola.
Gli amici non sono abbastanza per riempire una vita, perché le ragazze sono regine e devono trovare il loro re. Io ho già trovato il mio?

La Città Vecchia è una donna di pietra. Contesa tra i suoi amanti. Venerata dai suoi devoti. Desiderata da chi non la possiede. Rapita, perduta, percossa.
I suoi 4 quartieri -cristiano, ebraico, mussulmano e armeno- sono diversi umori con cui, capricciosa, le piace giocare.
Custodisce la memoria delle distruzioni e le sue ricostruzioni, di secolari guerre di fede, di identità in lotta. Ha visto la forza dell’uomo sconfitta dalla sua bassezza. Come ogni donna, forse.
E come ogni donna, pur lacerata, è sopravvissuta.

Sotto la porta di Jaffa suona tutti i giorni un’arpa. La sua musica fa da membrana tra la Gerusalemme dei tram veloci e il silenzio della Old City.
Passi diversi si lasciano prendere per mano dalle note. Si fermano per lasciarsi trascinare.
Solo un momento, poi scompaiono nel quartiere cristiano.
Percorrendo la Via Dolorosa, il cammino che compì Gesù, portando la croce fino al Calvario, arriviamo alla Basilica del Santo Sepolcro. Emblema della cristianità e sacro vessillo delle Crociate.
Sulla soglia mani di colore diverso fanno differenti segni della croce. Chi più volte. Chi con le dita racchiuse. A volte in ginocchio. A volte in piedi.
All’interno le candele bruciano in file regolari. Le fiamme cercano di lambire gli alti soffitti, ma la cera cola in fretta e solo un riflesso tenue riesce a propagarsi lontano.
Fuori si vende. Candele. Spezie, sciarpe, pesanti crocifissi, fresche spremute di melograno.
Un mercato rumoroso e variopinto. Un bazar per turisti, con tanto di cartoline kitsch e magliette ‘I love Jerusalem’.

291015_DSCF6950-PS_Photo_Enrico_PrettoDi bancarella in bancarella i venditori si fanno diversi, i passanti cambiano colore.
L’ultimo stralcio di conversazione in italiano -un emblematico “dov’è mio marito?”- cede il passo ad uomini vestiti in nero che scivolano silenziosi facendo dondolare le basette ricciolute.
I berretti da baseball si trasformano in kippah colorate che i bambini tengono in equilibrio sulla testa mentre corrono a casa con un pacchetto di patatine tra le mani.
Il quartiere ebraico è ordinato, pulito, schivo.
All’ingresso della galleria del Cardo Maximum c’è un baracchino di ‘Thank Israeli Soldiers’, un’organizzazione che si occupa di far sentire il sostegno della popolazione israeliana ai soldati, tramite l’invio di pacchi di viveri e organizzando incontri di sensibilizzazione.
Rifiutiamo con garbo di scrivere una letterina, Natale è ancora lontano.
Il Muro Occidentale ci accoglie imponente. Le pietre si vestono di raggi di sole per concorrere con l’oro della Cupola della Roccia che dall’alto le osserva.


Uomini da un lato, con kippah usa e getta per i turisti. Donne dall’altro, secondario, più dimesso.
La roccia è levigata da secoli di mani. Ogni crepa si fa messaggero tra la penna dell’uomo e l’orecchio di Dio. Le palpebre si chiudono in un raccoglimento bisbigliato.
La testa dondola per accompagnare il ritmo della supplica.
E non è lo stesso Dio per cui bruciano le candele. E non è lo stesso Dio per cui canta il muezzin.
Questo è un Dio il cui nome non può essere pronunciato e la cui presenza non abbandona mai il suo Muro del Pianto.

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Raakin trasuda 30 anni di corse tra le viuzze del quartiere mussulmano.
La sua pelle è stropicciata, ma il sorriso abbraccia.
Ci intercetta sulla porta del suo negozio e siamo già sue.
Vende tutto ciò che gli altri bottegai non vogliono: monete di nessun valore, trottole di legno, foto sbiadite. Ricordi. Non suoi. A buon mercato. Magnetici.
Da un giornale ingiallito una giovanissima regina di Giordania saluta composta. La sua bellezza lo fa sospirare. Ci invita per un caffè. Ci studia da vicino prima di condividere con noi il suo tesoro: una vecchia cartina della Old City. 1948. Per i luoghi santi si moriva quell’anno. Si muore ancora.
Qualche passo più in là, Mohammad ci indica la finestra che ha dovuto aprire nel muro della sua casa quella volta in cui i soldati israeliani avevano saldato tutte le porte della via e sua nonna, rimasta all’interno, non poteva più uscire.
Ci lascia andare in cambio della promessa di tornare. Per altre storie. Memorie. Le sue.
Svoltando l’angolo, l’oro della Cupola della Roccia ci sorprende. Vicina che la si può quasi sfiorare.
Siete mussulmane? No.
I tre soldati hanno il mitra al collo, come sempre. Si guardano, ci guardano. Non si può passare. Questa parte del quartiere è chiusa ai turisti. Hanno la nostra età, eppure entrare in panni da militare invecchia, la guerra anche di più.
Insistere serve solo a farsi dare degli orari: tutti i giorni dei periodi di alta tensione dalle 7.30 alle 11.30 e dalle 12.30 alle 13.30. Il Governo vuole così.
La Cupola della Roccia brilla indifferente mentre dalla terrazza dell’Austrian Hospice ci lasciamo avvolgere da un tramonto nuvoloso. Ci si è abituata, lei.
E’ da molto che non vede un giorno di bassa tensione.

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Gerusalemme è una città militarizzata in queste ultime settimane.
Sono atterrata avendo visto un mitra solo nei peggiori action movies americani, ora è diventato qualcosa di usuale. Normalizzato.
Ho imparato che i soldati non sono sbadati come me, che dimentico sugli autobus anche le mutande. Loro la sicura si ricordano di metterla. Soprattutto sugli autobus.
Anche se a volte la tolgono.
Ho scoperto che con alcuni di loro si può parlare e che sono golosi di kebab.
A volte sognano di girare il sud-est asiatico, lasciandosi un po’ di Israele alle spalle.
Ho capito che non a tutti piace la vita sotto le armi, ma che qui è un dovere.
Passibile di galera.

Gerusalemme è bella, ma non ci vivrei.
E’ una bolla di sapone che prende i riflessi del cielo.
Ma si sa, le bolle sono fragili. Possono scoppiare da un momento all’altro.

 

 


Background music: “Jerusalem of Iron”, Meir Ariel
Nel 1967, in occasione del XIX Giorno dell’Indipendenza, a Naomi Shemer venne chiesto di scrivere una canzone per celebrare la città di Gerusalemme. Nacque ‘Jerusalem of gold’, testo commuovente e farcito di echi del Talmud. Richiamava il ‘confine urbano’, il muro che divideva Gerusalemme in due parti: una israeliana e una sotto il controllo della Giordania. Fu un successo.
Tre settimane dopo scoppiò la Guerra dei Sei Giorni e la canzone diventò presto un inno delle truppe israeliane per la riunificazione di Gerusalemme.
Solo qualche giorno più tardi, la Shemer aggiunse un’ultima strofa per celebrare la schiacciante vittoria.
Il paracadutista israeliano Meir Ariel aveva combattuto a Gerusalemme e aveva visto il prezzo della conquista. Non ci vedeva nulla di cui andare orgogliosi.
La piazza del mercato di Gerusalemme Est non era vuota -come cantava la Shemer- ma brulicava.
I bambini l’attraversavano correndo dietro alle gonne delle madri, mentre i vecchi fumavano bevendo il caffè.
Arabi. Persone.
Nacque così, per un senso di ribellione ed un guizzo di empatia, ‘Jerusalem of Iron’.
Stessa musica. Stessa guerra. Parole diverse.

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