VIAGGIARE INSICURI: TRIPUDI DI INVOLTINI PRIMAVERA E FONTANE DI SALSA DI SOIA

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Lo sapete qual è il paese in cui chi vi dice che avete un naso grande vi sta in realtà facendo un complimento? La Cina. E lo sapete qual è la persona che più se l’è presa? Elena, la mia compagna di scorpacciate di ravioli cinesi. E sapete chi ha passato tutta la giornata a convincerla che non è così? Io.

Elena ed io siamo approdate in Cina il 2 febbraio. Esattamente 10 giorni dopo che avevano chiuso le scuole per il freddo. Potete avere tutte le maglie termiche Quechua che volete, ma a -20°C, l’ipotermia coglierà tutte le vostre estremità e l’unica salvezza sarà farsi un’acqua calda. Sì proprio acqua calda, perché è questo che bevono i cinesi.

Ci aspettavamo tripudi di involtini primavera e fontane di salsa di soia, ma la verità è che la salsa di soia nemmeno sanno cos’è. Quella cosa liquida marrone sul tavolo è aceto.
Comunque, involtini e salsa di soia a parte, io ed Elena sapevamo molto poco di Cina. Ma la Cina di noi sapeva tutto. Perché per avere un visto non basta allegare un bella foto sorridente e dichiarare che non si è mai subito una condanna penale. La Cina deve sapere chi sei, dove vuoi andare, in che posti vuoi dormire. Deve sapere i nomi dei tuoi familiari e chi ti finanzia il viaggio. E vuole una foto di quelle tristi da passaporto.

Non ci mettiamo molto a capire che ci troviamo in un regime. La mania di controllo in Cina è palpabile. Non c’è mai stato un attacco terroristico ma ci sono check point e controlli raggi X ad ogni entrata: non importa se è la metro, la stazione o il mausoleo di Mao. Per raggiungere Piazza Tienanmen basterebbe attraversare una strada dalla fermata di Dong Zhi Men. Ok, è una strada piuttosto larga, forse un viale, ma è pur sempre una sola strada. Eppure, le transenne posizionate a mo’ di cornicetta lungo il perimetro del marciapiede e al centro della via, rendono impossibile l’attraversamento pedonale. Tienanmen, la Piazza pubblica più grande del mondo, la piazza simbolo nel mondo della opposizione al regime comunista e che, invece, è beffata da un’enorme rappresentazione di Mao appesa all’entrata della Città Proibita lì davanti, può essere raggiunta solo passando attraverso tre check point. E decine di scale su e giù per sottopassi. Una famiglia viene fermata perché ha un pugnale di plastica tra i giochi del figlio.

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È il periodo peggiore per viaggiare. Non solo fa freddo, ma è anche il Capodanno cinese. Per carità, un Capodanno senza freddo non sta né in cielo né in terra ma qui il Capodanno è una roba seria. Si parla della più grande migrazione regionale del pianeta. 200 milioni di persone che si spostano su aerei, traghetti e soprattutto treni. Così tanti che io ed Elena viaggiamo in piedi, con i cosiddetti “standing tickets”. Perché se non avete un biglietto, manco ci entrate in stazione. E infatti, per poter salire su un treno aspettatevi i seguenti passaggi: controllo del documento d’identità e timbro sul biglietto all’entrata della stazione, raggi X e metal detector per bagagli e persone, secondo controllo e obliterazione a mano del biglietto per accedere ai binari, terzo controllo del biglietto da una guardia che indica la direzione giusta nei corridoi soprastanti le rotaie, quarto controllo da parte dei controllori alla porta di ogni vagone, eventuale controllo durante il viaggio. In pratica, più timbri controlli, più potere hai.

Ma non è che vada a tutti bene, ‘sta roba del controllo. Kevin, il couch-surfer che Elena aggancia grazie alle sue spiccate abilità di public relations (un master in studi internazionali servirà poi a qualcosa no?) ci invita a casa sua per il Capodanno cinese. Ecco, prendete una tipica famiglia della periferia di Treviso, con tanto di nonni, zii, e un cuginetto solo per nucleo familiare. Mettetegli degli occhi a mandorla, una sigaretta in mano agli uomini e la stessa abilità con l’inglese. Sullo sfondo la tv accesa con l’equivalente cinese del programma che Rai 1 ci propina di anno in anno. Se non altro, i cinesi non hanno Carlo Conti.
I Romani dicevano in vino veritas, noi diremo in baijiu (tipico liquore cinese) veritas. E, dopo una serie di shot di baijiu (perché se beve uno, devono bere tutti), a stomaco vuoto, Kevin non tenta più di mascherare il suo astio verso il governo. “È tutto falso”, dice, rivolgendosi al programma in tv. Indicando i suoi genitori, prosegue: “Loro ci credono, gli danno retta. Lì [nel programma] sembrano tutti felici. Ma è tutta una menzogna”. Prende il telecomando e scorre tra i canali. Su ogni canale viene riproposto lo stesso identico programma. Altro che George Orwell.
Kevin e tutta la sua famiglia allargata abitavano in una casa tradizionale di loro proprietà. Una casa sviluppata su una serie di cortili interni, tutta su un unico piano. Poi, un bel giorno, il governo ha deciso di giocare al lupo e i tre maialini. Gli ha espropriato la terra e raso al suolo la casa per costruire palazzoni di cemento. “Certo, a ognuno hanno dato un appartamento grande e bello, ma adesso viviamo divisi e in un posto che non è casa nostra” ci dice.

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Il Propaganda Poster Center di Shanghai, poi, è una tappa al limite dell’inverosimile. Si tratta di un’esposizione di manifesti di propaganda comunista esposti nello scantinato di un complesso nel cuore della Concessione Francese, il quartiere più posh di Shanghai. Dalle finestrelle in alto si intravedono le gomme di Porsche e Audi parcheggiate, subito sotto immagini di alleanze cino-russe. In alto la Cina dell’apertura ai meccanismi capitalistici, in basso la Cina della repressione comunista. In alto la Cina delle diseguaglianze, in basso la Cina dei diritti negati.
Su una parete vengono riportati tre poster realizzati a distanza di tre anni l’uno dall’altro raffiguranti la stessa immagine: Mao che tiene un discorso, e dietro a lui il suo entourage. Nelle versioni successive al primo, alcuni dei suoi vengono sostituiti o scompaiono. Ma d’altronde, in Cina, le persone scompaiono in continuazione. Scrittori, artisti, librai, amministratori delegati, attivisti per i diritti civili.

Elena continua a ripetere che lei in Cina non riuscirebbe a viverci. Le mancherebbero le libertà, quelle che sfoderiamo come carta jolly in ogni discorso che lontanamente tocchi la politica, ma la cui esistenza diamo tanto per scontato. Ma qui, in Cina, i discorsi da intellettualoidi non attaccano: stiamo parlando di un governo che ti toglie la casa e ti legge le mail. E quando il rischio è che si sappia che sei iscritto alla newsletter di fedezofficial.com, siamo tutti d’accordo con Elena.

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