IL MANUALE DELL’INSICURO: AMICI MIEI ATTO ULTIMO

Ore tre del mattino. L’insicuro entra in casa, butta lo zaino e la giacca per terra, getta le sigarette sul tavolo e si lascia cadere sulla sedia.

«Basta! – urla – Io non ne posso più!»

Digrigna i denti, si tira un pugno sulla coscia, se ne pente e si incazza ancora di più. Voglia la sorte che nessuno, a quell’ora di notte, si trovi nella sua stessa stanza. Voglia la sorte che nessuno si azzardi ad interagire con il Nostro, credendolo se non sobrio almeno in grado di intendere e di volere. Voglia la sorte che nessuno – non i coinquilini e neppure il legittimo proprietario di quella cucina – abbia il coraggio di chiedergli che cosa è successo.

«Che cosa è successo?!? – la sorte non ha voluto, e l’Insicuro sbraita – Te lo dico io che cazzo è successo! È successo che il qui presente con X non ha più niente a che fare, capito?!? Fine, fanculo, ciao grazie. Non ne ho più!»

No, non è come potrebbe sembrare. Oddio, sì, l’Insicuro è chiaramente secco come un palo – come è sua abitudine nei giorni che vanno dal lunedì alla domenica – ma, no, X non è l’ennesima preda notturna sfuggita alle grinfie del Nostro, né tantomeno la disgraziata che frequenta di giorno. Le cose stanno molto peggio di così.

L’Insicuro, rovesciando con un solo mirabile gesto e il posacenere e una lattina di birra a metà che nel suo immaginario diventano nuovi nemici contro i quali indirizzare gli insulti della sua afasia alcolica disfunzionale, tenta di spiegare a chi lo ascolta (?) che stasera gli è capitata la magagna più insidiosa di tutte: X è il suo amico, è con lui che ha litigato, «ma c’è sempppre da spiegare tutto qui, eh, oh no, cazzo.»

Cronaca più e meno fedele di come è andata. L’Insicuro, alle ore 22, si trova al bancone del bar e, con lui, il suo amico X. Il Nostro sta offrendo il giro per l’antica legge del baratto: stasera ha finito il tabacco. Dopo molto tempo, proprio quando la loro ordinazione diventa consumazione, ecco entrare nel locale la Bionda e la Mora. Lo sguardo dei Nostri avventori si fissa su queste in modo languido, bramoso e a tratti inquietante: il loro arrivo ha sconvolto l’equilibrio della serata. L’inevitabile è nell’aria.

I: «La Bionda o la Mora?»

X: «La Mora.»

I: «Ok, io la Bionda…quindi, è andata?»

X: «Sì, andata.»

I: «Già.»

X: «…»

I: «…cambiamo bar?»

X. «Sì dai, cazzo, fuori di qua.»

Per l’Insicuro ci sono delle priorità: la zingarata con X non prevede tentativi di abbordaggio. Questo perché, in primo luogo, la serata picaresca con gli amici al bar è il momento di qualità dedicato alla famiglia disastrata che si è scelti: le futili ed effimere distrazioni tipo la riproduzione della specie non sono ammesse. In secondo luogo, per quel risibile e del tutto trascurabile discorso intorno al fatto che l’Insicuro rimorchia solo se si tratta di camion.

Così, i Nostri eroi si spostano e continuano una serenata alcolica che conosce diverse variazioni. In un altro bar fanno due di Long Island, una sigaretta, un altro giro, cambiano bar, due sigarette, un altro giro e così via, per diverso ed inverificabile tempo. L’ebrezza, infatti, modifica la loro percezione della realtà: poco male quando si tratta di passare davanti ad uno specchio o di non pagare un conto in un locale, ma molto male quando si tratta di intavolare discussioni serie.

Infatti, d’un tratto, dalle risate più sguaiate l’Insicuro e X passano alla virulenta lite. Prendono a urlarsi contro, in mezzo alla folla, e a far mulinar le mani. L’Insicuro – che dà a X del «becero boccalone!» – riceve in risposta un tutto sommato pacato «figlio di puttana sarai poi tu!» Si scontrano fisicamente: gonfiano i petti, si impattano e come polletti puntellano i piedi, facendosi l’un l’altro la voce grossa.

Un amico comune, annoiandosi a morte mosso da alti sentimenti, interviene. Tenta di sedare la lite con l’arma che, da secoli e secoli, viene consigliata a chi ha a che fare con due ubriachi: il dialogo razionale.

«Ma che fate, ragazzi? – prova a calmarli il pacificatore – Perché mai litigate? Voi siete amici

A nulla valgono le parole del paladino della giustizia con le Vans (parole che non erano esattamente queste, ad essere sinceri). L’Insicuro, sdegnato, sgancia dal moschettone delle chiavi la linguetta di una lattina di birra: «Riprenditi i tuoi regali, ingrato della merda!»

X resta sconvolto da questa provocazione e lancia all’Insicuro la stecchetta di filtri che poc’anzi gli aveva dato, dimostrando in un sol gesto il suo odio per il Nostro e l’intelligenza strategica che li aveva avvicinati. L’amico comune non avendo di meglio da fare non demorde: insiste per sapere quale è stata la scintilla della funesta, reciproca ira.

 

«Il nostro amico signor Sapientoni, qui – argomenta, additando, l’Insicuro – vuole taaaanto avere ragione. Il problema è che non ha un cazzo di ragione. Ma sa tutto lui, no? Laureato in mona che non sei altro.»

«Io ho ragione, coglione! Te lo dirò ancora cento volte: dice L-E-G-G-O, non V-E-D-O! LEGGO, stramaledetto!»

«Arrrogante che sei, ti dico di no, fetente – lo sguardo dell’Insicuro si cementifica di rancore – e pensare che una volta io chiamavo te amico, che stupido.»

«LEGGO!»

«La canzone dice “Cosa VEDO? Preferisci del Vov!” non “Cosa LEGGO”, cristo. Ma se non sai le cose, TACI!»

 

Un’ora dopo questa burrasca, l’Insicuro è seduto nella stanza in cui lo abbiamo lasciato. È fuori di sé come solo chi è vessato dall’onta del tradimento e da un ritorno a piedi senza cuffiette può essere. Finisce tutti i fondi di bottiglia che trova in giro per casa, due. Continua a borbottare insulti, in botta da bile e, maledicendo il nome di X, sviene.

 

***

 

Il mattino seguente, i caldi raggi del sole illuminano il corpo ancora vestito, scarpe comprese, dell’Insicuro che – bauscina alla bocca – si ridesta. Una carrellata di flash di ieri notte lo investe: aperitivo con X, «allora a sto punto [h 18.34] facciamo seratona», il bancone appiccicaticcio del bar, l’arrivo della figa, scappare, bere, salutare compagno delle medie, prendere per il culo il Pier che si è fidanzato, bere bere bere, fare pipì contro il muro, quella battuta fetish su Adinolfi, perculare ancora il Pier, rubare da bere, correre forte, gara con gli ombrelli, «ma di chi erano?», ridere, tris di shottini e…«mer-da»: l’Insicuro si è appena ricordato di aver litigato con X, con il suo amico X.

Sì, ma aveva ragione il Nostro, aveva tutto il diritto di incazzarsi tanto, cristo…o no? Perché non ci si comporta così: non si può bere tanto se poi non si sa stare al mondo, cazzo! Perché l’Insicuro, al contrario… beh, va beh, ok, però sbagliare il testo di TVUMDB è inaccettabile, immorale e…mmm.

L’Insicuro è colto dal dubbio: prende il telefono, digita forte “Angolo Testi” e resta lì, a fissare il vuoto. Ecco che prova quella spiacevole sensazione che gli è tipica la mattina. No, non è la fame, è il rimorso. Gli sembra di sentire la voce di sua nonna – indulgente, carezzevole – che gli domandava col sorriso, quando il Nostro era un bambino: «Non è che forse hai esagerato un po’?».

Certo, il senso di colpa del Nostro di oggi non è dovuto come allora a venti goleador ingollate prima di pranzo. E, certo, sua nonna non è davvero lì, non lo sta davvero fissando come faceva un tempo con pazienza e amore per poi randellargli gli stinchi col mattarello tante volte quante le cartacce che l’Insicuro aveva nascosto sotto il divano. Ma, certo, prova ancora quello che provava a quel tempo: vergogna.

E adesso che si fa? «Non resta che mollare tutto» pensa l’Insicuro. O cambiare città, rifarsi una vita, non pensarci o pensare di essere stati nel giusto e anche incompresi, che alla fine chissenefrega, che tanto si nasce e si muore soli, che buttare via in una notte un’amicizia di anni non fa niente, che altre e nuove orecchie ascolteranno i podcast sui suoi tragicomici fallimenti amorosi, che la solitudine fortifica, che a cenare da soli si spende di meno, che le battute fanno più ridere se dette allo specchio, che…

Tutto inutile. Non ha senso starsela a raccontare: per l’Insicuro non c’è smacco più grave della perdita di chi, al suo fianco, affronta quell’altalena di speranze e delusioni che ha l’umorismo di chiamare vita. Non c’è niente al mondo che valga più degli amici, anche quelli non proprio proprio bianchi. Allora, prima ancora di lavarsi i denti, capisce che deve agire.

Trovato. Scriverà a X il messaggio risolutore perfetto, la digitale missiva di pace che farà capire al suo amico il valore che il Nostro gli attribuisce, la frase lapidaria con cui gli esprimerà – una volta per tutte – quanto il loro rapporto sia importante, ma che dico importante, vitale per lui. L’Insicuro spiegherà a X che non importa farsi bruttissimo da sbronzi, l’importante è che ricapiti ancora.

Si chiude in un momento di silenzio. Pondera, si scrocchia il collo, pondera e poi si illumina: è ispirato, ci siamo.

 

I – Vez, oggi pranzo da me?

X – Ok, bella.

 

***

 

P.S.: se sei un Insicuro, o peggio se sei amico di un Insicuro, sai che nel tempo dovrai perdonare molto. Il Manuale dell’Insicuro, obtorto collo, ti offre un breve elenco di esempi.

Inevitabili danni collaterali dell’amicizia Insicura: ritardi di ore, noleggio di fidanzata, sbronze tanto improvvise quanto furibonde, ammanchi nel portafoglio, cronico scrocco di cene, inquantificabili perdite di tempo, visione forzata di foto impudiche, scambi di mutande, medî in gola, una gif in risposta a un tuo messaggio chilometrico, sprechi di energie, calorie sbagliate, risse finte, lo spoiler dell’ultima puntata della serie che stai vedendo, dichiarazioni d’amore per ischerzo, un dito (non tuo) nel naso, quotidiane promesse di redenzione, risvegli in quattro, spartizioni (tre quarti a me uno a te) di merende, procrastinazioni infinite, minacce, arresti, gravidanze indesiderate, uno schiaffo.
Ma anche: spaghetti aglio e olio alle cinque del mattino, una felpa sporca di vomito quando hai freddo, una risata in faccia quando soffri, una mentos sottobanco quando arriva lei, una bestemmia urlata quando non hai la forza di dirla tu, un coro da stadio davanti a un convento quando hai l’ansia per la tesi, un vaffanculo quando te lo meriti, un pomeriggio a Negroni quando volevi studiare, un pranzo alle quattro quando la tua morosa ti aspettava alle due, uno zaino sporco di fango quando non sai dove mettere le birre, una raccomandazione al sert quando non ti resta che quello, una risata al megafono in un orecchio, un pavimento dove dormire, le supercazzole corali, i doppi sensi invertiti e scadenti, una testata quando hai un brufolo in fronte, un Ottobrino gigante quando hai una sete che brucia, brucia e non si spegne mai… insomma, tutto ciò che il mattino dopo, in condizioni deplorevoli, ti porta a dire «grazie».


(Illustrazioni di Benedetta Vialli)

 

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