IL MANUALE DELL’INSICURO – APOCALISSE

L’Insicuro osserva le righe verticali del vino dentro il suo bicchiere. Qualcuno gli ha raccontato che questi sono i segni che lasciano i solfiti mentre l’alcol evapora. Ma sono ben altri i segni che preoccupano il Nostro. Ad esempio, quelli che gli lancia il barista incazzato mentre torna dal magazzino con la scopa in mano e le bestemmie in sottotitolato. L’Insicuro, forse, si è lasciato prendere la mano e, forse, ha fatto un po’ l’esuberante stasera: va bene che è il compleanno del Doriani, ma c’era davvero bisogno di concertare i cori da stadio, in piedi, sul bancone? Era – parliamone – strettamente necessario e altrettanto necessario scivolare sulle alzatine del buffet? A questo pensa e di questo si pente il Nostro, mentre la sua compagnia, per fortuna e per grazia ricevuta, inizia a muoversi verso un altro bar. Che è il peggiore, ma l’unico ancora aperto: del resto, come si può rifiutare quando si ha tanto da dimenticare e in primo luogo la noia?

Già allora, l’unico modo in cui l’Insicuro riusciva ad entrare in contatto con la realtà era grazie a dei frame – sparsi, confusi, sbiaditi – e ad un’improvvisa fame da bestia. C’è il Doriani che vomita. Un gioco scemo intorno al tombino. Citare Fabio De Luigi con la sconosciuta che ha il berretto. Quella storia delle cannucce. Tutti che ridono. Poi qualcuno che piange. Chi? Non è chiaro. Il bangla con le cartine, benedetto il frutto del banchetto ambulante suo. E dopo un lasso di tempo indefinibile – due minuti o due ore, lo ricostruiremo forse domani o, piuttosto, quando la prossima sbronza darà nuovo accesso alla ram dell’aldilà – il Nostro prova una voglia irresistibile di tornare a casa e farsi una frittata svuota-frigo e di buttarci dentro tonno, zucchine crude e grissini spezzati. Ma, suo malgrado, deve rinunciare a questa  idea così sfiziosa. Perché si ritrova – deve – accompagnare quella rincoglionita della sua migliore amica, R., a pisciare dietro l’angolo. Ed ecco spiegato chi è che piangeva. E ti pareva.

R: «[sbiascicamento incomprensibile] …il genepì¹!
I: 
«Cos’è che c’hai tu?»
R: «Dobbiamo bere un sacco, un sacco di genepì. Io ne ho. Sì, no, sì che no ho. A casa.»


¹ Distillato valdostano-piemontese che si ricava dall’artemisia. Per intenderci, assomiglia un po’ alla Genziana, un po’ all’Anice. È pesante, molto, e per questo piace.
O, perlomeno, a me molto.


Così, l’Insicuro e R. non tornano alla folla. Barcollano, scivolando nella notte, soli, mentre parlano dei drammi totali-morali-esiziali che la attanagliano – ansie per il futuro, il tizio che ha incontrato prima in fila per il bagno che «tu non hai capito ma è quello che un anno fa», il destino, Dio – e arrivano al suo appartamento. C’è un tentativo di conversazione seria, arenato. C’è un tentativo di ricordare in merito a cosa, peggio mi sento. Ci sono delle liquirizie, delle uova, un divano, un momento Asereje e l’ormai leggendario e infinibile genepì. Ché è fatto in casa, porcoddì.

Poi, però, c’è un vuoto importante. Ancor più importante quando il Nostro apre gli occhi e capisce di non essere nella sua stanza. È in un letto molto grande, è rallentato, è seminudo. In bocca ha una lingua che ricorda il terriccio finto dei presepi (presepì, a questo punto), ma soprattutto – porca puttana – ha R., accanto, che dorme.

No. Cazzo, no.

Non può essere vero.

 

Tutte – davvero tutte – ma non lei. Non R., non dopo tutti i discorsi fatti, dopo tutti i discorsi fatti sui Fatti, dopo tutti i discorsi fatti sui Fatti da fatti. Non lei.

Questo pensa l’Insicuro mentre fissa il soffitto e inizia a sudare freddo.

E adesso? Adesso è Paranoia, Paranoia pura. Abbiamo rovinato tutto? Ma eravamo tanto amici. Ora che si fa? Ah, siamo spacciati, siamo destinati al supplizio, siamo sull’orlo del precipizio, anzi: abbiamo già scollinato. Andati, finiti, caduti morti. È l’Apocalisse.

L’Insicuro, in silenzio, pone a se stesso molte domande e non risponde: «ma te la ricordi quella volta, lontana circa otto ore fa, in cui ti rallegravi tra te e te di aver finalmente trovato qualcuno con cui non porti il Problema? Ma quanto ci siamo divertiti: sei una persona d i m m e r d a. Non so nemmeno se le turbe che hai e ne hai tante – si autodiagnostica – si possono curare. Ti si devono incollare le mutande addosso con l’attac, è l’unico modo? Ma che grave è, ma che grave sei?» Queste sono le questioni su cui si arrovella il cervello – … – del Nostro, mentre la fonte da cui sgorgano resta lì, bellissima, che dorme. Bellissima, d’accordo, ma è R. e tutte – davvero tutte – ma non lei, non la sua migliore amica.

Cosa si fa in questi casi? Come si gestisce una cosa così? E, soprattutto, chi cazzo lo sa? Boh, si tace. Ci si ride sopra. Si chiede scusa. Si salta dalla finestra. Si fugge all’estero. Ci si finge morti. Perché è evidente: da una cosa così non si torna indietro e allora non resta che attaccare l’ultima canna – quella dell’ignoranza – al gas e farla finita qui. Entrambi.

Ma R. si sta svegliando. E allora, mentre si gira con tutta la grazia dei postumi verso l’Insicuro, il Nostro realizza che è davvero bellissima – cazzo –  e che ora tutto ha un senso. Come aveva fatto ad essere tanto cieco? Ma da quanto tempo, allora, se la teneva dentro questa cosa? Quindi aveva celato addirittura a se stesso i suoi sentimenti? Ma che bomber. Allora è davvero sociopatico. O bipolare. O scemo.

R: «Ehi, buongiorno.»
I: «Buongiorno.»
R: «Dormito bene?»
I: «Ma sì, cioè non lo so. Credo di essere crollato in collasso duro.»
R: «Mm. Sì. Vero. Scusa. Sto ancora dormendo [regale sbadiglio scomposto
]. Come stai?»
I: «Calcutta?»
R: «Eh?»
I: «Niente. Come l’ultimo stronzo paria che vive in quella città di merda.»

Di’ qualcosa. Di’ qualsiasi cosa, che ne so – tipo che è bella, che questo letto è comodo, che il sole è sorto, che qui una volta era tutta campagna – di’ qualcosa di intelligente. O di democristiano. O di paraculo. Ma di’ qualcosa, che qua ti sta scivolando tutto di mano. Di’ qualcosa.

I: «Caffè?»
R: «Necessario, sì. Grazie. Ma c’è qualcosa non va?»

No, la vaga, no. Tutte – davvero tutte le conseguenze possibili – ma non lei che fa finta di niente. No.

I: «Ascoltami, è inutile che non ne parliamo. Forse c’è un disegno. Non lo so, e comunque l’avrebbe disegnato un daltonico coglione, ma sai cosa? Tanto vale trattare l’argomento, no? Cioè oggi siamo qui e domani moriremo. Capisci la mia confusione? Sì, scusa, certo che la capisci. Chi meglio di te.»
R: «Si può sapere di cosa stai parlando?»

E lì, l’Insicuro fa il gesto. Quel gesto, muovendo la testa, che vuol dire: io e te, qui, insieme. La situa, frate, la circo (dove evidentemente il Nostro ha il ruolo del clown).

R: «Ma non starai pensando che…?»
I: «Cosa? Io? No. Mai. Figurati. Cioè, a posto come prima. Nel senso, solo se tu vuoi, ovviamente. Io non…Boh.»

Silenzio.

R: «No, aspetta un attimo, non te lo ricordi davvero?»
I: «Forse, ho qualche vuoto di memoria? Forse, ho ripulito la cache? Forse, un’amnesia totale?»
R: «Fino a che punto ti ricordi?»
I: «Fino alla scena della rosa.»
R: «Quindi, non ti ricordi l’ultimissima scena?»

L’Insicuro getta uno sguardo per terra, alla sinistra del letto, ma non trova indizi o risposte.

I: «No. Ok, no, non me la ricordo.»
R: «Ah.»

Silenzio. Ma più imbarazzante di quello di prima.

I: «Vuoi che ne parliamo?»
R: «Di cosa?»
I: «Come di cosa? È evidente che»
R: «Aspetta, aspetta. Fammi capire bene: quindi tu non hai cognizione di esserti accasciato a terra in preghiera, urlando come un disperato, perché volevi interpretare la versione buddista di Vasco Rossi? Non ti ricordi di me che ti scorto in bagno e che ti cavo le lenti? Di te che non sai se è fame o nausea e allora vomiti nel lavandino? Di quando ti ho tolto quei vestiti sporchi e che ti racconto una storia sui draghi cinesi – sì, si dice asiatici – per farti dormire perché vaneggiavi?»

Niente.

I: «Quindi noi due non abbiamo…?»
R: «Ma che cazzo, no. Ma ti pare? Che schifo.»


Illustrazioni di Benedetta Vialli


 

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