IL MANUALE DELL’INSICURO – AR CAVALIERE NERO…

L’Insicuro, tormentato da pensieri molto scuri, attraversa la città a passi lunghi e ben distesi. Non bada a ciò che accade intorno a lui. Non gli interessa più di niente, se non della sua meta: il ponte. Perché proprio il ponte? Ma perché sotto al ponte scorre il fiume. Perché la pazienza ha un limite. Perché si può sopportare tanto ma non si può sopportare tutto.

Non è facile penetrare nei pensieri dell’Insicuro, oggi. È del tutto fuori controllo, è instabile. Forse però si possono mettere a sistema i suoi borbottii, i suoi tic nervosi e le occhiatacce che lancia nel vuoto nei rari momenti in cui alza lo sguardo imbronciato da terra. «…piene ma davvero piene… basta! Basta! Mi sono proprio rotto il»: ma cosa va dicendo? È forse impazzito?

Avanzando, scalcia con violenza – e non lecca come suo solito – una lattina di birra. Tira un pugno agli orari dell’autobus. Si mette il cappuccio in testa. Aumenta l’andatura. Quando arriva al ponte, ci si afferra con forza. È arrivato a quel punto, al punto «fanculo tutto, ma proprio tutto» da cui non si torna più indietro. L’Insicuro non ne può davvero più di impegni che non fanno che aumentare, delle ragazze che non fanno che diminuire, degli amici che si accollano, delle incomprensioni, delle pulizie, del diventare grandi, dell’associazione, dei coinquilini che pressano, della laurea che rincorre, dell’herpes che non se ne va più, del lavoro non retribuito, della routine, degli scazzi, del mangiar sano, delle res-pon-sa-bi-li-tà, del bancomat che gli ricorda la verità, delle chiamate di sua madre: tutto. Non ne ha più di dover rispondere a mail, chiamate, messaggi, gruppi, richiami, ricatti: basta. Fondamentalmente, il Nostro non ne ha più di rispondere di sé. Ma «ormai ci siamo», pensa. Infatti prende un bel respiro, guarda un attimo di sotto e poi lo fa: getta il suo telefono nel fiume.

Soddisfatto, gira le spalle al ponte e si siede sulla panchina che c’è lì a pochi passi. Si sente libero, finalmente, da tutti i pesi che si sentiva gravare addosso. Perché l’Insicuro deve piegarsi a fare ciò che non vuole? Perché non può fregarsene di tutto, anche solo per un po’? I primi trenta minuti della sua nuova esperienza – oxfordianamente ricordata con il nome di “Statemi tutti su dal cazzo e mollatemi male” – funzionano da dio: l’Insicuro, seduto sulla panca, si gode la luce del tramonto, si scrocchia il collo e chiude gli occhi.

Quando li riapre, pochi istanti dopo, si sente ancora indipendente e vorrebbe dire anche autonomo. Ma, dentro di sé, l’Insicuro sente accadere qualcosa che non si spiega. Sono crampi? «Sarà la fame», si dice. In realtà, tocca ammetterlo, è una sensazione più profonda di così: il Nostro sta iniziando a sentirsi solo. Che confusione nella sua testa: non era l’isolamento ciò che bramava più di ogni altra cosa? Cos’è questo triste disorientamento, tutto d’un tratto?

Si alza dalla panchina. Prende a girovagare per la città e, a quel punto, raggiunge davvero l’apice dell’insofferenza: non sopporta più nemmeno sé stesso, né si capisce. In momenti del genere, c’è un unico posto in cui può andare, un unico rifugio dove può rintanarsi: il suo ristorante cinese preferito, gestito da una delle sue principali figure di riferimento, una persona che l’Insicuro considera un po’ come un profeta, perché chi è capace di cucinare così bene e parlare così schietto ha qualcosa a che fare col divino. E poi perché costa poco. Come è sua abitudine, quindi, l’Insicuro si siede al bancone, si sgionfa di urumaki e confida i suoi drammi al suo mentore mandorlato con la bocca piena. Gli spiega come si sente, che cosa prova.

 

«Capiscimi Smeg-mey, è che non ne ho davvero più. Sono stanco di tutto quello che vedo. E forse, Smeg-mey, è il momento perfetto per prendere e andare, per mollare tutto, per cambiare aria. Ora, Smeg-mey, devo inseguire solo i miei cazzo di sogni. Ora.»

 

«Io penso tu molto confuso, Insiculo.»

 

«Sì, saggio Smeg-mey, grazie al cazzo. L’unica cosa che so è che sono confuso. O disperato. In ogni caso, forse è il destino che mi parla, che mi dice di osare, di fare finalmente le cose in grande. Voglio andare all’estero, in una città strafiga e piena di cose da fare – che ne so, Berlino, Londra, Pizzo Calabro – e realizzarmi davvero e fidanzarmi con una finlandese che ama il calcio e le bistecche. Sì, io voglio vivere nel verde e mettere su una startup e aprirmi un agriturismo in centro ma in campagna tutto mio e fare un lavoro delle origini – che ne so il malgaro o il messaggero degli dei – e raccogliere i mirtilli in Australia e darmi al sociale e diventare qualcuno nel mondo del Tetris e diventare ambasciatore di San Marino e dirigere una rivista di giardinaggio hi-tech e leggere un sacco e scrivere un breve pamphlet di filosofia morale e capire finalmente cos’è un pamphlet e…»

 

«Insiculo, tu licolda a me bilietto di foltuna cinese. Tu dice flasi metà poetiche, metà di coglione. Ma va meglio se pucciato nel vino.»

 

«A parte il fatto, caro Smeg-mey, che Brezsny così ci campa… comunque, ho una vita sola. Non ho cazzi di stare qui a sopportare cose che non ho più voglia di vivere.»
«Tu bisogno di sbollile labbia, sbollile molta labbia. Insiculo, sbolla!»

 

«Come, scusa, Smeg-mey?»

 

«Sbolla, l’Insiculo, sbolla!»

 

«Anche, Smeg-mey, grazie. Però, no, in realtà l’unica cosa che vorrei è avere intorno meno rotture di cazzo – e quindi persone – possibili.»

 

«Quindi tu vuole vivele solo, come elemita, sì?»

 

«Piuttosto che frustrato sì, Smeg-mey.»

 

«Allola tu indichi me glande, glande velità: Insiculo, tu è davelo completo coglione.»

 

Mentre il Nostro affonda la faccia tra le mani, demolito e sull’orlo del pianto, il suo interlocutore capisce la gravità della situazione e decide di intervenire. Il saggio Smeg-mey – che leggenda vuole abbia ottenuto l’apprendistato di ‘mistico santone’ con valutazione “Dai, non male” presso l’Università della Vita sede Via della Seta – estrae dal microonde e passa all’Insicuro con grande circospezione un piattino. Sul piattino c’è una sfera.

 

«Cos’è, saggio Smeg-mey?»

 

«Questa è mia soluzione a tuo ploblema. Questa è pallina che fa a te dimenticale di tutto e licoldale di tutto. Ola, io plende tuo potenziale enelgetico molto folte e molto negativo e lo tlasfolma in molto folte e molto molto costluttivo. Tu mangia.»

 

L’Insicuro si fida ciecamente di Smeg-mey, che d’altronde tanto tempo addietro gli aveva insegnato a distinguere le scie chimiche vere da quelle false sul fondo del sakè. Per questo non esita, prende la pallina e la mette in bocca. La reazione è immediata: l’Insicuro prova un piacere così forte, così trascinante, che prende a vibrare sullo sgabello. Smeg-mey sorride soddisfatto perché tutto va esattamente come aveva previsto.

 

«Sì, Insiculo. Tu plova oggi pel la plima volta mia licetta segleta, che in pochi hanno potuto plovale e ancola racontale. Tu ola è uomo nuovo, glazie a ciò che mastica, ciò che diventa palte di te. Quello che tu sta mangiando è mia misteliosissima “pallina di flitto flitto”. Sì, tu sta capisce finalmente: una palla di flitto con dentlo di flitto. Alcuni la chiama “dio”.»

 

L’Insicuro cade per terra. Le convulsioni di piacere sono così intense da sembrare una coreografia technotrance. Da qualche parte nel cervello del Nostro sta succedendo qualcosa di davvero pazzesco, di mai provato prima, di primordiale. È allora che l’Insicuro perde i sensi.


Quando il Nostro riapre gli occhi, si ritrova al ponte di partenza. Il sole deve ancora calare: «Ma che cazz…» Il telefono c’è ancora – così come il portafoglio, il tabacco, le chiavi – ma c’è anche qualcosa in più: un foglietto che l’Insicuro si trova accartocciato nella mano destra. È sporco di salsa di soia, è scritto fitto fitto, odora di flitto flitto e recita così:

 

“Le tle legole di Smeg-mey contlo lo scazzo dulo dell’Insiculo”

 

  1. Non conta se tu è del segno di capla, di scimmia o di cavallo: tu non è l’unico Insiculo del mondo. Tu non polta tutto peso del globo su tue sole spalle: tu lo polta anche su tue palle – che è peggio – ma come fanno tutti gli alti pelsone – che folse è meglio. Tutti vive tua stessa condizione e alcuni anche più blutta. Quindi, smetti di fare sciocca vittimina istelica.
  2. Tu vuole isolale te stesso e pensa che lontano da tutto la vita è migliole: stupido, tu ha visto che felicità è leale solo quando condivisa. Altlimenti tu clesce di balba molto lunga e poco culata, muole assidelato in Alaska anche se vive a Gabicce male, diventa lifelimento cultulale ossessivo di manica di flustati occidentali con le Clalk’s. E tu non vuole nulla di tutto questo, stupido.
  3. Tu è come uomo con semi, ma senza laccolto. Tu è come Fellali che va come Cinquecento. Tu è come intelligente, ma che non si applica. Tu è come semianalfabeta che sclive post sulla glammatica scolletta degli altli. Chialo? Tu dice cosa giusta, perché dice che ha una vita sola. Ma dice anche cosa di pezzo di stlonzo, perché dice di volel sfanculale tutti gli amici, gli impegni, lesponsabilità. Deve capile che sbaglia perché dà molto, tloppo per scontato: il nichilismo è bene solo quando a diciannove anni vuole limolchiare sbalbine con citazioni di malefico Nietzsche. Poi clesce! E capisce! Avele una vita sola no significa non avele molale – fale il cazzo che vuole semple, no – significa che deve sfolzalzi di fale il meglio, dale il meglio, contolnalsi del meglio. E soplattutto, smettele di lompele il cazzo, colione.

 

Quindi, è successo davvero? Quindi, l’Insicuro è stato davvero a cena da Smeg-mey, Smeg-mey che lo ha ascoltato, Smeg-mey che lo ha cazziato, Smeg-mey che gli ha preparato il famoso flitto flitto? È stato davvero Smeg-mey a spiegare all’Insicuro che a una certa è anche ora di smettere di lagnarsi e sclerare e lagnarsi e sclerare?

Non lo sapremo mai, ma vedremo che è servito. L’Insicuro riapre la chat di gruppo, precedentemente silenziata, che ha con i suoi amici più cari, precedentemente detti “avvoltoi rompicoglioni madonna se state addosso”. Il suo spirito è cambiato: ora è pronto a lasciare da parte le sue tensioni, le sue insofferenze, le sue rogne. Ora gli è chiaro che il mondo andrà avanti anche senza che sia lui a dargli moto e che fare spallucce agli impegni, non rispondere alle chiamate, non implica sempre e per forza una temibile punizione dal cielo. Ora sa benissimo che ogni tanto è anche salutare fregarsene di tutto. Ora sa che comunque tutto questo non cambierà nulla, di fatto. Ora vuole solo arricchirsi della bellezza dei rapporti che ha costruito, nutrito, vissuto negli anni. Come ha potuto farsi ingabbiare così dai suoi affanni? L’Insicuro ha una vita sola. 

 

h. 18.57

«Ohi, draghiiii, scusate l’assenza!»

h. 19.16

«?»

h. 19.16

«Niente, va beh. Chi c’è stasera per una birra? usciamo?»

h. 19.20

«Non c’ho cazzi.»

«Ho avuto una giornata di merda. Niente da fare.»

h 19.22

«Passo anch’io.»

 

h 19.22

«Dai ragazzi, una birra al volo! Stiamo un po’ insieme, diciamo due cazzate!»

h. 19.26 «Guarda bello, davvero, verrei ma ho diciotto cose da fare entro domani.»

h. 19.26 «Dai, regà, cazzo ve ne frega: abbiamo una vita sola!»

 

h 19. 30 «Vez, ar cavaliere nero…»




(Illustrazioni di Benedetta Vialli)

655 Visite totali, 1 visite odierne

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *