IL MANUALE DELL’INSICURO: IL CAVALLO SBAGLIATO

Autobus, sudore, presagi di morte. Negli ultimi giorni l’Insicuro ha visto il mocumentario su Frida dopo mesi che se lo riprometteva: ora – attraversando la città nella stretta dell’abbraccio collettivo e anonimo degli altri passeggeri – il Nostro è pervaso dal rilassatissimo presentimento che, proprio come è successo a lei, nel traffico asfittico di quest’ora a un certo punto una trave enorme lo trafiggerà. Intanto, skippa avanti canzoni che in realtà non ascolta, preso com’è dal ritmo crescente che scandiscono nella sua mente i materiali sempre più nocivi di cui quella trave sarà fatta: eternit, amianto, lava incandescente, AIDS, sensi di colpa. A quanto pare, deve essere stata una giornatina easy quella dell’Insicuro.

Ma sorprendentemente il Nostro si ritrova, incolume, alla sua fermata. Incolume e stravolto, però, dal momento che tra questa e il lavoro c’è stato tempo solo per passare per casa, lasciare lo zaino, lavarsi e cambiarsi. O, perlomeno, quello era il piano ideale: su quello reale, invece, l’Insicuro ha ritenuto più congruo investire quei tre minuti scarsi con il suo coinquilino – Cobani, detto il Mansueto (per motivi inapprofondibili in questa sede) – a guardare un video che «fa spaccare», un video che «no vez, devi vederlo adesso, cioè, da crepare». Quindi, il Nostro non si è lavato manco per il cazzo, ma ha recuperato alla rinfusa, dagli scatoloni ancora mezzi schiusi, una maglietta e un paio di pantaloni con la segreta speranza di averli lavati almeno prima del trasloco, almeno il penultimo, e lo zaino, a quel punto, lo ha tenuto con sé: perché è una questione di abitudine osmotica e perché – lo pensa, ma non lo ammette – lo fa sentire invincibile, in qualche modo lo fa sentire intoccabile come il maestro delle Tartarughe Ninja, salvo ricordarsi sempre troppo tardi che Splinter in realtà è tipo un ratto. E così – preso il 19\B e Smelling Like Trash Spirit – per l’Insicuro che piazza sia: «bella regaz», un Negroni, due pacche sulle spalle e via.

Una volta che il Nostro è in bibita, tra la folla, vai di flash-forward. Tanto la storia è sempre quella. Un giro, due giri, su di giri e, ci siamo: a quest’ora – qualsiasi essa sia – le situazioni ormai si sono piazzate, i gruppetti si sono creati e ancorati a terra, le tensioni e gli sguardi sono già stati lanciati nel vuoto come invisibili tentacoli magnetici. Ma stasera – nessuno saprà mai spiegare il perché – l’Insicuro, seduto in mezzo ai soliti sconosciuti a dire le solite cose, resta lucido nonostante le distrazioni liquide e vegetali. Così il Nostro si estranea, tace e ascolta: con un Gin Lemon in mano, alcuni sanno tutto del futuro; altri sanno tutto di politica; molti sanno solo fare schifo. L’Insicuro, intorno a sé, vede cose che non dovrebbe vedere e sente cose che non vorrebbe sentire. «Scusate, ma quella non è la fidanzata del Mosconi con il tizio del capannello Occupy? – chiede agli altri – Perché gli sta dando lo scheduling completo della sua settimana futura se, giusto ieri, il Mosconi diceva che ha deciso di prenotare con lei per Malaga [e quindi – rancoroso sottinteso – di sfanculare le vacanze con noi]?» In risposta, una generale e alcoolicamente indifferente alzata di spalle.

Mentre all’Insicuro sale dentro un raffinato cinismo alla Bogart e una bile morale alla Kill Bill – forse, in effetti, tanto lucido poi non è – gli si siede affianco, e gli si accolla, la giovane terzomondista appassionata di yoga e itpop di turno: «madonna, quanto parla questa». Ma il Nostro, nonostante una noia così non la provasse dal ritardo di 120’ del regionale in stazione a Rovigo ad agosto, si sente troppo provato per alzarsi e, figurarsi, per rincasare. «Ma sì, parla. Parla di tutto quel che vuoi – si ritrova a pensare l’Insicuro disilluso – tanto il fine ultimo e unico di questo tuo sproloquio è chiaro, anche se né il tuo discorso, né il tuo intento hanno un senso. Ma – chissà – magari a te un senso lo troviamo, domattina». Stasera sembra proprio che non sia in vena di romanticismo L’Insicuro, che annuisce a lei che viene da una Puglia che comunque le manca sempre e che sta con un tipo – «dalle superiori, sì, ma niente di serio» – che però la fa sentire poco apprezzata e che, a più riprese, allude a un parco di pretendenti tanto ubertoso e promettente quanto, stringi stringi, insussistente. Crede nei valori di una volta, soprattutto sotto MD, e ha invitato il Nostro e i suoi amici per delle frise notturne a casa sua almeno dieci volte nell’ultima frase, quando già dalla prima a nessuno di loro fregava palesemente un cazzo. Ma «grazie, davvero, ci penso» le risponde l’Insicuro che fissa le labbra di lei muoversi a vuoto come un gatto osserva i granelli di polvere nei raggi di luce, con lo stesso coinvolgimento emotivo. L’offerta della pugliese – come lei stessa, del resto, che nel frattempo propone all’Insicuro di fare un selfie da mandare a quell’amico comune, «ma dai il Panza!», che il Nostro non solo non ricorda ma che ormai ha il dubbio non esista –  è sfacciata.

Ma l’Insicuro non la ascolta più, perché è con la testa altrove: da quando si è seduto in piazza – nella fretta della corsa all’autobus non se ne era accorto – ha la fastidiosa sensazione che qualcosa nei suoi pantaloni non vada. Niente di fisiologico: è un disagio che risulta – ma forse anche no – più spiacevole di quello che sta dando al Nostro l’inutilità della conversazione con Miss Sono Una All’Antica Ma La Monogamia Per Me Alla Fine È Un Concetto Da Interpretare; è una scomodità che va oltre – ma forse anche no – la legittima brama di eutanasia che gli provoca questa chiacchierata finta e finalizzata tra finiti. L’Insicuro opta, allora, per una pausa pipì strategica: una di quelle tipiche uscite di scena prendi-tempo quando senti di starne perdendo troppo. Così, si mette in fila per il bagno – quindi, a riprova del fatto che vuole davvero trovare un modo per fuggire la profferta tanto insistente quanto indesiderata di Comesichiama, evita di farla dietro un cassonetto – e, nell’attesa, si tasta: questi pantaloni – «tu lascia perdere che anche stasera ci siamo bevuti anche le pozzanghere» – hanno davvero qualcosa che non va. Il Nostro è a un passo dalla porta, quando questo fastidio inizia a diventare davvero insostenibile, quando scorge la ragazza del Mosconi entrare nel magazzino col barista, quando una tizia a sua volta in coda – che muove le ciglia in un modo che magari, da sobria, sa padroneggiare – gli attacca bottone.   

«Ah, ascolti i Torna_Tore? Forte, pensavo piacessero solo a me – le mente di default il Nostro, mentre questo prurito all’altezza delle cosce è sempre più forte – Ah, studi Scienze delle Comunicazioni Non Verbali? Illuminante e – dice mentre guarda in alto – no, davvero: dimmi tutto dei tuoi esami e delle tue aspirazioni. Ah, odi i legami, ma canti i ritornelli di Cannelle nella tua stanza per tirarti un po’ su ogni volta che una storiella finisce? E lasciami indovinare: magari scrivi, ma solo per te stessa? Ma tu sei davvero unica, cazzo, sei davvero una su un milione». Ok, ora è il turno dell’Insicuro, che si svincola, entra e finalmente si cala le braghe e – stracazzo – lo deve fare anche in senso lato perché, d’un tratto, tutto si spiega: l’etichetta TopWearWomen parla chiaro. Ecco perché aveva un problema al cavallo: semplicemente, quel cavallo non era il suo. Quei pantaloni non appartengo al Nostro, ma a un tempo in cui due armadi si erano fusi in uno. Moda unisex di merda.

È un momento che dura quanto la permanenza dell’Insicuro in bagno – quindi due minuti percepiti come sei ore da chi è fuori – ma in quel momento, grazie a un cavallo sbagliato di un paio di pantaloni non suoi, tutto gli torna su e gli esplode dentro in schegge di ricordi confusi e sconnessi. Cento modi per cucinare un petto di pollo. Trentuno scuse buone al mese, alcune delle quali buonissime, per svegliarsi tutti i giorni in ritardo. Fare cose creative insieme che non portano mai un euro, semmai altro vino. Mangiarsi hard disk di roba: il senso di vertigini che provoca quel truffaldino di Truffaut, quello di famiglia che suscitano i Monty Python e quello di leggera e inammissibile pietà che fanno le battute di Boris tanti anni dopo. Fare a gara a chi ruba più bicchieri di amaro dai bar e la pena di due punti per chi se lo rovescia addosso scalando sulle scale al ritorno. Tramezzini e prosecco a colazione, se c’è da festeggiare. Invitare una masnada di amici camionisti a cena, se c’è da stemperare. I cori da stadio. E ridere, sempre, anche quando non c’è un motivo per farlo che non implichi un TSO. E mentire, concordi, sul perché è finita e scappare, entrambi, dove si era deciso per preservare la perfezione quando è perfetta. Per non fare come gli altri. Per non scendere a compromessi. Mai.

«Te lo ricordi – chiede il Nostro diretto allo specchio, certo, ma in realtà diretto a qualcuno che da qualche parte, l’Insicuro ne è empaticamente ed etilicamente convinto, è in ascolto o piuttosto (banalmente) domanda a se stesso – te lo ricordi come si provano quei sentimenti lì, quelli veri, che sono così delicati che sembrano scritti con la Papermate? Si cancellano o te li ricordi?»

Ed è con la Verità in canna e con le sue personali madeleines indosso, opportunamente riabbottonate, che il Nostro esce dal bagno deciso a spiegare la sua ritrovata Summa Theologiae dell’Integrità alla malcapitata e malgoduta che ha lasciato là fuori. Essenzialmente, un misto mistico e delirante tra un elegante «Fottiti» e un ecumenico «Ti perdono. Ti perdono perché evidentemente non sai cosa vuol dire incontrare l’unico cavallo giusto su cui puntare e volerlo far vincere a tal punto da capire che l’unico modo per farlo è lasciarlo correre solo. Ti perdono perché non sai che, dopo quel cavallo, tutto il resto che vedrai ti sembrerà un’indistinta mandria di vacche. Ma, alla fine, c’è del buono in tutti ed è per questo che ti perdono, che perdono tutti e» 

E l’Insicuro vede la pugliese, al centro della piazza, che limona duro con la morosa del Mosconi.


Illustrazioni di Benedetta C. Vialli

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *