IL MANUALE DELL’INSICURO: LE LAUREE DEGLI ALTRI

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Per l’Insicuro è il momento di mettersi le mutande buone: è appena stato invitato alle lauree, le lauree degli altri. Non può essere altrimenti, dal momento che il Nostro non si laureerà mai. Consapevole di questo, si godrà quest’unico momento di contatto – per interposta persona – con il successo accademico. Contrariamente a quanto sarebbe facile pensare, l’Insicuro non invidierà chi sta già passando il traguardo, il suo cuore sarà scevro da ogni vile sentimento di competizione: con eleganza – anzi, con più eleganza del solito, visto il contesto – si limiterà a demoralizzarsi e deprimersi ammerda. Poi deciderà di partecipare ugualmente ai festeggiamenti, i quali – secondo un calcolo astrale che Paolo Fox, a confronto, levate – cadranno inevitabilmente nei giorni in cui l’Insicuro avrà visite mediche, l’ultimo esame, scadenze lavorative, il capo in visita, i denti del giudizio, la lebbra, un parto plurigemellare. Lo sconforto, nel registrare che l’ennesimo amico si laurea e il Nostro no, lascerà rapidamente spazio alla sacra pietas: oh poveri amici! Abbandonate un’ansia logorante ma nota, per un’ansia nuova, paralizzante ed ignota, detta anche futuro. Che ne sarà di voi? Cosa farete ora? Per quanto resta attivo ancora l’account mail dell’università dopo la laurea? Dio solo sa e sa di non sapere.

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   Così, ricevuto il lieto invito, inizierà per l’Insicuro la fase “mostro di Loch Ness”. Si tratta di quel lasso di tempo che intercorre tra il “partecipo” e l’evento stesso, tormentoso periodo durante il quale uno degli amici del laureato, quello dall’indole più sadomasochista, crea il GRUPPO. Su facebook, su whatsapp, alle poste, in fila in cassa: ovunque e comunque la scritta “ti ha aggiunto alla conversazione” comporta convulsioni, crisi di panico, ansia da prestazione, analfabetismo selettivo. Sarà allora che il Nostro si trasformerà in Nessie, il leggendario mostro del lago scozzese: per evitare la pressione sociale della discussione organizzativa a più voci, l’Insicuro fingerà di non aver mai letto nulla. Si darà alla macchia e piuttosto che vedere il proprio faccino cadere lì, a fianco al testo del messaggio e al contempo in disgrazia, a segnalare a tutti – pubblica ignominia! – di aver visualizzato senza rispondere, non userà il telefono per tre giorni. Lo spegnerà, inghiottirà la sim, lo lascerà a sua nonna che lo userà come telecomando. L’Insicuro fingerà con i membri del gruppo di non esistere, fino a dubitare Egli stesso della propria esistenza. In un secondo momento, consapevole del dovere morale che accompagna le lauree degli altri, l’Insicuro batterà un colpo, come il mostro di Loch Ness – dice la leggenda – di rado, molto di rado e solo per un momento sbuchi a far capolino dall’abisso, stupendo gli astanti. Il suo contributo a schermate su schermate di diplomazia sgrammaticata ed emoticons , consterà di due messaggi principali:
A) “io per il regalo ci sto, scegliete pure quello che volete voi (tanto comunque non mi piacerà e lo criticherò a mezza voce, non appena scartato, alle spalle di chi lo ha comprato), se anticipate voi i soldi poi ve li do (sempre che mi placchiate al muro il giorno della festa).”
B) “Rispetto agli scherzi invece, mi era venuta una mezza idea. Perché non [segue un piano d’attacco lunghissimo, studiato al dettaglio, strutturato e machiavellico. Un saggio di realpolitik dell’imbruttimento. Torture, umiliazioni, papiri chilometrici in ottave, il recupero dei numeri di telefono di tutte le ex del festeggiato: negli scherzi di laurea sta il vero talento del Nostro, il fondamentale apporto che dona alla festa. Tutto è lecito in questa circostanza e viene da pensare che, se l’Insicuro preparasse gli esami con la stessa dovizia che usa nel preparare tranelli ai laureandi, sarebbe ad oggi il Ministro dell’Istruzione.

[Un pensiero a tutte le amicizie pluriennali spezzate dalle lauree e, più in particolare, a quell’inconfessabile rancore che cresce nell’Insicuro verso il laureato: la Sua presenza non valeva già i dieci euro della colletta? Si rende conto, il maledetto, che obbliga l’Insicuro a relazionarsi con gente che evita da anni?]
Un pensiero a tutte le amicizie pluriennali spezzate dalle lauree e, più in particolare, a quel inconfessabile rancore che cresce nell’Insicuro verso il laureato: la Sua presenza non valeva già i dieci euro della colletta? Si rende conto, il maledetto, che obbliga l’Insicuro a relazionarsi con gente che evita da anni? Ma che amici esauriti ha?

   Una volta espletate le sue funzioni, il Nostro-mostro di Loch Ness rientrerà nel suo mutismo selettivo da social. Si presenterà talvolta il caso di un’altra risposta, che si potrebbe indicare con C (“Ragazzi, non so se riesco a venire perché [segue scusa improbabile a random]”), la quale viene offerta dal Nostro quando è certo di non riuscire a partecipare ma si vergogna a dirlo. Questo senso di colpa che schiaccia l’Insicuro quando assente – anche in presenza di motivi validi, magari ad esempio quando la laurea si tiene in una città diversa dalla sua – è un elemento rilevatore di quanto il Nostro sia convinto della propria centralità nell’evento – questo è il grado della sua dissociazione dalla realtà – mentre con ogni probabilità il suo invito è frutto di un mix di compassione e riconoscenza per gli anni dell’infanzia andati. Ma il Nostro, afflitto da una precoce e galoppante forma di alzheimer, questa risposta scorderà di inviarla, maturando così per ogni giorno di ritardo incentivi importanti su quel suo senso di colpa: non solo l’Insicuro avrà una voglia disperata di chiedere scusa a mamma, papà, la patria per ogni minuto che spreca sulla terra da non laureato, ma addirittura andrà in paranoia persecutoria pure per quella degli altri, pure quando non ci va.
Sopportare queste insidie psicologiche – mascherate da conversazioni web, regali da scegliere e scherzi da allestire – e, se il Nostro sarà molto fortunato, sopravvivere all’ansia che il tentativo di ignorare tutto questo comporta: queste saranno le vere prove che dimostreranno l’affetto che lega l’Insicuro ai suoi cari. Questi saranno i sacrifici di chi non vedrà mai arrivare il proprio turno.

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“IN AMORE E NEI REGALI DI LAUREA, VINCE CHI FUGGE” tratto da “In amicizia, sempre” di R. Valenti, Trentomòna editore, 2016.

  Ma il grande giorno arriverà, scarpe rotte eppur bisogna andar: per l’Insicuro non si porranno dilemmi rispetto all’outfit. Chi invita l’Insicuro alla propria laurea di solito, purtroppo, lo conosce: non pretenderà dal Nostro che il minimo storico di eleganza possibile. Essenzialmente, che sia vestito. Treni, macchine condivise e tanti scazzi dopo, l’Insicuro arriverà sul posto: l’università, la cattedrale nel deserto dove urlare “Chi me lo ha fatto fare?”, “Perché mi sottopongo a tutto questo?”, “Quand’è che si beve?”, “Non sarà vegan il rinfresco, vero?”. Queste sono le turpi inquietudini che, come minacciosi nuvoloni grigi, obnubilano l’emotività dell’Insicuro nel momento in cui varcherà la soglia. Ma, tra la folla festante e sobriamente vestita da carnevale di Rio, qualcosa colpirà l’attenzione del Nostro e ne rischiarerà l’animo: lo sguardo dell’Insicuro catturerà, tra i tanti, il volto del suo amico laureando. Preoccupato, teso, angosciato. Un’espressione che, anche solo per un istante, mette a nudo la fragilità umana. Ora, considerando che questo è l’aspetto che il Nostro ha di base ogni giorno, il suo grado di empatia sarà massimo e lo resterà anche durante la discussione. L’Insicuro, infatti, si asterrà rigorosamente dall’accompagnare le proprie critiche nei confronti della commissione di laurea, anche quanto costruttive e fondate, con cori intimidatori e sassaiole. Nemmeno se “quella era una domanda da cagna!”, meno che mai se “tua sorella ne sa più di te di diritto costituzionale!”. L’Insicuro resterà composto, zitto e mostrerà un certo interesse verso l’elaborato dell’amico, almeno fino al momento della proclamazione o dell’arrivo dei membri della curva sud dello stadio del proprio paese.
Quando la commissione avrà proclamato “dottore” quello che l’Insicuro chiamerà con il nome di “quello che oggi offre da bere”, il Nostro potrà abbandonare la fase mostro di Loch Ness per addentrarsi in quella denominata “tua nonna, avesse letto Osho”: ah, quanto tempo è passato! Come sono orgoglioso di te, amico mio, e che dolce la tua famiglia commossa. Quasi quasi verso una lacrimuccia pure io, amico mio, perché oggi sei raggiante di successo e io sono fiero di te! Non ci sarà mai, nella tua vita, giorno più bello di questo: celebra te stesso, il lungo percorso interiore che hai fatto, gli amici tua che t’hanno supportato e quella che lavora in via Righi che t’ha succhiato via lo stress mentre eri sotto tesi. Come stai bene con le clarks! E che onore partecipare a questo grande giorno, il primo in cui ti vedo abbracciare la gente, tanta gente, senza che sia emmeddì! Questi sono i pensieri che si affastelleranno nel cuore in tumulto dell’Insicuro, sopraffatto dalla propria emotività e, come più probabile, da un calo di zuccheri.
Sarà rispettoso il Nostro mentre osserva i sorrisi trionfali, le foto, le pacche sulle spalle: ammirerà da lontano questi meritati fasti, non oserà sperare di viverli mai. Il laureato verrà incoronato di alloro, assumendo i connotati di un martire beatificato, e il Nostro, a congratulazioni fatte (campione d’incassi come al solito, l’Insicuro, nel mostrarsi umano: “Allora, cioè, bello eh. Proprio una soddisfazione, oh, bello. Dai. Accendino?”), non domanderà una stretta di mano che gli comporti una laurea per osmosi, non chiederà una fogliolina di alloro che possa portagli fortuna: laureato, caccia fuori i semi, ché l’Insicuro ne deve fare una piantagione d’alloro per arrivarci al livello tuo.
N.B.: L’Insicuro si asterrà dal trito coro dottoredottore, preferendogli formule più originali e aggiornate, quali macdonaldsmacdonalds o precarioprecario. Tanta la sua disistima nei confronti dei beceri cori che fanno manifeste allusioni alle pudende umane, che nel desiderio di opporre loro resistenza non-violenta e condannarne il riprovevole uso, osserverà chi lo fa con disprezzo quasi mortificato. Quel tipo di sguardo che si fa a chi dice “ci vediamo!” ai ciechi.
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   Scrollatosi i coriandoli di dosso, l’Insicuro muoverà a passi lunghi e ben distesi verso il rinfresco/pranzo/insomma dove si beve e, inebriato dall’eccezionale presa-a-bene del momento, si lascerà andare – suo malgrado – a pensieri positivi sul valore dell’impegno, della fiducia in sé stessi, del bene nell’uomo, della metempsicosi, della mamma del laureando. Arrivato alla locanda, percepirà l’atmosfera cambiare in modo direttamente proporzionale al numero di bicchieri che riuscirà ad ottenere. Il contegno calerà, complice il carattere collettivo dell’esperienza: i rossetti si sbaveranno, le camicie si impezzeranno, le risate si sguaieranno (cfr. ‘sagra ad paes’). Questo generale stato di cose – che renderà le sembianze delle Insicure degne di Courtney Love in stato di arresto e quelle degli Insicuri di Dottor House in astinenza da farmaci – farà in modo che il Nostro si senta del tutto a suo agio: questo è il suo consueto disagio, che gaudio che per una volta lo condividano tutti! Persino la nonna del laureato, che strapazzando la propria sottana verserà a destra e a manca amari e consigli di vita. Persino il pater familia, il cui sguardo sudato indugerà sulle scollature delle invitate variopinte (che quindi di fatto non sono Insicure, ché se sei Insicura non c’ha proprio niente da esporre al balconcino). Il Nostro, disinibitosi, diventerà un animale sociale, un animale bavoso, idrofobo. Quando non dovesse finire nell’angolo più estremo della sala a rollarsi drummini intontito dal mondo, allora starà facendo lo spavaldo appoggiato al bancone, con una signorina che ha uno stacco di coscia niente male. Passi anche la sbrodolata di vino e salsa tonnata che l’Insicuro ha sulla pancia, che si sforza di tenere in dentro: se c’è una legge che vale ancora nel mondo dell’Insicuro, oltre a quella di gravità, è quella di Murphy e dieci a uno che la strappona è:
A) la matrigna del laureato,
B) la compagna incinta del proprietario del ristorante,
C) se lo compiace, una escort.
Le ore trascorreranno senza che nessuno se ne accorga. E dire che se lo era fatto il Nostro tutto un bel discorso davanti allo specchio: fare schifo – si ripeteva – ma non troppo. Quando arriverà il momento degli scherzi, tuttavia, la possibilità di accanirsi su un proprio simile scatenerà senza freni la sua brutalità, tipo la Clerici quando sbrocca: non si atterrà ai diabolici progetti concordati, rincarerà la dose. Non legherà la bottiglia alla mano del laureato: il Nostro ha un imbuto e non ha paura di usarlo. Non gli farà leggere papiri sconvenienti davanti ai parenti: chiederà alla virginea sorellina minore del laureato di farlo. Non imporrà travestimenti imbarazzanti: un perizoma a forma di elefante sarà un lusso concesso solo nei mesi più freddi.
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   Proseguiranno così i festeggiamenti e i partecipanti si suddivideranno in gruppetti ciondolanti, un arcipelago di degrado, scompostezza e lascivia. Le lauree degli altri sono gare di resistenza: addio ritegno, sull’instabilità etilica del Nostro si arrampicherà la scimmia della stanchezza. Si sentirà rallentato l’Insicuro, il suo sguardo analitico e miope si aggirerà stanco e faticherà a reagire a ciò che vede accadere intorno a lui: cravatte gettate a terra, scarpe dai tacchi vertiginosi brandite in mano e usate come cornette del telefono, sconosciuti che abbracciano sconosciuti, mani su culi non propri e voglia il Signore che tutti si ricordino che le cuginette del laureato sono minorenni. L’Insicuro sentirà piano piano l’entusiasmo scemare e così le proprie facoltà. Prima di andarsene, nel rispetto del bon ton, un saluto e un ringraziamento al laureato. Andrà quindi a sollevargli il volto, affondato in vomito e tacos, e strattonandolo lo benedirà, urlandogli nell’orecchio “Cervo a primavera!”. Un ciao-grazie a chi resta e via: l’Insicuro supererà i tavoli, sopravvivrà agli spigoli e aprirà la porta del locale sul mondo, sorpreso nel constatare che fuori il tempo continui a scorrere nella normalità, ossia che ci sia gente sobria, che lavora, che fa.

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E’ per momenti di questo tipo che vive l’Insicuro: quelli in cui lo schifo che fanno i suoi amici lo ricompensa di tutti gli sbatti organizzativi della loro laurea. Tutto è loro perdonato ed è allora che il Nostro capisce che i sacrifici portano i loro frutti (o verdure).  [foto di Nicol]


Ci credete? È mai possibile che il Nostro abbandoni la nave proprio nel momento del naufragio alcolico? Caso remoto, ci potrebbe essere un unico motivo e quel motivo sarebbe il fallimento plateale della “pesca con le bombe a mano”: molti anni fa qualcuno (i sospetti ricadono su un film di Hugh Grant) ha insegnato all’Insicuro che i matrimoni e i funerali sono le circostanze in cui si rimorchia meglio. Allora il Nostro, da abile stratega quale è, avrà deciso di stabilire di propria iniziativa un parallelismo con la festa di laurea, da lui intesa – viviamo nei tempi bui dei voucher – come ottima occasione per trovare disperate con le quali provarci in modo selvaggio. Nessuno, infatti, si era mai premurato di specificare all’Insicuro che la clausola “ma deve essere consenziente” vale anche in queste circostanze speciali. I bacini in cui pescare e a cui puntare sono quelli di giovani fanciulle che nella laurea non ci credono più, che è allora tanto vale tornare ai valori di una volta, alle cose semplici, che è meglio farsi una famiglia, ma i figli?, un po’ di verde intorno, che la ricetta del lievito madre, che ah, beata età dell’oro! Il rischio che corre l’Insicuro-satiro nel rincorrere le sue prede alterate dal baccanale è implicito nel metodo “pesca con le bombe a mano” (la disperazione rende inutili ormai le reti, fa perdere ogni controllo) e consiste nel considerare la festa come una piccola Tijuana, ma così non è: quello che succede alla laurea, non resta alla laurea, ha delle conseguenze. Quindi se vedeste mai l’Insicuro lasciare una festa di laurea, o se per caso vi riconosceste in questa scelta, sapreste che è perché nella mente del Nostro si è insinuato il tarlo della coscienza “Che cazzo le ho detto? Dio perché, non potevo tacere? ‘Sai che una volta mi hanno mollato il giorno in cui è morto il mio cane e quindi se vuoi domani sera ceno a casa tua, ahaha, chissà se cucini bene eh’, Dio perché?!?”. O anche “Perché ho tentato di tirarle un limone d’ignoranza mentre addentava la torta\mentre era in bagno\mentre schiumava da svenuta?” Limitare i danni: fuggire! L’Insicuro striscerà a terra con la propria dignità verso casa e non si sognerà di chiederle l’amicizia: né ora, né domani, né mai. [Spoiler d’insolenza: il prossimo Manuale consisterà in un vademecum sulle richieste di amicizia su facebook, sì, quando sappiamo tutti vorremmo richiedere altro.]
Ma chiudiamo con il caso che più si addice all’Insicuro, quello in cui una serata, come la vita, non contempla conquiste sudombelicali, in cui se il laureato ha la faccia nel vomito e nei tacos, per il Nostro vale ancora la regola dei cinque secondi. O delle cinque ore, in cui resterà al bancone, al suo fianco, a bere Jager (‘Ma è ancora mattina!’, ‘Non in Cina.’) e poi sarà quel che sarà, fuori da ogni grazia di Dio: domani, in una casa ridotta un cesso, un laureato si sveglierà e saprà che dovrà correre più dei suoi invitati. L’Insicuro, infatti, potrà anche non ricordarsi nulla di come è finita la serata, ma un pollice opponibile lo ha avuto e lo ha usato per fare foto e video: il laureato teme la loro pubblicazione e il sadico ludibrio dei più. La minaccia di smutandamento morale tramite questi reperti sarà per il Nostro l’unica e blanda arma ricattatoria per proteggersi dalla futura vendetta (“veranonfiniròingalera”) del laureato per i supplizi cui è stato sottomesso nel suo giorno di gloria.
Tanto, ci laureeremo tutti, prima o poi…
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P.S.: Alle famiglie della Redazione Insicura che stanno leggendo questo (e già ci dispiace), vi giuriamo che la prossima sessione di laurea è la nostra. No, davvero, mamma.



 

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