IL MANUALE DELL’INSICURO: (OS)SESSIONE ESTIVA

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L’ascetica rinuncia al piacere è una caratteristica ricorrente in diverse forme di pensiero, in un primo momento soprattutto orientali, poi occidentali (cfr. San Francesco d’Assisi, Don Matteo, Into the wild). Per conoscere sulla propria pelle il peso del sacrificio, però, non è necessario sottoporsi a misteriosi riti iniziatici o a stravaganti atti di auto-tortura: basta avere un esame tra maggio e settembre. La sessione estiva, il cui diabolico etimo dal latino è propriamente l’atto di stare seduti, per uno studente normale corrisponde ad un cocktail sempre sbagliato di caffeina, ansia e sudore. Per l’Insicuro, tutto questo si aggiungerà ad una sua naturale predisposizione alle considerazioni apocalittiche e alla sua indole ossessivo-compulsiva, traducendosi per il Nostro in un periodo di aereocondizionato – quando va bene – inferno in terra, una ciclica interruzione dei diritti umani. L’Insicuro, la cui salute mentale sarà ulteriormente minata dal tanto tempo trascorso nell’infelice compagnia di se stesso e da una invariata alimentazione da macchinette distributrici, saprà che sopravvivere alla sessione estiva non è scontato.

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[Deodorante: der. di odore, col pref. de-, sul modello dell’ingl.deodorant e fr. déodorant (forma, questa, meno com. di désodorisant)]


 L’habitat naturale dell’Insicuro sotto esame è, quando va bene, la biblioteca: sovraffollata, brusiosa, dis-ossigenata, unta. Convivere con i propri simili è già complicato di per sé, per il Nostro, figurarsi quando al carico di pressione disagiale abituale si aggiunge l’impellenza degli esami. ‘Mors tua vita mea’ è una massima un po’ old, ma molto gold che l’Insicuro ha stampata coi glitters sotto le palpebre: sia per quanto riguarda la corsa ai posti, sia rispetto alla conquista dell’egemonia delle  prese elettriche, per il computer (che penalizza sempre chi se lo porta appresso e chi si ha intorno, per ovvie dinamiche di esiguità di spazio e goffi tentativi di incastro con i libri altrui, comportando di fatto fugaci duelli di sguardi rancorosi).

gonn Ora, è chiaro, va fatto quel discorso, perché il Manuale non è partito a caso dal metafisico concetto di rinuncia: delle tante che costellano la sessione estiva, una su tutte fa soffrire maggiormente l’Insicuro. Ci vuole infatti la placidità di un Gonzo per vedere gli albicocchi gemmare, fiorire, mettere dolci frutti e, sotto i caldi raggi del sole, non coglierli. Metafora vittoriana per gli amori veri e sinceri che l’aula studio fa sbocciare e che gli esami impediscono di consumare. “E per fortuna!” dirà il Nostro spinto, come sappiamo, dalla generale repulsa per la felicità sudombelicale. Ma il meccanismo satanico per cui all’increscere dell’ansia man mano che si avvicinano gli esami, si accompagna l’aumento del caldo (quindi dell’isteria di gruppo, ma quindi anche della pelle scoperta) mina ulteriormente la precaria condizione esistenziale Insicura. Momenti di dissociazione di un certo infimo livello, lo porteranno a considerare prede sessuali persino le studentesse più castigate e pudiche, per poi maledirle e condannarle quali peccatrici et tentatrici nel giro di pochi secondi, all’interno della stessa fantasia erotico-grottesca. Perché lo fate, oh insidiose, perché distraete il Nostro esibendo i vostri petti et crine et cosce? E allo stesso tempo: perché spezzate il cuore dell’Insicuro, che vi ha ama tantissimo, almeno dall’ultima sua pausa caffè, rivelando a sorpresa una relazione col tizio di economia che ha le hogan? Eh? Proprio ora che il Nostro aveva già immaginato di avere con voi un futuro radioso e tre figli. E subito dopo: Bardatevi, zozze!
I soliti slanci di coerenza, solo acuiti, da una frustrazione che si autoalimenta mentre i giorni scorrono e che a volte sfocia nel suo contrario: l’Insicuro versione Pagliaccio Baraldi, che persuaso ormai della vanità della vita, la butta sul comico. Vedrà infatti intorno a sé gente disperata come lui e tenterà allora l’estremo tentativo del “mal comune, mezzo gaudio, mai una gioia” e si sperticherà in battute scrause e già sentite, luoghi comuni, scherzoni da prete, risate isteriche, imitazioni non riuscite, gag brutte, citazioni scorrette di vecchi film e altre cose così, per alleviar la pena, per rincararla nei fatti. Ulteriore e conclusiva fase critica del percorso sarà quella in cui l’Insicuro ripeterà a voce alta le nozioni da lui apprese, pratica che con eleganza e tatto svolgerà tra mura private, rivolgendosi con proprietà di linguaggio e precisione al microonde, alla credenza o declamando la lezione dalla finestra alla corte interna al palazzo e alla signora Marisa che stende i panni. Così eviterà il pestaggio negli spazi di studio comuni e non sarà ipocrita, affermando di poter “ripetere a bassa voce”  in biblioteca: andrà a recitare il suo rosario, ritmato da tutti i suoi tic, altrove, lontano.

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La (os)sessione estiva sarà una battaglia lunga, logorante e sanguinosa, il cui fine giustifica i mezzi più improbabili (dalla clausura, all’ingerimento dei propri libri, alla preghiera votiva, al pianto isterico, all’abbandono degli studi). Arrivare fino in fondo per l’Insicuro sarà ancora più difficile perché non potrà guardare in faccia a nessuno – con sollievo di questo nessuno – e quindi non potrà perdere tempo occupandosi di cose come partner(?), amici, famiglia, distrazioni varie o l’igiene: si dimenticherà di tutto questo, come se fino ad allora la sua vita fosse stata un susseguirsi di cfu e non di giorni.

Le occhiaie si scavano, gli indici sinistri ingialliscono e l’Insicuro comincerà continuerà a pararle da solo, a portare la stessa maglia da casa del mese prima, ad ignorare gli eventi intorno a sé, a meno che non siano così eclatanti da comparire più di dieci volte nella sua homepage, quando si concede con scatti rabbiosi uno sguardo dai social alle vite degli altri, sempre più libere, sane e attive: un momento di distrazione che implicherà da parte del Nostro il ricorso all’autopunizione. Perché per l’Insicuro la sessione estiva è anche questo: scoprire ogni giorno un modo nuovo in cui distrarsi (depilarsi le gambe con le pinzette da sopracciglia, contare i passanti con e senza cappello fuori dalla finestra, contare le carte di Magic che aveva chiuso in un cassetto, interrogarsi per ore intorno agli sviluppi futuri delle sue serie tv) e cercare un distinguo tra questa tendenza e l’autismo, quando c’è.

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 La concezione dell’Insicuro del tempo sarà inesorabilmente cambiata: come in un vortice, tutto ruota intorno alla data dell’appello. Non esiste un prima vivibile, ma solo studiabile e ansiabile, ma del dopo non se ne parla: tutto è rimandato a “dopo l’esame”. L’Insicuro, fa i conti con Proust, con Bergson e supera entrambi, diventando un hikikomori ed entrerà in uno stadio dissociativo più intenso del solito. Il repertorio di frasi con il quale l’Insicuro giocherà a specchio e riflesso con la società civile è noto: “Scusa, ma mi devo laureare”, “Scusa, ma devo studiare”, “Se va tutto bene, finisco presto poi mi godo l’estate”, “Ne lascio uno a settembre, ma tanto studierò al mare”, “io mi ammazzo”.

 Ma, descritto questo indecoroso stato di cose e di abbrutimento nel quale ogni anno l’Insicuro si riduce, solo più sfiduciato, solo più rassegnato ogni volta, è ora tempo per il Manuale di introdurre il metodo che – collaudato dalla intera Redazione Insicura – porta al successo, con lo scarso grado di certezza di cui andiamo fieri. Specifichiamo infatti, che il rimedio che andiamo a proporre non ha lo scopo di farvi passare tutti gli esami e bene, ma di ridurre il tasso di stress che inevitabilmente la sessione vi mette in groppa: riteniamo infatti, e con noi vostra nonna, che il dramma esistenziale dell’Insicuro non sia tanto l’affrontare l’esame in sé, per quello è stato creato il Tavor, quanto più farlo senza perdere una cognizione integra del suo io, seppur vaga, e senza perdere tutti i rapporti sociali, da quelli importanti ai più inutili.

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Metodo ‘Riavviare il sistema’. L’Insicuro si organizzerà in modo ineccepibile: una volta considerati i giorni a sua disposizione, stabilirà un intervallo di tempo regolare (ogni sette giorni, tre giorni, due ore, come crede sia meglio per sé) in base al quale si concederà dei momenti di libertà estrema, dei piccoli lassi di perdita di coscienza, delle mini-morti cerebrali durante il percorso. Così, lasciando sfiatare il proprio mostro di ansia interiore che tutto divora, forse potrà evitare l’esaurimento nervoso (scenario terribile, ci rendiamo conto, ma che va evitato in questo contesto anche da chi fosse curioso di provarlo prima o poi nella vita: non si viene aiutati se si ha una crisi di panico in biblioteca durante la sessione estiva, si viene picchiati con i tomi di diritto penale perché si disturba altri esauriti, che poi prendono i foglietti, quelli là con cui chiedi in prestito i libri, e te li passano sotto le unghie, con violenza, per vedere se osi frignare ancora che levi l’ossigeno agli altri, zecca).

 I modi in cui l’Insicuro può pervenire a questo stato di coscienza alterata sono tanti e al Nostro non c’è da insegnare niente in questo senso: Ei sa da sé, come procurarsi questi viaggi extra-somatici e misticheggianti, sa perfettamente come rendersi ridicolo, perdere ancora e di nuovo la dignità che credeva di avere ottenuto grazie al nuovo ruolo di studente serio e diligente, come insomma scatenare nel modo più giusto e meno onorevole i fattori chimici, alcolici e suinici – con i quali si sottintendono grigliate con gli amici e altri momenti youngwildandfree così, e non si sottintendono invece mai le cose che sono legate alla sfera semantica del coito o di quelle robe lì, che l’Insicuro le ABORRA! (congiuntivo esortato dal fatto che poi è estate e si suda, dai). Il mattino dopo, quando avrà ripreso un debole ma sufficiente controllo di sé, non solo sarà ricaricato dalla breve zingarata, ma sarà incentivato ad uno studio serrato e incessante dalla vergogna dei ricordi confusi della notte di bravate precedente e dal sentimento di essere evaso dalla propria clausura. Infatti, se c’è una cosa che l’università ha insegnato all’Insicuro è che nulla spinge a studiare più del senso di colpa.

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(“Lei non sa una sega. “)


Poi il gran giorno arriva, l’esame prima lo si ha, poi lo si fa ed escono i risultati. In caso di esito negativo, l’Insicuro tornerà al paragrafo sul metodo ‘Riavviare il sistema’ e lo modificherà in intensità optando per la sua variante hardcore ‘Spegni’, anche solo per un po’. Abituato come è alle sconfitte, sarebbe banale e quasi un insulto, pensarlo in preda alla disperazione: quella se la gode nell’attesa dell’esame e poi del voto, imparanoiandosi la notte, piangendo mentre apre lo yogurt, ridendo dei mali altrui.

Fallire un esame non è che ribadire l’attitude Insicura, sai che novità.

 È soprattutto in caso di esito positivo che l’Insicuro vero mostrerà la sua inettitudine alla vita. Se il Nostro infatti dovesse mai passare un esame, la sua reazione sarebbe di rimanere completamente spiazzato. E ora? Cosa si fa? Da dove trarrà nuovi motivi di ansia? La sua tensione calerà, l’adrenalina lo abbandonerà e tutto tornerà grigio come prima del sudatissimo rush finale. All’Insicuro resteranno un senso di vuoto freddo e una casa imballata di fotocopie, nulla più. Sì, un esame in meno dovrebbe essere una mezza gioia, ma chi la vuole? Il Nostro preferirà, ancora stordito dalla notizia del successo, sedersi su una panchina al parco, guardare le anatre, invidiarne la beata e comunitaria natura animale e sfogliare nella sua mente l’album delle fotografie di ricordi non suoi, tutte le cose cioè che penserà di essersi perso mentre se ne stava rinchiuso a preparare l’esame.
Tutte le occasioni sprecate (la bionda), le opportunità non colte (sempre la bionda), i viaggi rimandati, gli amici che ha perso, i chili che ha preso. Penserà di tornare in una stanza il cui disordine e sudiciume obbliga ad un rogo purificatorio, dove potrà rinchiudersi ancora un po’, per posticipare di un attimo il sempre traumatico rientro alla vita-delle-cose-da-fare. Peserà sull’Insicuro il numero delle persone con cui ora si dovrà scusare, per il comportamento isterico che ha tenuto negli ultimi mesi e, va beh, anche per quella storia della scenata di pianto. Lo attraverserà quasi la vaga sensazione che, forse, alla fine, aveva tutto più senso prima dell’esame, che “vedi allora però, che quando mi applico”, che forse era più semplice avere un obiettivo, che l’illusione di un scopo era rassicurante, che gli torna in mente quel discorso filosofico là del sabato del villaggio, che  forse essere preso dagli affaracci propri, quando era peggio, era meglio, che qui una volta era tutta campagna. E questa piccola spleenatina andrà a controbilanciare quello che avrebbe potuto essere uno spaventevolissimo picco di euforia, che non sia mai, non per le cose serie per lo meno.

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 Allora l’Insicuro saluterà le anatre, girerà le spalle al bucolico laghetto e camminerà, mani in tasca, per tornare alla vita o ciò che dopo una sessione estiva ne resta. I suoi pensieri continueranno a ripetergli ancora che si è bruciato un’estate, ma piano piano, questa consapevolezza striscerà via e una vocina dentro di lui – che sembra un sacco quella di Cristina D’Avena– gli sussurra che battaglia dopo battaglia, la guerra si vince. Che un giorno tutto questo finirà, – è davvero Cristina D’Avena – che i suoi sacrifici porteranno a qualcosa, anche se gli amici più grandi spoilerano all’Insicuro che andrà sempre tutto peggio. Che chi si impegna realizza i propri sogni, prima o poi, che

“D’Artagnan vuole tanto diventare moschettiere del re |

ma per ora è soltanto apprendista moschettiere perché |

ha coraggio ma, non ancora sa |

come lotta un moschettiere del re. |

Anche in mezzo ai guai, non si arrende mai, |

è così che un moschettiere compie il suo dovere!”.

L’intimità dell’Insicuro ha un fremito. Un sorriso, dopo mesi di latitanza, spunta sulle sue labbra. Qualcosa nel nostro si sta sciogliendo, dopo il grande gelo. E’ il miracolo della vita che ritorna, del cuore che ricomincia a battere: “Ah, le tette di Cristina D’Avena.”

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