IL MANUALE DELL’INSICURO: TENERE BOTTA O DELLA RESILIENZA

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Ci sono momenti nella vita in cui il dolore, quello vero, arriva – secco, diretto, inevitabile come un treno in faccia – e non resta che guardarlo dritto negli occhi, accettarlo e interiorizzarlo. Ci sono accadimenti che destabilizzano il normale e necessario corso degli eventi, che ci strappano dall’apatia rassicurante della nostra routinaria quotidianità, che nel caotico disordine richiamano all’ordine la nostra coscienza e ci obbligano a porci interrogativi morali rispetto alla nostra umanità o, peggio, alla sua mancanza. E fa male, semplicemente male.

Anche l’Insicuro, benché perso nei suoi mondi, non potrà evitare di registrare a sua volta quello che accade intorno a sé, e prendere contatto con le informazioni, gradualmente. Può essere che la notizia gli giunga in sordina e distorta, durante una felice e brava nottata alcolica, e la metta a fuoco soltanto nell’hangoverale mattino dopo. Può essere che già stia dormendo, abbattuto dalla vita e dalla settimana lavorativa, e che quindi venga a sapere solo al proprio risveglio, grazie alla sua homepage, in una narrazione corale. Quello che conta è che l’Insicuro avrà saputo e – inevitabilmente – sarà rimasto colpito. Prima ancora di riuscire a decidere in che modo rimanere indeciso nell’analizzare la questione, l’Insicuro, aka Sottone, proietterà se stesso nel medesimo esatto contesto di banale, scontato, leggero Venerdì sera e si paralizzerà: l’empatia, per il Nostro, è un sentimento con cui non si scherza. E nemmeno a lui, che di autoironia ci campa, verrà più voglia di scherzare.

L’Insicuro vivrà gli accadimenti collettivi amalgamato nella massa, come tutti: ma non è tutti. Drammaticamente strappato dal dolce crogiolare nelle sue massime, minime e infime pene, legali e d’amore, l’Insicuro soffrirà e si spleenerà a bestia. Forse anche piangerà: la Verità che si dischiude e si rivela farà orrore. Non avrà niente da dire, non avrà niente da commentare: saprà di non esserne all’altezza, sì, come al solito, ma questa volta di più. Quando il Reale si inceppa e tutto si ferma, che fare? L’Insicuro reputerà cosa dignitosa tacere, ascoltare, osservare. L’Insicuro social vedrà scorrere sotto il suo pollice prese di pos(t)izione saccenti, violenza verbale, foto di sangue internazionali, focolai di opinionisti, il volto della Fallacci, quello di Moira. Vedrà applicato, come si vorrebbe applicato “with love” su una bomba, il principio di vendetta piuttosto che quello di giustizia. L’Insicuro umano tacerà e ascolterà: non sceglierà una bandiera, non citerà, non riporterà una statistica, non aggredirà, non abbaierà, non criticherà, non si schiererà. L’insicuro scoprirà con immensa sorpresa che tra i suoi contatti web, molti accreditati stampa al Festival dell’Incoerenza, si trovano insospettabili esegeti di Terzani, terzomondisti, mahatmagandhisti, politologi, esperienziali opinionisti; tra candele e tricolori ritroverà i suoi amici, quelli più fedelmente ed ortodossamente bestemmiatori, a pregare.

L’Insicuro non si pronuncerà pubblicamente, dacché coglie che il dibattito reale è privato, intimo ed interiore. L’Insicuro farà quindi un favore – a sé, al prossimo suo e all’universalmente condiviso concetto di decenza: intuirà che le guerre da schermo diventano meta-guerre irrispettose e fuori luogo, quando sembrano dimenticare che argomento in oggetto sono vite umane reali, che qualcuno ha amato e qualcun altro, disperato, ama ancora, e non proto-ideologie virtuali. Resterà solo, per una volta si vorrà dignitoso, con i suoi pensieri e la voce del silenzio, che forse sarà quella della sua coscienza: mentre la sua homepage si riaggiornerà – inutile scrollare – il suo malumore no. Resterà lì, insanabile. Per antonomasia, non è mai certo, il Nostro, di quello che prova o finanche di quale sia il suo nome, ma l’Insicuro ha con la sofferenza un rapporto elettivo e preferenziale: non appena soffrirà, si ausculterà e lo saprà. Come potrà rispondere al mondo che infuria, l’Insicuro, se del pensiero suo non è padrone? Come fa a metabolizzare il dolore intorno a sé, se l’algoritmo non è più di rassicurazione ma di imperterrita, qualitativamente scarsa, ridondante e qualunquistica autoflagellazione? Auto-, quando è il genere umano stesso che la infligge sé: nelle cause scatenanti, nei fatti, così come nelle parole. Come farà fronte a questa afflizione nel cuore, come sopravvivrà a tutto questo inutile dolore, l’Insicuro?

L’Insicuro uscirà da Facebook. L’Insicuro, che prema la x in alto a destra o il tasto centrale, spegne Facebook, prende la porta e se ne va. Dove? Fuori, nel mondo reale. Con chi? La gente che ama, un po’ tutta, e che anche oggi ha imparato ancora di più ad amare. A fare cosa? Non importa, è una libertà, questa, che il Nostro riscoprirà nuova. Può ancora avere il lusso di vivere una vita normale, lui, e i diabolicamente facili strumenti di terrore paura a lui non ne faranno: ha nulla da perdere e tutto da guadagnare, il Nostro, nell’amor fati ed eterno ritorno dell’uguale. Potrebbe avere anche qualcosa da dire, l’Insicuro, in merito alla faccenda, potrebbe anche entrare nel vivo della discussione, perché magari l’Insicuro lavora per una azienda francese e la maggior parte delle sue clienti sono musulmane, perché magari l’Insicuro è un dottorando in Mediazione interculturale specializzato in islamistica, perché magari l’Insicuro era il migliore amico di un tizio che è uscito una sera, anche se svogliato, per andare a sentire delle aquile che, a quanto pare, inneggiano a Satana oltre che al metal: comunque stiano realmente le cose, l’Insicuro non prenderà parte alla giostra, la guarderà girare autocompiacentesi, respingerà il conato di vomito per foto e commenti, consapevole che se già il proprio conato fatico, o esprimersi che dir si voglia, non ha mai riscontri efficaci e concretizzazioni in fatti reali, questa volta ancora di più, è conscio del fatto che delle sue personalissime teorie interpretative di politica internazionale non fotterà una beata sega a nessuno e che il suo contributo al Bene dell’umanità sarebbe pari a zero. Come sempre, solo questa volta di più. Ringrazierà solo chi ha trovato il modo di sdrammatizzare e gli avrà strappato un agrodolce mezzo sorriso, sintomo contagiosissimo di slancio vitale. Può essere che l’Insicuro si sia già trovato a riflettere, in passato, sulla ineludibilità della precarietà umana e può essere che oggi, come allora, si debba confrontare con una avvilente ed imperante sensazione di impotenza totale: che sia per un disastro naturale o la per violenza dissennata, l’Insicuro saprà che vivere, sebbene una sbatta, è un grande regalo, ma a scadenza. E allora sai cosa farà, l’Insicuro, da Manuale? Ricomincerà a ridere (soprattutto di sé), riprenderà a vivere. Tornerà a uscire, sbronzarsi, innamorarsi, svegliarsi tardi, lamentarsi, spleenarsi, autosabotarsi. Potrebbe essere che l’Insicuro venga da una famiglia ebraica e quindi sia consapevole del peso che nella Talmud assume la riconoscenza: a lui sarà andata meglio di altri, senza motivo, senza meriti, senza logica causa-effetto, si riscoprirà quindi beatamente fortunato e onorerà chi non ha più al suo fianco, tentando di vivere ogni giorno in modo più umanamente dignitoso (un monito alla vita indesiderabile ed aberrante, ma che dovrà pur far nascere un fiore nel cemento, una certa teleologicità ci sarà. L’Insicuro sentirà di doverlo a qualcuno.) Rivaluterà le sue priorità esistenziali, anche oggi, ritroverà in sé una scintilla di gratitudine cosmica nel constatare che i suoi drammi in realtà altro non son che sono il nulla cosmico, si farà coraggio nel rimasticare – ancora e ancora – l’inconsolabile tristezza che risiede residua nel suo cuore e gli orrori tatuati dentro le sue palpebre, si guarderà allo specchio e sorriderà, nel vedere riconfermato – dall’immagine che riceverà indietro – che, anche oggi, sarà sempre il solito disastro: la vita ricomincerà.

L’Insicuro non dimenticherà mai, non solo in virtù di un episodio, ma in virtù di tutti quelli che costellano il malloppo di notizie dal mondo che ogni santo giorno si trova ad esperire e digerire, che il male, la morte, il dolore, sono realtà che connotano l’esistenza in maniera molto più frequente, inevitabile ed insolubile di quanto il masochistico autolesionismo del Nostro non vorrebbe. L’Insicuro non dimenticherà mai che un trauma, soprattutto se collettivo, non si supera mai: si interiorizza, si impara a conoscere, ci si convive. Kintsugi, dal giapponese è intraducibile, “riparare ciò che si è rotto con l’oro”. Resilienza, dall’Insicuro è tradotta come “tenere botta e tornare a vivere”. In modo effimero, frivolo, stupido e per questo miracoloso: l’umorismo salverà il Nostro, lo proteggerà, dalla sconsolata arrendevolezza alla disperazione. La risata: un gesto universale che più di molti altri lo farà sentire umano e lo accomunerà ad ogni sconosciuto lontano. L’Insicuro può e deve ridere ancora, anche questa volta: così va la vita.
Di merda, tendenzialmente.

Di questo l’Insicuro è molto sicuro.

Courage, ça ira.

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