IL MANUALE DELL’INSICURO: UNA BOCCATA D’ANSIA

 

Dacché il tema è molto complesso, il Manuale dell’Insicuro – crepi l’avarizia! – per questa puntata raddoppia: in fondo, se scrollate, trovate i ‘dieci consigli Insicuri contro l’ansia’; prima, trovate una fiaba così rivelatrice, scandalosa e hot che Signorini e Propp posso accompagnare solo.

L’INSICURO E IL TRICHECO VENDICATORE

          C’era una volta, in un tempo molto vicino – autunnale, grigio, dalle vacanze passate e future lontane – un Insicuro che una sera tornava a casa, finalmente, dopo una lunga e faticosa giornata. L’Insicuro voleva rilassarsi un po’: aveva deciso di non uscire e di coricarsi presto, con l’intento di svegliarsi carico a bomba l’indomani. La sua serata casalinga lontana da bagordi e culti orgiastici, cui si dedicava abitualmente, gli era riuscita bene: si era fatto da cena senza dare fuoco a nulla, aveva lasciato piatti e pentole nel lavello, è vero, ma ordinati per bene, tutti in pila e, addirittura, si era sparato una tazzona di tisana detossinante al gusto di ananas, corretta Lexotan. Mentre si gustava un film sotto le coperte – l’Insicuro è solito optare per pellicole rassicuranti, come Her, L’uomo senza sonno, Pi greco teorema del delirio, Profondo Rosso – il Nostro aveva lanciato qualche sguardo compiaciuto verso la finestra, appannata dal tepore della sua stanzetta, una barriera difensiva tra la propria confortevole intimità e le perfide grinfie del gelo là fuori. Una volta ultimato il suo festival del cinema casalingo, l’Insicuro si era levato gli occhiali, li aveva riposti sul comodino accanto al posacenere stracolmo e all’apparecchio per i denti, mai messo. Aveva ignorato l’ultimo messaggio ricevuto – un selfie sfuocato dei suoi amici, in una vicina locanda, contornati da pinte vuote e roiti indicibili di cui, delle pinte e dei roiti, si sarebbero pentiti il mattino dopo, come sempre – e con calma e spossatezza si era infilato il pigiama: l’amore che prova per la sua maglietta dei Pennywise è proporzionale ai buchi che questa presenta. Così, il Nostro aveva appoggiato la testa sul cuscino, sprofondando nel letto e nel buio: buona nottissima, Insicuro.

        Inaspettatamente, quella notte però qualcosa va storto. Infatti, all’Insicuro che si voleva addormentare, all’Insicuro che sperava in un sonno di bellezza, all’Insicuro che credeva di trovare nell’alba del giorno seguente una rinnovata occasione di redenzione, insomma, proprio a quell’Insicuro, piano piano, il silenzio della cameretta, che credeva totale, comincia a risultare sempre più frammentario: il ticchettio dell’orologio da inesistente diventa delicato ma presente, da delicato ma presente passa ad essere decisamente invadente. Gli rimbomba nelle orecchie. Toc, toc, toc: la lancetta dei secondi, quale insospettabile metronomo, tiene il tempo tenendo sveglia la mente stanca dell’Insicuro. Senza difese e senza possibili distrazioni, il Nostro finisce per riflettere, allora, sull’incedere del tempo: le ore corrono, i giorni passano, tutto scorre inarrestabile e l’Insicuro, anche oggi, ha la sensazione di non aver concluso un cazzo in tutto. È vero, non si era svegliato prestissimo, va bene, ma comunque dai, ad un orario dignitoso e pregustava allora la sinuosità collinare della vastissima distesa di tempo, che gli sembrava di vedere aperta davanti a sé, per fare tutte le sue robe: mera illusione. Ora, infatti, non sa dire cosa ne sia stato di tutto quel tempo: scomparso, andato, sparito e non si sa come. “Perché mi sono perso via? Come ho fatto a sprecare così la mia giornata?” Ecco che nella mente dell’Insicuro, come in un domino, ogni minima soddisfazione ottenuta nella giornata cade, facendo cadere con sé tutte le altre, anche le più insignificanti. A nulla valgono le scrollate su scrollate della sua homepage di facebook, spulciata fino ad essere imparata a memoria, anche quando si tratta dei compagni delle medie, insulsi già al tempo: “Perché oggi ho accettato un caffè con Gigi, che lo so che poi mi tiene sempre al bar due ore? Perché non ho rinunciato ad allenamento? Perché ho fatto pranzo dalla mia morosa e un riposino alla ‘chiudo gli occhi un secondo’ che è durato tre ore? Perché perdo tempo coi rapporti sociali? Perché mi nutro? Perché respiro? Perché vivo?”

 

       Inavvertitamente, proprio allora, l’Insicuro compie l’errore degli errori, il gesto irreparabile dal quale comincia davvero la storia di questo Manuale. L’Insicuro, all’apice della frustrazione e della stanchezza, accende la lucina sul comodino e prende in mano l’orologio: tra poche ore – troppo poche – lo chiamerà, maledicendolo, ‘sveglia’. Ora, invece, ci si specchia: osserva il proprio volto nel quadrante, incontra sé stesso nel proprio sguardo stralunato. L’Insicuro non ha idea di cosa comporti questa azione apparentemente banale, non sa cosa lo attende, ma è l’inizio della fine.

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         Esiste un’antica leggenda, di cui nessuno conosce davvero le origini, secondo la quale un antico Insicuro, educato all’insegna del ‘tanto sono tutti anticorpi’, abbia contratto, molti e molti anni or sono, una stranissima malattia. Inizialmente, sembrava si trattasse di tenia, che quell’Insicuro riteneva di aver preso con ogni probabilità quando era stato per due settimane ospite a Bologna, nell’appartamento di un suo amico pugliese che faceva Scienze Politiche – erano del resto gli anni delle contestazioni, della rivoluzione sessuale e altre nefandezze simili – ma, mese dopo mese, quella misteriosa e supposta tenia (supposta, ahahah. No, scusate, dicevo) non si degnava di abbandonarlo, come di solito invece le tenie fanno. Nel tempo, l’Insicuro stesso – restio come tutti gli Insicuri alle visite mediche, perché intimamente convinto di ritrovarsi così a scoprire di avere un tumore incurabile allo stadio terminale – si era dimenticato di quella strana sensazione alla pancia che per un po’ aveva provato e, rientrando a quella che gli sembrava la normalità, l’idea di avere avuto la tenia era sfumata. Com’è, come non è, quell’Insicuro non seppe mai che, in realtà, dentro di lui aveva trovato dimora un ospite silenzioso, che nel segreto di quella prima gestazione il Nostro di allora consegnò, di generazione in generazione, all’intera stirpe degli Insicuri nel mondo. Così, oggi, tutti gli Insicuri portano dentro di loro – non sapendolo – un essere di natura soprannaturale, scientificamente inclassificabile e quasi demoniaco, ma “demoniaco” in senso Insicuro, tipo chi inizia ad ascoltare il metal perché il nero snellisce: si tratta del Tricheco Vendicatore.

       Il Tricheco Vendicatore se ne sta assopito e ronfante nel corpo del suo ospite, l’Insicuro, senza disturbare mai. A risvegliarlo dal suo sereno letargo è una combinazione di eventi rarissima per gli esseri umani, ma tristemente più frequente per gli Insicuri: l’unico caso in cui il temibile Tricheco si desta è quando l’Insicuro, in uno stato di forte ansia crescente, si specchia in un orologio e pronuncia le parole dell’incantesimo “Dio caro, son già le tre di notte”. Questa è l’unica formula magica in grado di far aprire gli occhi del Tricheco Vendicatore negli oscuri antri in cui se ne sta rintanato.

A queste parole, si posso a volte aggiungere alcuni sintomi fisici dell’Insicuro al risveglio del Tricheco, che annunciano l’avverarsi del sortilegio: sospiri rabbiosi, digrignare di denti, pugni al cuscino, ricerca di zanzare fastidiosissime che non esistono, carpiati tra le lenzuola, sudore, lanci di smartphone. Sebbene l’Insicuro registri questi segnali, non si rende conto del loro significato premonitore perché del suo Tricheco il Nostro non sa niente e, come gli capita sempre, fraintende tutto quello che accade e, ancor di più, quello che accade proprio a lui. Ebbene, quella notte, il Tricheco Vendicatore – date tutte le precondizioni necessarie, spalancati gli occhioni torbidi e rizzate le bozzolose orecchie insaccate – è costretto ad entrare in azione. Si comincia.

        Immaginatevelo allora, l’Insicuro – mentre in un ascesso d’ansia prende a pensare “Come farò a risarcire i miei genitori di tutto quello che hanno speso per me? Come sopravvivrò al senso di colpa per essere stato io loro figlio? Costerà loro di più un’ennesima tassa universitaria o il servizio funebre dopo il mio suicidio? Non ho scelto io di nascere, non è giusto però! Non è giusto! Mi sa che sono ingrassato” – che inizia a sentire come degli spilli nello stomaco, un senso di fastidio pungente: Ei non sa che ciò che sente in realtà sono i baffi del Tricheco Vendicatore, che smosso dal suo torpore, alza la grossa e crostosa testa, caccia uno sbadiglio e si appresta alla missione. Chi è il Tricheco Vendicatore? Per quale motivo abita dentro l’Insicuro? Che cosa vuole? Beh, ve lo rivela il Manuale: quello che il Tricheco vuole è vendicarsi, mica cazzi. La sua intenzione è risalire dalle umide e mollicce cavità del suo ospite per fare capolino, poi, dalla sua bocca e dirne quattro a tutti e tutto ciò che nel mondo stressa l’Insicuro, che a differenza del Tricheco non sa difendersi dall’impatto graffiante e tetanico con la realtà. Il Tricheco vuole uscire e vuole rispondere lui, al posto dell’Insicuro, che non ne è in grado, a tutti quelli che portano il suo ospite a ridursi così, invece di dormire: il Tricheco vuole gridare in faccia agli zii dell’Insicuro che no, non tutti sanno già la data della propria laurea, ma che se proprio vogliono lui può far sapere loro la data della loro morte [ed è oggi, stronzi!]; il Tricheco vuole prendere a ceffoni il datore di lavoro dell’Insicuro perché se dopo un anno osa ancora pagarlo in ritardo e a voucher, in ritardo potrà finire comunque anche lui all’Inferno, dove da tempo dovrebbe stare [che se non avessi un gran paio di corna, la tua testa vuota un’utilità manco l’avrebbe, coglione!]; il Tricheco vuole scrollare per le spalle il migliore amico dell’Insicuro per spiegargli una volta per tutte che l’Insicuro c’ha già i casini suoi e che no, non può fargli da psicologo al telefono a comando ogni volta che ne ha bisogno [che caso strano è proprio la volta che la gnocca ti da buca, guarda un po’ che coincidenza, eh!] ; il Tricheco vuole con gentilezza ed altrettanta fermezza – quindi magari senza sbavare ringhiando – spiegare alla morosa dell’Insicuro che è inutile che si metta a frignare ogni volta che si parla di vacanze, perché se anche l’Insicuro avesse un giorno libero, giusto per averne di vacanze, non avrebbe comunque i soldi per pagarsi quelle e anche il cibo per i sei mesi a venire [che via crucis le relazioni, che via crucis!]. Le aspettative eccessive che il mondo fa ricadere sull’Insicuro: quelle sono il nemico del Tricheco Vendicatore, quelle devono prepararsi a ricevere i cruenti colpi della sua ira [,ca-ni mo-rti!]

       Ignaro di tutto questo, il Nostro è ancora steso sul letto e il leggero fastidio che nella pancia prima sentiva, diventa un tumulto: si sente strano, ha una pressione sullo stomaco che va e viene, un senso di vuoto e senso di pieno che si alternano, angustiandolo. Il groviglio di brutti pensieri che aveva in partenza diventa una matassa di lana e fil di ferro dal diametro di sei metri, nella sua mente. L’Insicuro non sa che il peso che sente in zona addominale è il Tricheco che si dimena, che  scende in campo: non solo l’Insicuro, inconsapevole, non aiuta il Tricheco nella sua crociata, ma anzi di fatto gli rema contro, aggiungendo alle paranoie altre paranoie e se possibile ancora più idiote. Il Tricheco, già gonfio di belligeranza di suo, a quel punto sgorilla di brutto: nulla lo manda più in bestia della rassegnazione di quel tetraplegico emotivo del suo ospite, l’Insicuro. Infatti, il Tricheco Vendicatore sente tutto ciò che l’Insicuro pensa e prova, anche le paure più recondite, e quando si accorge che, nonostante i suoi intenti difensivi e salvifici, l’Insicuro si sta interrogando comunque su quale sia il materiale più affidabile per fare un cappio ed impiccarsi, al Tricheco si chiude del tutto la vena – [ingrato del cazzo] – e arriva a volere – [cazzo, a pretendere!] –  la Soluzione Tricheca Finale: si tratta, avendo trovato la testa dell’Insicuro piena di cazzate, di prendere almeno il controllo del suo corpo e di farlo ruotare su sé stesso così velocemente da renderlo un tornado distruttivo tanto potente da riuscire a disintegrare, fino a ridurle in polvere, anche le più remote fonti di ansia intorno al Nostro, tipo orologi, calendari, bollette, costumi da bagno, preservativi ormai scaduti, la piramide di bucato, l’idraulico in ritardo, il ritardo mestruale, il concetto di ritardo, la tesi, il sito dell’università, la segreteria studenti, l’università stessa, le file d’attesa, [io vi ammazzo tutti, maledetti] l’INPS, i piatti da lavare, le telefonate di lavoro, le telefonate dei suoi, il cellulare, la sveglia, la tessera della palestra, il compleanno di sua sorella, il suo compleanno, la sua nascita, il genere umano, Dio, l’universo. Tutto, TUTTO, annienterebbe la rabbia del Tricheco Vendicatore, portato ormai al massimo dello scazzo possibile, se solo riuscisse a valicare le soglie della bocca cariata e marcescente dell’Insicuro!

       (A questo proposito, segnare il dentista tra le prime vittime del vortice anti-ansia del Tricheco.)

 

      Ma come mai allora, a fronte di tanti Insicuri esistenti, gli altrettanti Trichechi corrispondenti non sono ancora riusciti nei loro intenti apocalittici tramite il corpo del Nostro? Perché il cosmo non precipita nel caos che la ferocia del Tricheco brama? La distruzione del mondo è impedita da un semplice fatto, non molto polite da riportare, ma quello è: il Tricheco Vendicatore è grasso, è molto grasso [eh perché allora nessuno di voi ha mai sofferto di fame nervosa qui? Tutti a giudicare eh? Voi invece digiunate tutti, vero, quando siete incazzati? Pannella risorgi, abbiamo trovato i tuoi proseliti!]. Nel tentativo di risalire dagli abissi dell’Insicuro per compiere la propria guerra santa, il Tricheco infatti si blocca nell’esofago del suo ospite e lo ingorga con la sua massa cicciosa. Questa situazione non fa che acuire l’indole omicida del Tricheco Vendicatore che, sentendosi braccato, smadonna, si agita e grida cose, in modo bestiale ed incomprensibile, su hotel a trentacinque euro, olio di palma, vaccini, scale Richter e altre del genere. Nel frattempo, l’Insicuro – essere dal prodigioso intelletto sub-animale – non capisce che nel suo petto si dibatte il più strenuo e testardo dei suoi protettori. Prende invece ad ansimare e a dare, quindi, sempre meno ossigeno a ciò che del suo cervello resta: “Mi sono ricordato di chiudere la porta? Mi sono ricordato di pagare le tasse? Ma, per cosa, se non mi laureerò mai? Come lo dico ai miei? Che cosa farò nella mia vita? Ho ancora dello yogurt per domattina a colazione? Guadagnerò mai un euro? Come farò a pagarmi l’ospizio? Arriverò ad essere vecchio? Morirò prima? Sto morendo ora?”

         Eh no, rincarare la dose è proprio quello che l’Insicuro al Tricheco non dovrebbe fare, ma più questo sgomita con le sue grasse pinne incastrate, per prendere le parti di quell’incapace dell’Insicuro e difenderlo [Ma la tua compagna di corso oltre a ‘quando ti laurei?’, non aveva di meglio da chiederti oggi all’aperitivo che, che ne so, ‘come stai?’ o ‘la vita come va?’ o ‘ti do fastidio se ti parlo come se fossimo amici, visto che poi fuori dall’aula faccio finta di non conoscerti e ho un palo nel culo’? Una fetta di fatti suoi mai?!? Chiedile piuttosto se lei sa dove finisce l’universo, a ‘sta stronza acida so-tutto-io, PhD in Stare addosso alla gente!], più nella mente del Nostro aumentano le dosi dell’unico cocktail dal ghiaccio che si rigenera da solo, fatto di manie di persecuzione e allucinazioni. Di dormire a questo punto non se ne parla più e l’Insicuro entra in un uno stato di trance: fissa il soffitto, fuma, fissa il soffitto, si alza per bere una birra, non ne ce l’ha, torna a letto, si copre, fissa il soffitto, ha caldo, si scopre, ha freddo, piange, smette, digrigna i denti, guaisce, ha bisogno di affetto, odia tutti, fissa il soffitto, prende il telefono, fissa il soffitto, riappoggia il telefono. Il tormento: è un fuoco di Sant’Antonio morale quello che l’Insicuro sta vivendo questa notte nel suo letto. Tutti i pensieri compiuti che ha, madido di sudore freddo, cominciano con “Io non ce la farò mai a…” e si concludono con “…e quindi tanto vale morire”. Ma nessuno muore se a deciderlo non è il Tricheco, che giunti a questo stato di cose impazzisce per davvero e spinge, spinge, spinge, spinge fino a che riesce a liberare una delle sue pingui pinne che, facendosi strada verso l’alto, va ad ostruire la gola dell’Insicuro.

 

      A questo tanto, la situazione precipita: l’Insicuro annaspa, si sente soffocare e decide di scrivere un whatsapp d’addio in broadcasting a tutti per poi gettarsi eroicamente dalla finestra, ora. Ogni boccata d’aria che tenta di prendere, è una boccata d’ansia. Il Tricheco registra il dato – il suo ospite sta fondendo il motore – e si blocca, a sua volta. È troppo tardi ormai: le condizioni dell’Insicuro sono così critiche che per salvarlo dal baratro bisogna pensare subito, immediatamente ad un piano d’emergenza. Mentre, dal basso, il Tricheco si scervella in fretta e furia per cercare una via d’uscita da questa impasse [Combatti, smidollato d’un coglione! Fatti forza, non lasciarti abbattere così, per la miseria! Reagisci, un minimo di dignità!], in alto, i nuvoloni neri, che i pensieri disfunzionali dell’Insicuro che si piange addosso hanno formato, diventano una tempesta: nonostante di voci dentro di sé di norma il Nostro ne senta e ne senta molte, quella della propria coscienza, come quella della Tricheco, proprio non la vuol sentire e si dispera.

         D’un tratto, il lampo di genio: il Tricheco ha trovato un modo, ha avuto l’idea. È un piano rischioso, certo, ma a mali estremi estremi rimedi [diceva la sacro santa Inquisizione, o no, mammoletta?]. Mentre il suo ospite si deprime, immaginando quanti pochi e delusi sarebbero i presenti al suo funerale, il Tricheco passa invece alle maniere forti e comincia a picconare da dentro le pareti carnose e mucose dell’Insicuro con le sue possenti zanne bianche. I dentoni oblunghi del Tricheco tentano di perforare alla meglio dall’interno il Nostro [Imbecille d’un Giuda!], che sente un sincopato ritmo tum-tum, tum-tum, tum-tum nella trachea. Ma come? Il Tricheco se la sta prendendo infine anche con il suo amato ospite? Perché agisce così? Che senso ha tutto questo? Cosa sta facendo? [e dammi un secondo, cristoddio, siamo nel bel mezzo di una crisi: ti pare forse il momento per le spiegazioni questo?!?] E, infatti, l’Insicuro non si sta spiegando questo bussare che assorda le sue orecchie, che gli rapisce i sensi: convinto ormai di stare vivendo il suo primo e ultimo malore, l’Insicuro corre veloce al bagno. Paventando un conato, si indirizza alla tazza del water ma prima che possa raggiungerla, proprio allora, il Tricheco Vendicatore ci da dentro così di brutto e così forte che l’insicuro non può fare altro che appigliarsi al lavandino e sperare solo di sopravvivere. E tum-tum, tum-tum, tum-tum. “Io muoio, muoio, muoio, sto morendo!” pensa, o meglio intuisce il Nostro, ormai incapace di pensare razionalmente.

      Ma, all’improvviso, stop! Il Tricheco si ferma di botto. Ha portato l’Insicuro esattamente dove voleva e ora aspetta, immobile, per vedere se il suo piano funziona [Fallo – mormora il Tricheco fra sé e sé – dai, fallo. Una cosa giusta in tutta la tua vita la vorrai ben fare, Cristo].

Ed ecco infatti che l’Insicuro agisce proprio come il Tricheco voleva: stupito dal fatto che le palpitazioni siano finite, riavendosi dallo spavento, con le mani ancora avvinghiate al lavandino, il Nostro rialza la testa e si guarda allo specchio. Tira un sospiro di sollievo. Come il naufrago che, sopravvissuto, dalla spiaggia guarda il mare che piano piano smette di infuriare, così l’Insicuro, che credeva di stare per dire addio alla vita, vede nello specchio che così non è: è ancora vivo, il riflesso nello specchio conferma che tutte le brutture del suo volto sono ancora al loro posto. Alza la fronte, si scruta, si osserva (che schifo). Ma non è il solo.

        Il Tricheco Vendicatore, che ne ha monitorato i segni vitali, tira a sua volta un sospiro di sollievo e ora, anche noi, iniziamo a comprendere il suo piano: non riuscendo a fare nulla per aiutare l’Insicuro [non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire cazzo, aiutati che il ciel ti aiuta, dicono, cazzo], il Tricheco è dovuto ricorrere al peggiore dei metodi. Peggiore non tanto per le violente zannate interne [la violenza è una via d’apprendimento in corsia di sorpasso!]: l’Insicuro se le merita, perché il nervoso che il Tricheco prova nell’ascoltare le sue lagne paranoidi gli fa venire voglia di soffocarlo per davvero e di lasciarlo lì sul pavimento a diventar mangime del gatto che il Nostro non sarà mai abbastanza responsabile per avere. È il metodo peggiore, piuttosto, stando a quanto prescrive alla fine l’antica e fumosa leggenda: si dice infatti – e così è – che ogni Tricheco, all’interno di ogni Insicuro, così come si risveglia quando il suo ospite in stato di paranoia si guarda allo specchio, così è costretto a tornare nelle profondità del suo ospite una volta che questo, specchiandosi una seconda volta, avrà dato un minimo segno di miglioramento psicologico. Certo, il Tricheco Vendicatore avrebbe preferito portare a termine la missione, ossia uscire dalla bocca da smidollato dell’Insicuro e mettersi a gridare tutte le cose e malmenare tutta la gente di cui sopra, ma non bisogna dimenticare che il Tricheco vive dentro all’Insicuro, ergo si ciba delle cose di cui lui si ciba, beve ciò che lui beve, fuma ciò che lui fuma, è fatto della stessa materia di un idiota e che quindi a sua volta perde qualche colpo e si dimentica, ogni volta che ci prova, che aiutare uno [senza Dio!] come l’Insicuro proprio non si può (e che comunque è troppo grasso per riuscire ad uscire dalla bocca del suo ospite [come, scusa?!?]). Pertanto, ogni volta come fosse la prima, l’istinto primordiale del Tricheco Vendicatore lo spinge al tentativo d’azione e poi ad auto-sabotarsi, portando l’Insicuro davanti ad uno specchio, costringendo in questo modo sé stesso a tornare in letargo. Frustrante, ma è l’unica mossa di successo. Dopo tanto tempo insieme, il Tricheco lo sa. Lo vedete anche voi il perché?

       Se guardate bene, ma proprio proprio bene, i lati della bocca dell’Insicuro che si guarda allo specchio stanno cominciando a curvarsi all’insù. No, adesso, non si può propriamente parlare di un sorriso, ma sta comunque succedendo una magia, una magia dovuta all’intervento del Tricheco: l’Insicuro, condotto con astuzia davanti ad uno specchio, infatti, è spinto a ricordarsi che deve ridere di sé. Deve farlo, gli è necessario, perché non esiste davvero nulla al mondo di più ridicolo della sua faccia riflessa. Quel naso, quegli occhi, quelle occhiaie, quelle sopracciglia indomabili, quel principio di ruga, quell’arcipelago di punti neri: il Nostro si riconosce un orrore di normalità, un mostro di banalità. Trovandovisi di fronte, l’Insicuro non lo prende a testate quello specchio, ma al contrario, ad esso dirimpetto, il Nostro sprigiona il suo unico, vero, segretissimo superpotere – grazie al quale è sopravvissuto in tutti questi anni a sé stesso: si potrebbe dire autoironia, si potrebbe dire umorismo, ma in realtà stiamo parlando di una funzione vitale o mentale che il nostro linguaggio non ha ancora definito, ossia quell’inafferrabile quid Insicuro, quel cromosoma in più, in meno o in riporto di due, dal quale deriva la filosofia degli Insicuri. Infatti, quei lineamenti, che il Tricheco ha voluto che l’Insicuro rivedesse nella loro esattezza, al Nostro ricordano la sua umana bruttezza e mortale condizione. Paranoie, congetture, senso di nausea, psicologi e sudori freddi hanno davvero il potere di mandare in tilt l’Insicuro, il quale è consapevole di non essere altro che un minuscolo schizzo di inutilità casualmente sparato nell’universo? Davvero la scadenza di un progetto, la data di un esame, il messaggio insensibile di un amico si trovano all’apice della sua scala delle priorità? Può davvero il lavorio mentale, l’affastellarsi di bui pensieri, il pre-occuparsi di ciò che non solo non si conosce, ma nemmeno si sa se mai accadrà, paralizzare a tal punto il cervello dell’Insicuro, le cui facoltà intellettuali di poco lo distinguono dalla bestia e che di norma vive istintivamente, inconsciamente? Non è tutto questo un controsenso? Certo che lo è e, allo stesso tempo, certo che le cose stanno esattamente così: questo è l’Insicuro, un portatore sano di intelligenza cervellotica solo se intesa a mettere in difficoltà sé stesso.

       Guardate però come cambia il suo sguardo, come cambia gradualmente l’espressione generale del suo volto. Specchiandosi, ha appena riafferrato le redini della realtà, osservando che sì, aveva ragione la sua ragazza – deve tagliarsi i baffi – ma soprattutto che no, nell’economia globale degli esseri umani, come tutti, non vale una sega. I suoi drammi non sono unici, non sono letali, non sono seri, proprio come quelli di tutti. Un momento prima di scivolare nella paranoia di segno opposto – la fobia dell’insignificanza totale – l’Insicuro, beffardo, si quieta. Sta riprendendo colore, ha smesso di sudare, il tum-tum si è affievolito ed è tornato un banale, fisiologico, rassicurante battito di cuore. Finalmente, l’Insicuro tira la prima vera boccata d’aria e afferra un pensiero fatto a palloncino, che lo libra al di sopra delle paludi di inquietudine in cui poco prima sprofondava, affogando: “Io, l’Insicuro, vivo una vita che non ha senso – gli sembra di sentirsi ragionare fra sé e sé – così come la vivono tutti quelli intorno a me e tutti quelli, che prima di me, hanno tentato di attribuirgliene uno. Le mie ansie, quindi, a loro volta, non valgono la pena di tanto sbattimento. Finirò anche io, un giorno, a guardare i ravanelli dal lato delle radici e ogni minuto che avrò sprecato a farmi delle pare in vita, ogni singolo minuto buttato così, il karma me lo farà ripagare non nell’aldilà, bensì in fila alla coop, di sabato sera, a dieci minuti dalla chiusura, quando non hai portato le borse da casa e fuori piove. Insomma, viversela male così non ha davvero senso: sono io che impedisco a me stesso di essere felice.” Vi pare mai che possano giungere davvero dall’Insicuro parole così sagge? No, certo che non provengono da lui: sono l’eco di quelle del Tricheco Vendicatore, che sta lasciando il suo petto per ridiscendere e mettersi a cuccia, mentre l’Insicuro, che continua ad ignorarlo e riesce finalmente a respirare, si persuadendosi del fatto che sia l’ossigeno che introietta a ringalluzzirlo dalle narici all’anima e a farlo stare meglio [ve l’ho detto che è un bifolco]. Il Tricheco sprofonda lentamente, scivolando un cuscinetto di adipe alla volta, e smadonnando lento-violento contro il suo ospite, che se si preoccupasse giorno per giorno di ciò che ha da fare e che se badasse alla qualità del suo da fare, non gli darebbe tanto incomodo, non lo sveglierebbe dal suo dolce riposo, proprio mentre sognava due promiscue orche assassine trovare, tra loro due sole, un po’ di pace lasciva e bagnata. Ma ormai, il Tricheco Vendicatore ha assolto, al grado massimo, ai suoi compiti di ciccioso angelo custode del Nostro: che tu dici, ma come? Non ha fatto altro che agitarlo ancora di più, non ha svolto una funzione benefica come avrebbe dovuto, né distruttiva come avrebbe voluto. Sì, questo sarebbe molto vero, nel mondo della logica, ma in quello schizofrenico e confusionale dell’Insicuro, in realtà, il Tricheco è intervenuto ad arte, quasi miracolosamente, a placare delle sofferenze che invece si sarebbero complicate, ancorate e stratificate sulla materia grigia ed inerte del Nostro, senza il suo aiuto: questo detta la leggenda, incisa su un biglietto del treno al quale manca un angolo strappato. Però, ogni volta che le ansie dell’Insicuro svegliano il Tricheco, questi combattendo con il suo grasso corpo per farsi spazio nel petto dell’Insicuro slarga sempre di un po’ il percorso, ampliandone la portata: la speranza è che nel tempo l’Insicuro abbia sempre più capacità polmonare e di gestione delle emergenze. Da un lato quindi senza il Tricheco l’Insicuro se la vivrebbe peggio ancora, dall’altro invece ogni suo intervento rende più contenibile l’attacco d’ansia successivo. Del resto, il Tricheco e l’Insicuro hanno una discreta confidenza simbiotica, convivendo da anni, e le loro leggendarie regole non ci sono date a conoscere in toto, come quelle delle coppie che stanno insieme dal liceo e dicono di fare ancora un sesso soddisfacente. È il regno del paranormale. 

      E niente, il Tricheco Vendicatore ridiscende nella sua segreta tana e, accoccolandosi, torna al suo letargo surrettizio. Si acciambella e riprende la sua insospettabile posizione: ecco, torna ad essere ciò che di solito è (nessuno lo sa, manco il Nostro), ossia quella che sembra ma solo sembra, la pancia da birra dell’Insicuro. Il Tricheco è sfinito e fa un ultimo, baffuto sbadiglio: l’Insicuro, a sua volta sfranto, scambia lo sbadiglio del Tricheco nella sua pancia per fame, allora sciabatta fino alla cucina e prende un biscotto. Mentre lo mangia, torna a letto, dove finalmente, anche questa volta, riuscirà a infine a prendere sonno. Prima di chiudere definitivamente gli occhi, si gratta la pancia: senza saperlo, sta accarezzando la testa del suo grosso, grasso Tricheco Vendicatore. I due si addormentano insieme e vivranno per sempre felici e contenti.

     Non è successo niente, in fondo, come ogni volta.

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     Lasciamoli dormire in pace e parliamo di noi Insicuri che invece siamo svegli, eh, ma non ci applichiamo. Per tutti gli Insicuri che, anche dopo questo racconto eziologico, si ostinano a credere ancora negli attacchi d’ansia e non riconoscono in quei momenti confusi la presenza benefica e protettrice del Tricheco Vendicatore, il Manuale oggi, suo malgrado, svende per liquidazione i 10 CONSIGLI INSICURI CONTRO L’ANSIA o perlomeno quelli per i quali non è necessaria una ricetta medica.

  1. L’Insicuro rifiuterà il concetto di ‘ansia’ e tutto ciò ad essa correlato. No, l’ansia non esiste, l’ansia non è! L’Insicuro si asterrà dal dire, soprattutto a sé stesso, che ‘ha l’ansia’: semmai ha una testa che non funziona, quella ha. Ogni pensiero speso per quell’antimateria paranoide, che è l’ansia, è anti-pensiero di per sé: non porta da nessuna parte e anzi fa più danno che altro. Si sforzerà l’Insicuro di tornare, emotivamente, alla spensieratezza infantile, aiutato dal fatto di essere rimasto cerebralmente ad allora: è inutile costruirsi labirinti, per quanta maestria ci voglia, se poi non se ne sa uscire. L’Insicuro terrà occupata la sua mente con interrogativi più rilevanti, come “Di quanti minuti è composta una giornata?” o “Il pomodoro è davvero un frutto?” o “Se Dio esiste, come si spiegano i maschi con gli Uggs?”
  2. Il Nostro eviterà le persone che l’ansia l’hanno sempre e che la trasmettono per osmosi. Soprattutto, si terrà lontano da quelle che in risposta a qualsiasi sfogo (dalle preoccupazioni per la salute, alla tormentosa indecisione tra prosciutto cotto e prosciutto crudo) se ne escono puntualmente con un “Ah, come ti capisco” al quale fanno seguire poi un pippone monografico di trenta ore e sei CFU sui cazzi loro, per concludere con un “Ma… tu cos’è che volevi dirmi?” “Crudo.”
  3. L’Insicuro non si fisserà sull’orologio: esso è oggetto diabolico, certo, ma inventato dall’uomo, mentre il tempo non lo è, quindi l’Insicuro non peccherà d’arroganza idolatra e non sarà schiavo di un sistema di misurazione artificiale che non coincide col tempo stesso, il quale in realtà si dà in abbondanza, a saperlo valutare autonomamente. L’Insicuro si sentirà in colpa perché, tra una cosa e l’altra, finisce per pranzare alle quattro e a mettersi sui libri quando tutti gli altri staccano e fanno aperitivo? Poco male, farà una strizzatina d’occhio al filosofo Bergson e si consolerà pensando al fatto che in Giappone è solo mattina. Altrimenti, infatti, il sentimento di ritardo perenne che l’Insicuro tende a provare in ogni circostanza (laurea, fidanzamento, sacramenti, posto fisso, parcheggio) potrebbe fare sì che l’Insicuro si ritrovi a scegliere il suo appezzamento al camposanto già domani, invece di godersi le poche cose belle della vita che ha, per scivolare poi, sbadatamente, nella bara aperta di un altro.
  4. Sollazzi sud-ombelicali: ok, bella idea. Sicuramente l’attività da materasso condiviso procurerà all’Insicuro le endorfine e queste allontaneranno depressione e attacchi d’ansia. Ma at-ten-zio-ne, che invece la situazione di coppia in cui l’Insicuro si andrà a cacciare, anche se leggera e di breve durata, non si traduca in una ennesima fonte di stress. Non ce n’è davvero bisogno [cfr. ‘Allora? Cosa fai stasera?’, ‘Guarda che ho visto che eri online alle quattro, eh’, ‘Non mi hai più richiamato’, ‘Sì che sono sicura, è tuo’].
  5. Bella idea anche lo sport, davvero, e così anche le cose che riconnettono il corpo alla madre terra, la meditazione e tutte quelle bazze lì, ma anche qui bisogna che l’Insicuro stia all’occhio: esagerare nella quantità di attività e, per assurdo, accompagnarla ad una dieta troppo povera di carboidrati spappolerebbe ulteriormente il cervello del Nostro, rendendolo acido e incagabile presso i propri amici e parenti, così come l’ascetismo anacoretico lo renderebbe ancor più solo e frustrato: mens sana in torpore (da vino) sano!
  6. Quel maledetto telefono: se l’Insicuro proprio non lo potrà spegnere ogni tanto, allora che si dia quanto meno una regolata. Niente social prima del caffè, blocco delle notifiche, igienica pulizia kontatti, cecità selettiva in presenza di messaggi che comportano ulteriore agitazione, simulazione di svenimento ad ogni telefonata che implichi uno sforzo emotivo esagerato, insomma: faccia in modo l’Insicuro, perché potrebbe volendolo, che il mondo gli stia un po’ meno addosso. Rifletta il Nostro sui ritmi della vita contadina: la dipendenza da telefono contemporanea è altamente nociva, da un lato per l’inquietudine di una reperibilità perenne, dall’altro per il sovrastimolo delle vite degli altri quando già basta e avanza la propria. Ah, eviterà l’Insicuro di postare contenuti che dichiarino l’ansia che ha addosso, ove non aggravare lo stato mentale degli altri Insicuri, e ritrovarsi questi post nei ricordi dell’accaddeoggi di Facebook tra un anno, o tra più anni, e tornare quindi da capo.
  7. Leggere l’Insicuro! Ok, anche meno autoreferenziali di così: il Nostro leggerà|guarderà|toccherà qualsiasi prodotto culturale di evasione, soprattutto se comico. Ma anche Gino Bramieri, ma anche i gialli da ombrellone, ma anche la biografia ufficiale di Pittbul, tutto, pur di svagarsi un po’ e stare meglio. Ridere è miglior antidepressivo, soprattutto se non lo si fa istericamente, da dentro una camicia di forza.
  8. Bene anche la pet therapy, perché no? L’ideale però sarebbe farla con gli animaletti degli altri, quelli che l’Insicuro può coccolare quando gli va, senza occuparsi di vaccinazioni ed escrementi.
  9. Una ventata d’aria fresca: dai, che si ossigena. L’Insicuro sotto stress troverà le forze di cambiare il proprio schema comportamentale: farà le proprie robe in ordine diverso o addirittura farà robe proprio diverse da quelle che fa di solito, dimostrando così al tempo stesso che ha fatto tesoro di tutto ciò che ha letto negli anni alla voce #motivational di Instagram e che il suo disturbo ossessivo-compulsivo è solo una voce di corridoio. Corridoio, corridoio, corridoio. Sì alle nuove esperienze! Sì ai cambi di prospettiva! Sì all’idea di destino che giustifica una marea di scelte impulsive e sbagliate! Ricorda, o Insicuro: la routine è rassicurante come i chiodi in una bara.
  10. Lo schiaffone morale: l’Insicuro si recherà da un muratore, un infermiere, uno psichiatra, un insegnante delle medie, un cardiochirurgo, un assistente sociale, sua madre o chiunque altro svolga una mansione elevatamente esposta allo stress. Il Manuale infatti può anche ricordare all’Insicuro della sua inutilità, della sua mortalità e della sua ridicolezza, ma se al caro Insicuro i veri problemi nella vita li spiega chi li conosce davvero e a suon di ceffoni, magari ricorderà meglio in futuro e per sempre quali sono le priorità da tenere a mente e riconsidererà l’ipotesi di continuare a sfrangere i coglioni con le sue menate isteriche, a sé stesso e agli altri.

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