FILISTIN: PALESTINE FOR DUMMIES 1

Il Primo Congresso Sionista

Fiducia nel progresso, cappelli a cilindro, baffi a manubrio. Mesdames et Messieurs, benvenuti nella belle époque.
Si può ballare il can-can al Moulin Rouge di Parigi, poi prendere l’Orient Express dalla Gare de l’Est e risvegliarsi dopo 3.186 km a Costantinopoli. Nei teatri va in scena la “La Bohème” di Puccini e i fratelli Lumière inventano il cinematografo. Sinuosi motivi floreali iniziano a sbocciare sulle facciate Art Nouveau di Bruxelles, Praga, Budapest, Torino.
Gli Stati europei lottano tra loro per affermare la propria potenza coloniale in Africa e Asia, sotto il vessillo di un crescente spirito nazionalista.
La nostra storia inizia qui, sul finire del XIX secolo.

Siamo nel 1896 nella capitale dell’Impero Austro-ungarico, meglio conosciuta come la patria della Sacher-torte.
Vienna è un bel posto in cui stare, la città si amplia, iniziano i lavori della metropolitana, idee nuove nascono tra i tavolini del Café Griensteidl e trovano sempre meno posto tra i divanetti dei salotti borghesi. 19 artisti – tra cui Gustav Klimt- esprimono il proprio distacco dall’Accademia di Belle Arti, spaccando in due la scena artistica viennese e dando avvio alla Sezessionstil.
Nello stesso anno, il giornalista ebreo Theodor Herzl torna a Vienna dopo aver seguito da Parigi gli sviluppi dell’Affare Dreyfus per il Neue Freie Presse e, in risposta al forte sentimento anti-semita che animava la falsa accusa mossa al capitano di origine ebraica, pubblica il Der Judenstaat.

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Ne ‘Lo Stato ebraico’, emblematicamente sottotitolato ‘tentativo di una soluzione moderna alla questione ebraica’, Herzl teorizza la nascita di una “National Home” per gli ebrei.
«Il sorgere di una nuova sovranità non ha niente di ridicolo o d’impossibile» scrive Herzl. «A un simile fatto abbiamo pure assistito a’ nostri giorni, e si tratta di popoli che non sono, come noi, popoli di ceto medio, ma più poveri, incolti, e perciò più deboli.»
Nel capitolo dedicato a delineare un piano di migrazione di massa verso il territorio prescelto, il giornalista ebreo descrive meticolosamente le moderne modalità con cui la colonizzazione deve avvenire: «Se si vuol oggi gettar le basi d’una colonia, ciò non si può fare in quella guisa che mill’anni fa sarebbe stata l’unica possibile: è folle tornare ad antichi gradi di civiltà, come vorrebbero alcuni Sionisti. Se per esempio venissimo a trovarci nella condizione di dover purgare un paese dalle bestie feroci, non lo faremmo al modo dell’Europeo del quinto secolo; non usciremmo alla spicciolata contro gli orsi impugnando giavellotto e lancia, ma imposteremmo una grande e allegra caccia, sospingendo le belve in un sol luogo e gettando in mezzo ad esse una bomba di melinite.»
Per quanto riguarda la scelta circa il territorio del nuovo Stato, sorprendentemente due sono le alternative prospettate: la Palestina e la patria del tango. La prima per ovvie ragioni storiche e religiose, mentre l’Argentina perché il clima temperato, la pampas sterminata e le apprezzabili risorse naturali fanno competere Buenos Aires con la Jerusalem of gold delle canzoni popolari. Nonostante la presenza divina, di oro a Gerusalemme sembra essercene ben poco.
Definito il dove, rimangono solo da costruire dei buoni rapporti con il vicinato: «E già pel sorgere dello Stato ebraico guadagnan pure i paesi circostanti, poiché, così in grande come in piccolo, la civiltà di un tratto di territorio innalza il valore delle contrade adiacenti.»
Nasceva il Sionismo.

Invito_Basilea

Nel 1897, mentre a Vienna il motto della Sezessionstil, “A ogni epoca la sua arte, all’arte la sua libertà”, trova spazio sopra al portale del Palazzo della Secessione, a Basilea Herzl viene eletto Presidente del Primo Congresso Sionista.
Per l’occasione circa 200 delegati delle comunità ebraiche raggiungono la piccola cittadina svizzera da Stati Uniti, Inghilterra, Russia, Canada e altri paesi europei in vestito da sera e cravatta bianca, come richiesto dall’invito.
Il ricercato dress code viene spiegato nel suo diario da Herzl stesso, che scrive: «Uno dei miei primi pensieri pratici, già nei mesi passati, consisteva nel fatto che ognuno avrebbe dovuto partecipare alla sessione d’apertura in cravatta bianca e in frac. Questo si rivelò splendido. Essere vestiti elegantemente rende la gente altezzosa. Il tono sobrio sviluppato da questa sensazione di superbia – che non ci sarebbe stata se la gente fosse accorsa con i vestiti variopinti dell’estate – avrebbe fatto sì che io non potessi fallire nell’elevare questo tono verso la solennità.»
Nordau, numero due del Congresso, presentatosi alla prima sessione in indecoroso cappotto nero, viene paternalisticamente supplicato di cambiarsi d’abito. Un quarto d’ora dopo, splendenti nei loro frac, Nordau e Herzl si scambiano uno storico abbraccio.
Al termine dei 3 giorni, il Congresso diffonde il cosiddetto “Programma di Basilea” che fissa l’obiettivo primario del Sionismo: assicurare agli ebrei un proprio territorio nazionale in Palestina, riconosciuto internazionalmente. La Terra Promessa passa da aspirazione spirituale a programma politico.
A tale obiettivo si deve giungere tramite la diplomazia e la pressione sui propri governi nazionali.
Vengono, poi, delineate 4 modalità per il raggiungimento di tale programma: una pianificata migrazione degli ebrei della Diaspora e il loro insediamento in Palestina; l’organizzazione e l’unificazione delle comunità ebraiche sparse nel mondo attraverso la costituzione di istituzioni locali a ciò preposte; la promozione di una coscienza nazionale, attraverso il diretto coinvolgimento degli ebrei negli obiettivi del Sionismo; ultimo, ma più importante, la pressione sui rispettivi governi affinché appoggino la causa Sionista.
C’è sempre qualcosa di astratto in uno Stato: in tre sole giornate quel qualcosa aveva preso forma a Basilea.

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Nei sui diari Herzl scrive: «Se dovessi riassumere il Congresso di Basilea in una frase – che dovrei fare attenzione a non dire pubblicamente – sarebbe questa: a Basilea ho fondato lo Stato ebraico. Se oggi dovessi uscirmene esplicitamente in questo modo come risposta riceverei solo risate. Forse in cinque anni, al massimo in 50, chiunque lo riconoscerà.»
Si dice che per un punto Martin perse la cappa.
Herzl si sbagliava di poco. 51 anni dopo, il 14 maggio 1948, Ben Gurion proclamava la nascita dello Stato d’Israele.

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