FILISTIN: PALESTINE FOR DUMMIES 2

Nella puntata precedente: Palestine for Dummies 1 – Il Primo Congresso Sionista


La Rinascita della lingua ebraica

Erano i ridenti tempi dei Maccabei, terzo secolo dopo Cristo, quando anche l’ultima parola di ebraico venne inghiottita e sepolta nel cimitero delle lingue morte. C’è chi parte e chi resta cantavano gli ebrei della Diaspora sparsi per il mondo, ma ognuno nella propria nuova lingua d’adozione.
L’ebraico scomparve a quei tempi come lingua di comunicazione quotidiana, ma non venne mai dimenticato: per secoli fu gelosamente custodito dai testi sacri e dalla preghiera.

Il protagonista della puntata di oggi non era ancora nato quando, in seno al movimento illuminista ebraico, verso fine Settecento, si sviluppò un progetto piuttosto ambizioso: figli del secolo dei Lumi, perché non dare nuova luce alla lingua ebraica?
L’idea venne ai giovani dell’Haskalah dal desiderio di restituire alla comunità ebraica d’Europa una forte lingua collettiva, elemento fondamentale per una futura coesione nazionale.
La questione linguistica si intrecciava inevitabilmente con quello che successivamente chiameremo Sionismo: chi sosteneva il diritto del popolo ebraico alla propria nazione simpatizzava per il progetto, gli altri preferivano investire le proprie energie in una maggiore assimilazione degli ebrei nelle società europee.

Tuttavia, il nocciolo del problema era un altro.
La Bibbia è sicuramente tra le sempiterne certezze del mondo dell’editoria– da duemila anni sempre in catalogo, probabilmente anche per i prossimi – ma nessuno può negare che sia un testo per sua stessa natura antico.
Parole della modernità, come treno o elettricità, non esistevano affatto, né nella Bibbia né ai tempi dei protagonisti della Bibbia; perciò ricorrere ad essa per modernizzare la lingua ebraica si rivelava un compito alquanto difficile. Quando, ad un certo punto, le perifrasi inventate a partire dal lessico biblico raggiunsero le cinque righe, ci si rese conto che forse occorreva cambiare metodo.

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Ma torniamo alla città della Sacher, dove iniziano a consumarsi i primi ape al Café Griensteidl e da dove iniziamo a seguire il nostro protagonista. Nel 1879, sul mensile ebraico viennese “L’alba” venne pubblicato, sotto lo pseudonimo di Eliezer Ben Yehuda, un articolo che suscitò un acceso dibattito. Dietro quel nome de plume si nascondeva un povero studentello lituano di ventun anni, dai capelli color paglia, gli occhi marroni e la tubercolosi galoppante. Malgrado il suo aspetto, la sua penna graffiava intensamente: un solo sionismo, una sola terra, una sola lingua.
Delle tre, soprattutto l’ultima.

Nel 1881 prese moglie, armi e bagagli e si trasferì a Gerusalemme, dove si gettò a capofitto nel suo progetto di rinascita dell’ebraico. Cominciò la sua nuova vita come giornalista e insegnante.
Il suo progetto, però, non fu accolto da tutti con entusiasmo: l’utilizzo dell’ebraico al di fuori degli scopi religiosi arrivò ad esser considerato da alcuni blasfemo; perciò capitava a volte che Eliezer venisse preso a sassate nel tragitto da casa a scuola.
Dovesse spuntarvi un sorriso alla lettura dell’ultima frase, io non riderei: questo è lo stesso rischio che si corre oggi, da turisti, ad aggirarsi per le strade del quartiere ultraortodosso di Mea She’arim a Gerusalemme.

Ma Eliezer Ben Yehuda non era uno che si faceva intimidire facilmente dalle minacce e in breve tempo riunì i suoi sostenitori nell’Esercito dei difensori della lingua. L’accordo che firmarono era di questo tenore:
“I membri vigileranno il linguaggio nelle strade e nei luoghi di mercato, e quando sentiranno parlare russo, francese, yiddish, inglese, spagnolo, arabo, o qualunque altra lingua, non mancheranno di fare un rimprovero, anche alla persona anziana, dicendo: «Non vi vergognate?».”

Il patto sottoscritto divenne proprio di sangue quando Deborah, la moglie, rimase incinta del figlio.
Ben Yehuda fece un’ulteriore solenne promessa:
“Il bambino non dovrà sentire altra parola che l’ebraico. La nostra casa dev’essere un santuario dove nessuno parla altra lingua che questa. Chiunque ne passi la soglia deve accettare questo patto, deve entrare con parole ebraiche sulle labbra. Finché la nostra crociata non avrà incontrato il favore popolare, dobbiamo isolare il bambino dalla contaminazione delle lingue e dei dialetti della Diaspora. […] con l’esempio potremo riuscire a trascinare il mondo israelita alla nostra idea.”

Le prime complicazioni, però, non tardarono ad arrivare.
La signora che avrebbe dovuto assistere Deborah dopo il parto, nonostante fosse ebrea, non conosceva l’ebraico. Eliezer le aveva assolutamente proibito di parlare quando il bambino fosse stato nella stessa stanza della madre, ma poiché non tutto poteva essere espresso a gesti, fu licenziata.
Questa prima esperienza gettò le basi per quella che diventò una prassi invalsa a casa Yehuda: o si superava l’esame di ebraico all’ingresso, o toccava stare in silenzio.

L’esperimento pedagogico riuscì: Ben Zion fu il primo bambino, dopo secoli, cresciuto a pita ed ebraico.
Casa Yehuda divenne pertanto una vera e propria “fabbrica delle parole”, un laboratorio linguistico in cui le parole venivano create a partire da una matrice ebraica comune.
Moglie e figli avevano il compito di inserire generosamente le nuove parole nelle proprie conversazioni, come banco di prova; dopo un periodo di rodaggio, la parola veniva sdoganata da Eliezer a scuola e sul suo giornale.

 

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“La Fabbrica delle Parole” di Marta Lonardi


Quando il progetto linguistico cominciò a trovare consensi tra gli Ebrei in Palestina, molti cominciarono ad ordinare parole ad Eliezer, quasi fosse un vero e proprio fornitore. Lo contattarono dall’ufficio postale per vocaboli inerenti alle lettere, dalla stazione di polizia per la parola ‘manganello’, da un ambulatorio medico per la parola ‘contagocce’.

Fu, però, la parola ‘sport’ a corrucciargli la fronte per un po’.
Un ebreo londinese molto sportivo, venuto a conoscenza del progetto e della necessità di finanziamenti per portarlo avanti, offrì un assegno piuttosto sostanzioso ad Eliezer a patto che egli gli telegrafasse immediatamente la nuova parola ebraica per ‘sport’. Pignolo e perfezionista qual era, gli studi sull’attività fisica nella Bibbia non erano ancora sufficienti per l’espressione di tale concetto.
Nonostante le esortazioni della moglie ad inventare una parola su due piedi, Eliezer si rifiutò e il sostegno finanziario sfumò. L’amarezza fu tanta, ma durò poco: giorno dopo giorno la lingua ebraica stava crescendo in termini di lessico e soprattutto si stava diffondendo ampiamente tra gli ebrei emigrati in Palestina.

Una lingua che si rispetti, però, ha ancora due elementi fondamentali: un proprio dizionario e una propria accademia della crusca.
Detto, fatto.
Nel 1959 esce il dizionario della lingua ebraica, opera omnia che raccoglie le fatiche di Ben Yehuda in ben diciassette volumi. Già dal 1953 era poi stata istituita l’accademia della lingua ebraica, in sostituzione del vecchio comitato per la lingua ebraica. È stata proprio quest’ultima ad ereditare il ruolo di creatrice di nuove parole e a raccogliere le sfide lanciate dall’avvento di internet e delle nuove tecnologie.
Per la cronaca, chiocciola (@) oggi si dice strudel.

E così, in chiusura, è doveroso dedicare un pensiero al piccolo Matteo.
A febbraio l’Accademia della Crusca gli scriveva: “Perché entri in un vocabolario, infatti, bisogna che la parola nuova non sia conosciuta e usata solo da chi l’ha inventata, ma che la usino tante persone e che tante persone la capiscano. Se riuscirai a diffondere la tua parola fra tante persone in Italia e gli italiani cominceranno a dire “Com’è petaloso questo fiore!”, ecco, allora ‘petaloso’ sarà diventata una parola dell’italiano”.

Vuoi un consiglio? Fai come Ben Yehuda, fatti una lingua tutta tua!
#petaloso

 


Nella puntata precedente: Palestine for Dummies 1 – Il Primo Congresso Sionista

 

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