FILISTIN: PALESTINE FOR DUMMIES 4

Nella puntata precedente: Palestine for Dummies 3 – Prima Guerra Mondiale e Dichiarazione di Balfour


Seconda Guerra Mondiale e Shoah

Bertolt Brecht, che non era di origini ebraiche ma venne comunque perseguitato dal regime nazionalsocialista, scrisse un’opera sulla vita di Galileo Galilei. All’atto XIII, lo scienziato, umiliato dal Tribunale dell’Inquisizione, risponde a chi lo schernisce per l’abiura, a chi lo accusa di essere un codardo, l’antitesi di Giordano Bruno, che invece per difendere le sue idee si è fatto bruciare sul rogo: “Sventurata la terra che ha bisogno di eroi”. In realtà, Galileo non è un pisciasotto, non si è rassegnato alla realtà così com’è e ha sconfessato tutto quello in cui crede solo per salvarsi la pellaccia: Galileo è abbastanza intelligente per capire che il mondo ha più bisogno di studiosi che di martiri. Se lo abbrustoliranno assieme agli atri eretici, chi getterà le basi dell’astronomia moderna?

Queste otto parole però racchiudono una verità ancora più profonda: “sventurata la terra che ha bisogno di eroi” perché ciò significa che o non ne ha mai avuti o ne ha avuti di grandiosi in passato, ma non è stata in grado di imparare dal loro sacrificio. E quest’ultimo assunto è anche la chiave per comprendere conflitto israelo-palestinese: un popolo che ha subito la Shoah dovrebbe avere la memoria abbastanza lunga per non pianificare una diaspora palestinese come la Nakba.

Ma andiamo per ordine.

Siamo nella città della Sacher (che, a quanto pare, è filo conduttore di questa rubrica), nel primo decennio del Novecento. Un ragazzo basso e incazzoso, trasandato d’aspetto e scavato dalla fame, si aggira per i ghetti di Vienna, avvolto in cappotto nero, sdrucito e di tre taglie più grandi, regalatogli da un amico ebreo. Non gioca d’azzardo, non beve e non fuma, perché come dirà in seguito “mi accorsi che con i soldi di un pacchetto di sigarette potevo comprarmi del burro”. E’ il giovane Adolf Hitler, che a vent’anni sogna di fare il pittore, ma per ben due volte di fila è stato rifiutato all’Accademia delle Belle Arti a causa della sua scarsa inclinazione artistica. Quando tutto ti va male, e come le perline di una collana si inanellano tutte le sfighe una dietro l’altra, la miseria, il vagabondaggio, la morte della madre, l’odio nei confronti in un padre dispotico e manesco, non sei abbastanza lucido per metabolizzare il fallimento. E allora devi pur trovare qualcuno a cui dare la colpa. Metti di essere uno scapestrato con la quinta elementare e le ambizioni di fama e potere di un grande artista, metti di vivere in un paese in cui l‘antisemitismo è un pensiero culturalmente e socialmente radicato e giustificato e mettici pure che è molto più semplice fare due più due invece che un bagno di umiltà. Se non sai disegnare, è colpa degli altri che non riconoscono il tuo talento innato; se sei povero, è colpa di una folta schiera di banchieri e imprenditori ebrei che ingrassa sulle spalle dei poveri tedeschi ridotti alla fame. E allora pianificare lo sterminio di un intero popolo è un attimo.

Prima però Adolf partecipa come fante alla Prima Guerra Mondiale, cosa che di certo non mitiga il suo carattere già di per sé rissoso, e quanto torna dal fronte si butta in politica, divenendo il leader del Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori.

Adolf non ha un soldo bucato, ma in compenso è dotato di una favella e di un carisma invidiabili. L’8 novembre del 1923 entra in una birreria Burgerbraukeller a Monaco e, di fronte ai suoi fedelissimi dell’NSDAP e di uno sparuto gruppo di ubriaconi, annuncia che “attenzione la rivoluzione nazionale è cominciata. Abbiamo circondato il palazzo con seicento uomini armati di tutto punto. Il governo bavarese e del Reich è stato rovesciato. Le caserme dell’esercito e della polizia sono occupate, gli uomini si sono schierati con noi e marciano sulla città con le nostre bandiere della svastica. Streseman non è più cancelliere. Io ho assunto la direzione politica del nuovo governo”. Per sua stessa ammissione, il golpe è un bluff. Tuttavia, ciò non serve ad evitargli un anno di galera, periodo nel quale scriverà il suo manifesto ideologico, il Mein Kampf.

Il Mein Kampf è quello che oggi definiremmo un mappazzone che sfora abbondantemente le 500 pagine, immaginate le Cronache di Narnia a tema xenofobo, antisemita e nazionalista. Il fatto più curioso legato alla Battaglia di Adolf Hitler è che il futuro dittatore, per scriverla, si sia ispirato ai cosiddetti Protocolli dei Savi di Sion, un falso storico ideato dalla polizia segreta dello zar di Russia per diffondere il disprezzo nei confronti degli ebrei, nei primi anni del Novecento. I Protocolli dipingevano gli ebrei come una lobby massonica potentissima che voleva conquistare il mondo. Hitler, pur riconoscendo questi documenti come assolutamente fasulli, decide non solo di renderli obbligatori nelle scuole del Terzo Reich, ma anche di sfruttarli fino all’osso per pompare il valore ideologico del Mein Kampf. Il risultato è che il suo libro diventa un vero e proprio best-seller, arrivando durante al regime ad avere una tiratura di circa 6 milioni di copie. Come la Bibbia.

Da qui in avanti, la storia è nota ai più. Nel 1933 Adolf fa il colpaccio, diventa Führer, si autoconvince che la Mitteleuropa sia di diritto tedesca e decide di sfogare la classica frustrazione di chi possiede un pene sotto la norma invadendo la Polonia. Poi scoppia la Seconda Guerra Mondiale, che fra gli altri bilanci drammatici è famosa per essersi conclusa con il genocidio di 6 milioni di ebrei.
Prima di arrivare all’eliminazione sistematica nei campi di sterminio, tuttavia, ci sono state una serie di tappe intermedie, leggi razziali e storie di noncuranza internazionale, che rendono il progetto tedesco ancora più agghiacciante. Certo, la soluzione finale porta il marchio “Deutsche”, ma il resto del mondo nel frattempo dov’era? La politica razziale nazista affonda le sue radici nel 1933, Hitler è caduto nel 1945: per dodici anni la comunità internazionale si è occupata di politica estera o di uncinetto e bricolage? Gli Alleati americani che hanno contribuito alla Liberazione d’Italia sono gli stessi che il 13 maggio del 1939 si sono rifiutati di accogliere il 937 profughi ebrei tedeschi che sbarcarono dal transatlantico St. Louis sulle coste cubane?

E che dire di Terezin? Terezin era considerato il fiore all’occhiello della politica concentrazionaria nazista, un piccolo campo situato nella Repubblica Ceca a poche decine di chilometri da Praga, famoso per ospitare intellettuali e bambini e nel quale morirono “solo” 35mila persone. In realtà, oltre ad essere lo snodo più strategico per Auschwitz e Treblinka, è anche stato trasformato in una specie di macabro parco giochi per ebrei per ingannare (fin troppo facilmente) i rappresentanti della Croce Rossa Internazionale. Dopo una serie di proteste del governo danese che, dall’ottobre 1943, cominciò a chiedere sempre più insistentemente notizie riguardo il destino degli ebrei catturati a Copenaghen, Adolf Eichmann concesse ai rappresentanti della CRI una visita, con l’intento di smentire le voci relative ai campi di sterminio. 7500 ebrei considerati impresentabili finirono dritti ad Auschwitz, mentre gli altri vennero obbligati a costruire un macabro palinsesto di finti negozi, scuole, parchi per dimostrare che il campo era in realtà una sorta di colonia di villeggiatura. I tedeschi si ritennero così abili nell’ingannare i danesi che decisero di ambientare a Terezin il loro docu-film di propaganda (proprio così), nel quale mostravano bambini sorridenti e partite di pallone fra internati, tutti grati di trovarsi sotto l’ala benevola dell’aquila del Reich. Il regista, un famoso attore e cabarettista dell’epoca di nome Kurt Gerron, un ebreo, accettò di girare il film in cambio della promossa da parte dei nazisti di aver salva la vita. Venne gassato ad Auschwitz assieme alla moglie pochi mesi dopo.

Questi sono solo alcuni aneddoti di una triste storia di migrazioni, persecuzioni e stragi cominciate con la diaspora, nel 70 d.C, quanto Tito distrusse il Tempio di Gerusalemme. E per parlare in maniera inattaccabile di Palestina non bisogna indulgere nella tentazione di omettere la sofferenza altrui. A maggior ragione, un popolo sofferente come quello ebraico dovrebbe aver cura della propria memoria storica e non infliggere ad altri il dolore e le umiliazioni che gli sono stati inflitti per quasi 2000 anni. E per cosa, poi? Per rivendicare una terra promessa da Dio?

Il filosofo tedesco di origine ebraica Hans Jonas ha sostenuto che Dio vada ripensato dopo Auschwitz, affermando sostanzialmente che se esiste una qualche divinità che ha potuto permettere agli uomini di commettere le atrocità dei campi di sterminio, necessariamente questa divinità deve essere impotente o del tutto menefreghista. Il problema però non è la divinità, il problema sono gli uomini. E difatti non c’è nulla contro Dio, è il suo fan club che spaventa. Di qualunque Dio si tratti.


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