FILISTIN: PALESTINE FOR DUMMIES 5

Nella puntata precedente: Palestine for Dummies 4 – Seconda Guerra Mondiale e Shoah


Il Mandato Britannico in Palestina

“Le questioni fondamentali della politica non sono la libertà, la giustizia, l’uguaglianza.
Si tratta di temi importanti ma, in qualche misura, derivati.
La questione fondamentale è la scelta, cioè chi sceglie cosa, per chi e in base a quali criteri.”
Gianrico Carofiglio, La Manomissione delle Parole


È il 9 dicembre 1917 quando la moderna crociata inglese conquista Gerusalemme e libera la Città Santa dagli ottomani, mettendo fine al loro dominio in Palestina.
Il generale Edmund Allenby, fautore dell’impresa e a cui in seguito verrà affidata la dirigenza del territorio palestinese, ricorderà così quel giorno:

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…Entrai nella città ufficialmente a mezzogiorno, l’11 dicembre, con alcuni uomini del mio staff, i comandanti del distaccamento francese e italiano, i capi delle missioni politiche, gli attachés militari in Francia, Italia ed America… La processione era tutta quanta a piedi, ed alla porta di Jaffa venni ricevuto dalle guardie in rappresentanza di Inghilterra, Scozia, Irlanda, Galles, Australia, Nuova Zelanda, India, Francia e Italia. La popolazione mi ricevette con gioia…“.

Inizia così de facto il Mandato Britannico in Palestina, ufficializzato poi nel 1920.
È interessante notare che se fosse stato per l’accordo Sykes-Picot, la Palestina sarebbe stata spartita anche con la République française, ma per via della Dichiarazione Balfour, gli inglesi tennero quell’angolo di terra per sé, temporaneamente, in attesa di consegnarlo nelle mani del movimento sionista.

Che cosa fu il Mandato Britannico?
Si trattava di un’occupazione militare, ma prevedeva l’attuazione di una serie di politiche interventiste nell’economia, nell’amministrazione e in altre parti della vita della popolazione.

Nel frattempo, poiché la migrazione sistematica di ebrei in suolo palestinese continuava, si accentuarono le tensioni tra sionisti e palestinesi. Una commissione d’inchiesta venne istituita e poiché rilevò un sempre più crescente senso di insoddisfazione all’interno dell’élite palestinese, chiese una riconsiderazione della Dichiarazione Balfour.
Per fare sempre i bastian contrario, gli inglesi, invece, la inserirono nella Carta costitutiva del Mandato Britannico.
Come le dodicenni teenager che ti promettono solennemente amicizia eterna e, alle spalle, sparlano di te con altre dodicenni in crisi ormonale, così i britannici si destreggiavano tra le promesse fatte agli uni (palestinesi) e agli altri (sionisti), distribuendo contentini politici in base al ciclo mestrual… pardon, degli eventi.
Per esempio, durante i primi anni del mandato, Sir Herbert Samuel, il primo alto commissario britannico, favorì il movimento sionista: consentì ad esso di attuare una ricognizione del territorio che sarebbe servita in seguito per la sua espansione e favorì l’assunzione di un maggior numero di ebrei rispetto ai musulmani per gli incarichi nell’amministrazione civile.
D’altra parte, egli consentì anche la creazione di un’istituzione che raccoglieva i dignitari religiosi musulmani: il Consiglio supremo musulmano, al capo del quale stava il gran muftì.

Quando si concede a gruppi politici – religiosi o etnici che siano – la possibilità di organizzarsi, bisogna tenere in conto che questa eventualità si concretizzi realmente. Così, anche le élite palestinesi iniziarono, all’interno del forum, a vagliarle idee sugli strumenti per liberare la loro terra dal sionismo.
Chi tirava in causa il panarabismo, chi contava sul governatore dell’allora Transgiordania.
D’altra parte, i sionisti per la prima volta proposero ai britannici l’idea di – udite, udite – dividere la Palestina in due entità politiche. Sull’attualità di questa proposta, i sionisti erano più pronti e organizzati dei notabili arabi che erano ancora ben lontani dal costruire una qualche forma di solidarietà nazionale.
Bisogna dire che il progresso sionista verso un’idea di nazione in Palestina fu anche favorito dalla presenza di personalità, quali David Ben Gurion (non vi suona familiare?), Eliezer Kaplan e Moshe Sharett, esponenti illustri del sionismo.
A ciò aggiungiamo, i pregiudizi verso gli arabi e la non celata simpatia per i sionisti da parte inglese, poiché è innegabile che questi ultimi fossero portatori degli stessi valori occidentali, e vediamo come le politiche britanniche attuassero sostanziali discriminazioni; in primis, la notevole precoce indipendenza in alcuni ambiti data agli ebrei sul suolo palestinese.

Tramonta, così, l’idea inglese di costruire uno stato moderno e, nel frattempo, le tensioni e la violenza aumentano.
BOOM.
1929, da un incidente di poco conto riguardante il Muro del Pianto a Gerusalemme, un’ondata inaspettata di violenza si espande per tutta la Palestina, soprattutto tra i contadini palestinesi, che, ultimi tra gli ultimi, si vedevano portare via in maniera massiccia le loro terre.
I sionisti, non contenti, aumenteranno la loro forza paramilitare, l’espansionismo e gli arrivi ebraici.

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Come tutti i coloni che si rispettino, gli inglesi poco ebbero cura dell’impoverimento della Palestina rurale a cui va sommato l’espansionismo massiccio del sionismo, anche dovuto al grande flusso di ebrei in fuga da nazismo e fascismo che imperversavano in Europa.

Finché, nel 1939, ai palestinesi vennero promessi una limitazione della migrazione ebrea e il contenimento dell’espansione sionista.
Tuttavia, poiché la situazione in Europa andava peggiorando, i flussi continuarono ad arrivare illegalmente.
I sionisti, sentendosi traditi dai britannici, elaborarono la svolta verso la soluzione militare al problema palestinese e svilupparono un tipo di militarismo, in seguito, tipico israeliano.
Varie forze militari verranno create, negli anni Quaranta, tra le quali la “Stern Gang” viene ricordata come la più aggressiva.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, le neo-forze paramilitari ebraiche aiutarono l’esercito britannico, soprattutto contro il nazifascismo, pur volendo abolire il Mandato in Palestina. E tuttavia, c’è da dire che l’impegno sionista verso gli ebrei in Europa fu piuttosto limitato.

Ecco che alla fine della guerra, i dirigenti sionisti sostennero che soltanto un futuro Stato ebraico avrebbe potuto essere un rifugio per gli ebrei sopravvissuti e una garanzia contro un altro Olocausto.
La propaganda vinse le rigide regole britanniche sull’immigrazione e anche l’acquisto di terre e la costruzione di nuovi insediamenti ripresero.
Sul fronte arabo-palestinese, vi era una paralisi politica dei capi arabi che favorì l’avanzata sionista e privò le comunità locali di una qualche capacità di difesa davanti alla determinazione sionista di impadronirsi della Palestina.
Ed ecco che, a complicare ancor di più la situazione, avvenne l’abbandono definitivo della terra di Palestina, nel 1947, da parte dei britannici.
Bye-bye Palestine!

Le Nazioni Unite presero in mano la questione palestinese per decidere di una spartizione tra ebrei ed arabi, ma un anno dopo, nel 1948, la Nakba – catastrofe – era iniziata e la creazione dello Stato ebraico di Israele compiuta.

Wiston Churchill – Segretario di Stato britannico per le colonie

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