FILISTIN: PALESTINE FOR DUMMIES 7

Nella puntata precedente: Palestine for Dummies 6 – La Nascita dello Stato d’Israele, La Nakba


La Guerra dei Sei Giorni

Sì, è vero, il progetto sionista ha dato forma allo Stato d’Israele, e sì, gli inglesi, dopo aver inutilmente cercato di manovrare le dinamiche scoppiettanti di queste terre, hanno pensato bene di ritirarsi nella loro bella isola per occuparsi di tè, cani e cavalli.
Dal 1948, anno della Nakba, Ben Gurion e i suoi si sono ingegnati nell’eliminare ogni forma di dissenso o di resistenza tra la popolazione locale, e ad essere sinceri tutto stava andando secondo i loro piani.
Ma questo già lo si sapeva dalla scorsa puntata.

Dall’anno della “Catastrofe” in poi, si inaugura infatti una stagione di forte sviluppo economico e sociale per Israele, che permette al nuovo Stato di consolidare la propria presenza sul territorio.
Gli amici arabi avevano tentato, nel 1948, di soccorrere il popolo palestinese; soccorrere si fa per dire, poiché al termine del conflitto la striscia di Gaza viene occupata dall’Egitto e la Cisgiordania dalla Giordania.
Impotenti di fronte alla potenza militare israeliana, gli stati della Lega Araba non fanno altro che negare l’esistenza del neonato Stato di Israele, boicottandolo economicamente ed inasprendo al contempo il trattamento riservato agli ebrei presenti nei loro territori.
In particolare, Gamal Nasser – secondo presidente d’Egitto e leader di spicco della Lega Araba – si fa portavoce della teoria secondo cui Israele altro non è che la roccaforte dell’Occidente, il suo “pugnale” contro il mondo arabo.
Il suo successo politico deriva soprattutto dal senso di insofferenza per il dominio coloniale britannico e, in generale, per la politica colonialista.

Volete la ricetta per una guerra rapida e veloce?
Prendete uno Stato di poco meno di dieci anni, armatelo fino ai denti.
Stemperate a fuoco basso il suo borioso presidente, Ben Gurion, prospettandogli l’annessione di nuovi territori.
Fatto?
Ora prendete il leader di una Lega di Stati incostanti, ma orgogliosi. Lavorate sempre sul presidente della coalizione e sulla sua malcelata aspirazione ad un ruolo di maggior rilievo tra i paesi arabi.
Aggiungete, infine, un pizzico di interesse per la questione israelo-palestinese ed un profondo odio verso i vicini ebrei.
Ecco a voi il conflitto quasi servito. Manca solo un ultimo ingrediente: una scintilla.

La miccia diviene il Canale di Suez, in particolar modo il suo controllo, e nel 1956 è guerra.
Voilà! Cotto e mangiato!
Inglesi e francesi non mancano certo all’appuntamento, e per motivi diversi sostengono gli israeliani attraverso bombardamenti aerei mirati.
Senza sviscerare i dettagli bellici, è importante sapere che per quanto la vittoria sia israeliana, i territori da poco conquistati non vengono trattenuti a lungo, soprattutto grazie alle pressioni congiunte di USA ed URSS, sorprendentemente d’accordo in un periodo di intensa Guerra Fredda.
Nasser, sconfitto sul campo, esce tutt’altro che indebolito dal punto di vista politico.

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Poiché entrambe le parti proseguono nell’opera di conquista del potere, la tensione sale nella regione, al punto che tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’60 si registrano scontri armati e guerriglie.
Ma l’attenzione di Nasser, che nel corso di quegli anni si era temporaneamente spostata in Siria, torna dagli anni ’60 sulla questione palestinese: che sia solo una mossa per agevolare i suoi giochini politici, oppure un tentativo di unire il mondo arabo contro Israele poco importa, poiché il risultato è uno solo e si chiama “Guerra dei sei giorni”, o “an-Naksah”, la sconfitta.
Siamo di fronte ad una nuova dicotomia, perché l’episodio è tanto shoccante e traumatizzante per i palestinesi quanto esaltante definito addirittura “apocalittico” per Israele.

Ma come si è arrivati a questo punto?

Se vogliamo parlare di responsabilità, Nasser è il primo della lista, in quanto, chiudendo lo Stretto di Tiran, che collegava il Golfo di Aqaba al Mar Rosso e bloccando quindi il traffico marino israeliano, ha fornito il giusto pretesto per lo scontro.
Lamentando che il diritto al transito era una concessione ottenuta in seguito all’aggressione del ’56, condannata dalle Nazioni Unite, si faceva portatore di una richiesta sicuramente legittima, ma allo stesso tempo volutamente provocatoria. Il tutto, accompagnato da un’alleanza militare con Siria e Giordania.
Un po’ come dire: “daje, stiamo aspettando te”.

L’esercito israeliano, per suo conto, già dagli anni ’50 elaborava piani per l’occupazione rapida dei territori ancora mancanti, in stretta collaborazione con i “redentori”, figure al limite del mitologico, i quali considerano la Cisgiordania quale antica Terra d’Israele, che andava per l’appunto redenta.
Il sogno romantico, tenuto a freno fino a quel momento, spinge comunque all’investimento in tecnologie militari, che permettano ad Israele di acquistare armi all’ultima moda – comprese quelle nucleari, gentilmente fornite dalla Francia.
L’atteggiamento guerrafondaio è dilagante, gli armamenti ci sono, ciò che manca è solo l’endorsement politico occidentale. E questo arriva proprio nel 1967, per cui, a differenza del conflitto del ‘56, le conquiste territoriali ottenute da Israele non soltanto sono durevoli, ma addirittura in grado di condizionare gli equilibri geopolitici del Medioriente fino ai giorni nostri.

Mappa_Guerra_del_KippurLa scelta di considerare legittimo l’attacco israeliano da parte della Comunità Internazionale deriva dalla presunta minaccia rappresentata dall’alleanza militare tra Egitto, Siria e Giordania, che di fatto comporta un accerchiamento dello Stato di Israele.
“E’ a rischio la sua stessa sopravvivenza!”, o almeno così è stato detto.
Più tardi figure di spicco israeliane, sia in campo militare che politico, hanno ammesso che la minaccia al tempo non era consistente, soprattutto tenuto conto dei reali rapporti di forza.
Ma nel frattempo Israele è riuscito in un sol colpo a rafforzare rapporti di amicizia con gli USA –del resto “Chi non vorrebbe gli Stati Uniti come amico?”- ed  allargare considerevolmente i suoi territori.
In pochi giorni, strappa, infatti, la Striscia di Gaza ed il Sinai all’Egitto, le Alture del Golan alla Siria ed infine la Cisgiordania alla Giordania, compresa l’intera Gerusalemme che viene immediatamente proclamata “eterna ed indivisibile capitale dello Stato Ebraico”.


Ma in tutto ciò, i palestinesi?

Se le potenze arabe intervenute nel conflitto perdono significative porzioni territoriali, la popolazione palestinese perde praticamente tutto.
Gli israeliani danno, infatti, inizio ad una frenetica corsa per la costruzione di insediamenti ebraici nei territori occupati, mentre i legittimi proprietari subiscono nuovi sradicamenti: alcuni fuggono, altri vengono direttamente espulsi dalle loro case.
Gli spostamenti di popolazione, inserendosi all’interno di un progetto di “giudaizzazione” dei territori di Gaza e Cisgiordania, sono inferiori a quelle del ’48, ma si inseriscono in un contesto già significativamente precario, in cui violazioni di diritti umani e civili sono all’ordine del giorno.
Nel 1972 i rifugiati  palestinesi ammontavano a 1,5 milioni, mentre nel 1982 il numero sale a 2 milioni.
Le colonie israeliane in terra palestinese sono illegali in forza del diritto internazionale, ma ciò non ha impedito ad Israele di mantenerle e di espandere i suoi insediamenti.
Il popolo dei “perenni profughi” non smette ancora oggi di crescere.

Ed in tutto ciò, la comunità internazionale, perlopiù, tace.


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Nella puntata precedente: Palestine for Dummies 6 – La Nascita dello Stato d’Israele, La Nakba

 

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