OMBRE MIGRANTI: ALÌ DAGLI OCCHI AZZURRI

ali“Quello che cambia è solo il verso” – Acrilico su carta di Marta Lonardi


Avete mai provato a staccarvi dalla vostra ombra?
La nostra sagoma in due dimensioni ci segue ovunque eppure non è noi. Noi siamo rotondi, a volte spigolosi, grovigli di idee, emozioni, colori.
Avete mai ascoltato la voce di un’ombra?
In Ombre Migranti proveremo a ridare occhi, mani, parole a quegli uomini e quelle donne che ogni giorno lasciano il loro Paese e arrivano ai confini dell’Europa.
Scrivere di Migranti oggi non è facile, anche se estremamente attuale. Si è creato uno strano paradosso per cui tutti conoscono il problema, ma ogni volta ci si sorprende a qualche notizia dei media.
Sono Ombre: impalpabili seppur presenti, (mal)viste e mai ascoltate.
In collaborazione con il Centro Astalli di Trento, nasce questa sezione , dove si affronteranno oltre che problematiche legate al tema, anche normative, esperienze di vita, immagini, riflessioni e sentimenti.
Le penne sono più d’una. Gli obiettivi ambiziosi.

E’ troppo facile diventare, in fretta e furia, tutti lungimiranti lettori della Fallaci, senza di Oriana conoscere alcunché.
Armiamoci piuttosto della sua voglia, anzi obbligo, di parlare.
E’ un’altra, infatti, la Profezia che oggi vogliamo proporvi. Una provocazione in versi, scritti ben cinquant’anni fa ma di un’attualità travolgente.
Era il lontano 1965 quando Pier Paolo Pasolini prendeva in mano la penna per lasciarci la sua Profezia.
Era ancora il tempo di emigrazioni.
Dei contadini del Sud che si spostavano al Nord.
Degli Italiani che salpavano alla volta dell’America.
Erano gli anni del sogno americano, dello Zio Sam, delle carte di credito, dei divi di Hollywood, del “esportiamo la pizza”, ma anche la mafia.
Si parla tanto di Molenbeek ultimamente, ma vogliamo ripensare alla Chicago degli anni ’30 o la New York dei ’40 e ’50? Non so se all’epoca esistessero dei Matthew o Donald, ma rimane una ciclica storia di diversi, mal visti, non voluti, criminali ipso facto, per dovere accolti ma preferibilmente respinti.

Pasolini scriveva di un Alì dagli occhi azzurri. Uno dei tanti figli dei figli.
Umile quanto debole, infimo quanto colpevole, suddito quanto piccolo.
Un Alì in un popolo di migranti.
Essi che vissero come assassini sotto terra, essi che vissero come banditi
in fondo al mare, essi che vissero come pazzi in mezzo al cielo,
essi che si costruirono
leggi fuori dalla legge,
essi che si adattarono
a un mondo sotto il mondo.
Quelle barche varate nei Regni della Fame costringevano l’uomo occidentale ad un confronto con una visione lontana, antitetica, rivoluzionaria del mondo e della vita.
Il Pasolini profetico vedeva già allora nell’incontro l’occasione di imparare dal diverso, la possibilità di stabilire un confronto, di spogliarsi anche solo in parte dagli artifizi della società occidentale ed imparare finalmente ad essere liberi. Tornare ad essere fratelli.
L’autore dipingeva uno scenario apocalittico, dato dall’incapacità di pensare ad un modo nuovo di reagire delle popolazioni autoctone – di noi – all’arrivo dei migranti.
Il suo mondo di emigrazioni diventa oggi un mondo di immigrazioni. Quello che cambia è semplicemente il verso.

Zygmunt Bauman sostiene che un tempo si pretendeva che lo straniero per abitare insieme a noi, diventasse come noi, “accettando in toto il nostro modo di vivere”.
Era un retaggio di quella vecchia concezione per cui la nostra popolazione ritiene di condurre uno stile di vita superiore ed illuminato, a cui l’altro si deve adattare.
Oggi questo mito è stato sfatato eppure le cose non sono cambiate più di tanto.
Il filosofo, in “La convivenza. Un intervento dopo gli attentati di Parigi”, individua due caratteristiche della nostra società: multiculturalità e multiculturalismo.
La prima è la constatazione che viviamo in una società multiculturale, in cui la presenza dello straniero non è transitoria, ma duratura e quotidiana, a cui bisogna abituarsi.
Il secondo è il comportamento che dalla multiculturalità, appunto, discende: per poter convivere “tutte le culture devono essere rispettate semplicemente perché sono diverse”.
Rimane il concetto di diverso che può essere percepito in due modi diametralmente opposti: la possibilità di un arricchimento o un impianto artificioso, un corpo estraneo da rigettare.
Purtroppo, è spesso questa seconda visione ad avere la meglio.
La conseguenza, secondo Bauman, è il “multicomunitarismo”, che consiste nello svilupparsi di comunità diverse che vivono una affianco all’atra senza comunicare.
E l’incomunicabilità è un morbo da cui difficilmente la nostra società potrà guarire.
Mentre la politica ufficiale millanta, dunque, parità di diritti umani, all’atto pratico sono stati commessi così tanti errori che quel che emerge è una specie di società dell’Apartheid, come ha di recente sostenuto il Primo Ministro francese.

Non è la prima volta, né sarà l’ultima, che si assiste a migrazioni di massa.
Purtroppo non è neppure la prima volta che la società risponde con i mezzi sbagliati. E per “mezzi” s’intende l’insieme più eterogeneo possibile: da manovre politiche e strategie economiche, a nuove filosofie e semplici ideali, a stati d’emergenza, interventi umanitari e guerre-crociate.
Allora si crea quello strano, amaramente ironico, paradosso per cui in virtù di quei “principi giusti” diventiamo paladini di guerre altrettanto “giuste”, tutte caratterizzate da un denominatore comune: la supremazia di qualcuno su qualcun altro.
Un mondo dei buoni, sui cattivi.
Dei normali, sui diversi.
Dei democratici, sui non-democratici.
Di coloro che chiudono le frontiere e fanno del filo spinato uno strumento di difesa, su coloro che vengono rispediti al mittente.
Come se qualcuno avesse la legittimità di “impacchettare” una, due, cento, migliaia di persone e trasformarle in ombre, scegliendo dove debbano stare, vivere, spostarsi.
E chi è questo mittente? E’ la guerra. E’ la dittatura. E’ la tortura. E’ la violenza.
Ma anche la fame, la povertà, la disperazione, la libertà di poter sognare qualcosa di migliore e lottare per conquistarlo. Quello stesso sogno americano che spingeva ad imbarcarsi a metà del secolo scorso, ora corrisponde a un’etichetta: migrante economico.
A cui, a sua volta, è associato un verdetto con ogni probabilità già scritto: vedersi rifiutato il permesso di stare. Ma si sa, la ricerca della felicità, in fin dei conti, è una prerogativa di noi occidentali.
Il rifugiato politico è invece colui che scappa da persecuzioni politiche, etniche, sociali. Che rischia la propria vita in guerre e violenze.
Facile, però, giustificare la distinzione economico-politico in nome delle formali Convenzioni internazionali, quasi a volersi tutelare dietro una patina di diritti umani.
A scanso di equivoci, allora, l’accordo tra Unione Europea e Turchia ha finalmente previsto un trattamento paritario: tutti, indistintamente, se ne tornano indietro.

Peccato che indietro non vogliano tornare.
Peccato che indietro non possano tornare.
E il motivo sta proprio nella squisita libertà e sacrosanto diritto di scegliere che vita, futuro, destino intraprendere.
Sta nel fatto che non si risolve la cosiddetta crisi migranti con le ideologie nazionali che vedono nell’altro un diverso da vagliare e, poi, soccorrere o cacciare. Ma un diverso da cercare, conoscere e integrare.
Ognuno è, è stato e sarà diverso per qualcun altro.

E’ con assistenza, accoglienza ed integrazione che la crisi diventa opportunità.
Un’opportunità in cui investire le cifre che l’ipocrisia europea stanzia in “sicurezza” e accordi oltre il limite dell’umanità.
Lumanità per capire che se a Idomeni, a Calais o al Brennero qualcuno manifesta, a sfilare sono persone e non ombre.
E le persone hanno una voce, che va ascoltata e non repressa.
Ogni Alì che lo voglia, allora, potrà avere gli occhi azzurri.
Apriamoli. Azzurri, neri, marroni, gialli, rossi che siano.
Guardiamo le ombre intorno. E cerchiamo di migrare con loro.
Non c’è niente e nessuno da fermare, da cui difendersi o da risolvere. Ma sicuramente tanto da cambiare.
Gaber cantava“Mi fa male il mondo. Ma la rabbia che portiamo addosso è la prova che non siamo annientati, da un destino così disumano, che non possiamo lasciare ai figli e ai nipoti”.
Noi, qui, canteremo con lui.


 

Profezia – Pier Paolo Pasolini

A Jean Paul Sartre, che mi ha raccontato
la storia di Alì dagli Occhi Azzurri

Alì dagli Occhi Azzurri
uno dei tanti figli di figli,
scenderà da Algeri, su navi
a vela e a remi. Saranno
con lui migliaia di uomini
coi corpicini e gli occhi
di poveri cani dei padri
sulle barche varate nei Regni della Fame. Porteranno con sé i bambini,
e il pane e il formaggio, nelle carte gialle del Lunedì di Pasqua.
Porteranno le nonne e gli asini, sulle triremi rubate ai porti coloniali.
Sbarcheranno a Crotone o a Palmi,
a milioni, vestiti di stracci,
asiatici, e di camice americane.
Subito i Calabresi diranno,
come malandrini a malandrini:
“Ecco i vecchi fratelli,
coi figli e il pane e formaggio!”
Da Crotone o Palmi saliranno
a Napoli, e da lì a Barcellona,
a Salonicco e a Marsiglia,
nelle Città della Malavita.
Anime e angeli, topi e pidocchi,
col germe della Storia Antica,
voleranno davanti alle willaye.
Essi sempre umili
Essi sempre deboli
essi sempre timidi
essi sempre infimi
essi sempre colpevoli
essi sempre sudditi
essi sempre piccoli,
essi che non vollero mai sapere, essi che ebbero occhi solo per implorare,
essi che vissero come assassini sotto terra, essi che vissero come banditi
in fondo al mare, essi che vissero come pazzi in mezzo al cielo,
essi che si costruirono
leggi fuori dalla legge,
essi che si adattarono
a un mondo sotto il mondo
essi che credettero
in un Dio servo di Dio,
essi che cantavano
ai massacri dei re,
essi che ballavano
alle guerre borghesi,
essi che pregavano
alle lotte operaie…
… deponendo l’onestà
delle religioni contadine,
dimenticando l’onore
della malavita,
tradendo il candore
dei popoli barbari,
dietro ai loro Alì
dagli occhi azzurri – usciranno da sotto la terra per uccidere —
usciranno dal fondo del mare per aggredire — scenderanno
dall’alto del cielo per derubare — e prima di giungere a Parigi
per insegnare la gioia di vivere,
prima di giungere a Londra
per insegnare ad essere liberi,
prima di giungere a New York,
per insegnare come si è fratelli
— distruggeranno Roma
e sulle sue rovine
deporranno il germe
della Storia Antica.
Poi col Papa e ogni sacramento
andranno su come zingari
verso nord-ovest
con le bandiere rosse
di Trotzky al vento…

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *