OMBRE MIGRANTI: COME UN UOMO SULLA TERRA

Come un uomo sulla terra locandina


Questa è la storia di un viaggio. La destinazione non è scritta su un biglietto d’aereo ma nelle menti di chi se ne va. Sai quando parti e da dove, non sai quanto ci metterai ad arrivare. Sarai solo anche se circondato da persone come te. Questa è la storia di Dag, di Sanait, di Mimi, di Negga e di Tsegaye, ma come loro tanti altri hanno percorso quella strada a volte verso la salvezza, a volte verso la morte.

Siamo nel 2008 e il documentario di Andrea Segre Come un uomo sulla terra racconta il viaggio della speranza di coloro che sono partiti dall’Etiopia e, passando per Sudan e Libia, sono arrivati sulle coste italiane. Ma racconta anche come dietro all’accodo bilaterale del 2008 tra Italia-Libia per arginare l’immigrazione clandestina si nascondano retroscena rispetto ai quali nessuno avrebbe dovuto girarsi dall’altra parte.

Nessuno di noi sapeva esattamente cosa ci stava per succedere” con questa frase un ragazzo etiope di nome Dag inizia il suo racconto fatto di testimonianze raccolte tra chi come lui ora frequenta la Scuola di Marco, una comunità di accoglienza dove gli immigrati imparano l’italiano. Negli occhi di chi racconta la tragedia vissuta in mesi o anni di viaggio si intravede la sofferenza ma allo stesso tempo una compostezza e una dignità disarmanti.

Etiopia, 2008. A chi partiva con 250 dollari veniva assicurata la tratta Sudan-Libia ma non era quasi mai così. L’odissea nel deserto di 45 persone ammassate su un mezzo cassonato si fermava a Bengasi dove la polizia libica arrestava quasi tutti. “Venivate sottoposti a processo?” chiede Dag “Ma quale processo…quali tribunali…” rispondono amaramente coloro che fermati alla frontiera dai militari libici venivano richiusi per mesi in una prigione dimenticata da Dio. Chi usciva vivo da quei luoghi fatti di torture, stupri e violenze doveva trovare i soldi per ripartire alla volta di Cufra in un container chiuso dove l’aria entra solo da un piccola fessura, senza cibo e senza acqua per giorni. Ogni tappa corrisponde al pagamento di una nuova somma di denaro o alla prigionia.

Come un uomo sulla terra Dag
Dag e uno dei container per il trasporto dei migranti

Bengasi, agosto 2008. L’Italia di Silvio Berlusconi e la Libia di Mu’ammar Gheddafi firmano il Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione anche detto Trattato di Bengasi (entrato in vigore nel 2010) . È una svolta storica per due Stati mai dichiaratamente nemici ma da sempre con un conto in sospeso. L’accordo sancisce una ritrovata amicizia tra le parti definendo gli interessi e gli aiuti reciproci di cui di lì a poco avrebbero beneficiato gli uni dagli altri.

Gheddafi Berlusconi
Gheddafi e Berlusconi in occasione dell’entrate in vigore del Trattato di Bengasi

L’Articolo 19 del Trattato parla di collaborazione anche nella lotta all’immigrazione clandestina, un punto che al Governo italiano sta particolarmente a cuore in anni in cui gli sbarchi sulle coste del Mediterraneo si fanno sempre più frequenti.

Bisogna arginare il problema e per questo le parti si impegneranno a promuovere “la realizzazione di un sistema di controllo delle frontiere terrestri libiche da affidare a società italiane in possesso delle necessarie competenze tecnologiche. Il Governo italiano sosterrà il 50% dei costi, mentre per il restante 50% le due Parti chiederanno all’Unione Europea di farsene carico. Le due Parti collaborano […] per prevenire il fenomeno dell’immigrazione clandestina nei Paesi di origine dei flussi migratori.” Da lì in avanti la Libia si impegnerà (fino alla caduta del regime di Gheddafi nel 2011) a trattenere tutti coloro che intendono partire clandestinamente alla volta dell’Italia.

L’altra faccia della medaglia racconta però storie di prigionia, persone vendute fino a 5 volte in un solo viaggio a trafficanti senza scrupoli. Il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali sanciti nell’Articolo 6 del Trattato non è in realtà mai stato garantito. Gli ispettori dell’ONU e di Frontex chiudevano un occhio ad ogni controllo purché queste persone non oltrepassassero quel lembo di mare.

Bruxelles, marzo 2016. Turchia e Unione europea firmano un importante accordo per fronteggiare l’emergenza immigrazione in Grecia e Italia, emergenza che in realtà riguarda l’Europa intera. L’accordo prevede che Ankara riceva dall’UE 3 miliardi di euro nel 2016 e altri 3 miliardi entro la fine del 2018 per favorire l’accoglienza dei migranti in loco. Tutti i nuovi migranti irregolari che hanno compiuto la traversata dalla Turchia alle isole greche a decorrere dal 20 marzo 2016 saranno rimpatriati in Turchia. […] La Turchia ha convenuto di accettare il rapido rimpatrio di tutti i migranti non bisognosi di protezione internazionale che hanno compiuto la traversata dalla Turchia alla Grecia e di riaccogliere tutti i migranti irregolari intercettati nelle acque turche”. Tutto ciò in cambio di un’accelerazione della liberalizzazione dei visti e del processo di adesione del Paese all’UE.

Ahmet Davutoğlu Donald Tusk
Il Primo ministro turco Ahmet Davutoğlu e il Presidente del Consiglio europeo Donald Tusk in occasione della firma dell’accordo

Non sappiamo quali effetti potrà portare nel lungo termine tale accordo. Certa invece è l’incapacità dei Paesi europei di gestire una situazione che non ha più i connotati dell’emergenza ma di un dato di fatto. La volontarietà di tutti i provvedimenti fino ad oggi presi sa di inconcludenza. 28 Stati composti da 500 milioni di abitanti incapaci di accogliere 1 milione di persone (dati 2015) dovendo ripiegare su accordi con discutibili paesi terzi dove democrazia e liberà troppo spesso vengono calpestate.

E intanto si dimenticano le vere vittime di tutto questo, i migranti. Come dice Dag in  Come un uomo sulla terra “Per quanto uno possa raccontare e cercare di far capire agli altri cosa ha passato è impossibile che gli altri capiscano fino in fondo”.

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