OMBRE MIGRANTI: IL TRAVAGLIO DI FRONTEX

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La protezione dei confini esterni dell’Europa, pur essendo molto attuale, è una questione le cui radici vanno ricercate nei “magnifici anni ‘70”. Con la Dichiarazione di Helsinki del 1975 iniziò un lungo percorso che avrebbe portato all’Europa così come la conosciamo oggi: priva di confini interni e dove la libertà di movimento è una prerogativa inderogabile. Nove anni dopo, infatti, Francia e Germania intrapresero un autonomo percorso di abolizione delle loro frontiere con l’accordo di Saarbrücken.

Perché parlare di confini interni quando il tema sono quelli esterni? Basti immaginare un sasso che viene lanciato in uno stagno: l’onda che si crea si propaga verso l’esterno. È un po’ quello che è successo ai confini dell’Unione europea. Sull’onda degli accordi di Schengen, siglati nell’85 ed entrati in vigore dieci anni dopo, le frontiere interne sono venute meno andando a creare un cerchio che ha dato vita alla protezione delle frontiere esterne agli Stati aderenti.

1995 - Belgio, Francia, Germania, Lussemburgo, Paesi Bassi, Spagna e Portogallo inaugurano l'eliminazione delle frontiere interne
1995 Belgio, Francia, Germania,
Lussemburgo, Paesi Bassi, Spagna e Portogallo inaugurano l’eliminazione delle frontiere interne

La creazione di una difesa comune ha presto dovuto fare i conti con una forte reticenza da parte dei Paesi membri a cedere ulteriore sovranità alle istituzioni europee. A smuovere gli animi, come spesso accade, sono stati accadimenti violenti e destabilizzanti per il panorama europeo e internazionale.

A seguito degli attentati terroristici dell’11 settembre 2001 a New York e alla metropolitana di Madrid e Londra nel 2004 e 2005, confini-sicurezza-migrazioni è diventato un trinomio perfetto. Nei discorsi politici si è fatta strada la necessità di intraprendere un nuovo cammino di difesa del continente europeo da possibili minacce esterne, spesso identificate nei migranti provenienti da Africa e Medio Oriente.

Negli anni che seguirono l’entrata in vigore di Schengen si iniziò a riflettere sulla necessità di creare un’Agenzia o un organo di controllo delle frontiere esterne all’Ue che culminerà con la nascita di Frontex. Nell’accordo non veniva inizialmente citata la necessità di creare una polizia di frontiera comune, ma col tempo si rafforzò l’idea che fosse opportuno sviluppare meccanismi di coordinamento tra le forze nazionali per proteggere i confini esterni.

Nel 2003 la Commissione auspicava la creazione di una nuova struttura comunitaria permanente responsabile del coordinamento operativo delle attività delle diverse polizie di frontiera. Dopo quasi dieci anni di mediazioni, finalmente nel 2004 Frontex venne istituita divenendo operativa nell’anno successivo.

L’Agenzia europea per la gestione della cooperazione internazionale alle frontiere esterne degli Stati membri dell’Unione europea -più semplicemente Frontex- ha sede a Varsavia e il suo Consiglio è composto da un rappresentante per Stato membro e da due membri della Commissione. Tra le sue funzioni troviamo anche il coordinamento di operazioni congiunte di controllo delle frontiere e di rimpatrio forzato dei migranti irregolari.

Grattacielo Warsaw Spire, sede dell'agenzia Frontex - Varsavia
Grattacielo Warsaw Spire, sede dell’agenzia Frontex – Varsavia

L’Agenzia nasce inizialmente come mera assistenza e supporto all’azione degli Stati ma già a partire dai suoi primi anni di vita subisce numerose modifiche. Nel tempo l’Agenzia ha progressivamente acquisito una posizione di vantaggio strategico rispetto agli Stati membri creando una rete di poteri coercitivi solitamente attribuiti alle burocrazie nazionali.

Negli anni Frontex ha dato vita a numerose operazione congiunte per far fronte all’emergenza sbarchi che ha visto l’arrivo di richiedenti asilo soprattutto sulle coste del mar Mediterraneo. Spesso accusata di non fare abbastanza, l’Agenzia negli anni ha visto una crescita esponenziale dei suoi fondi e funzionari.

A inizio luglio, dopo mesi di trattative, il Parlamento europeo ha dato il via libera alla nascita della nuova guardia costiera europea stanziando 280 milioni di euro per ogni anno a partire già dal 2016. Il nuovo sistema di controllo sarà più eurocentrico rispetto al precedente. La protezione dei confini è ancora compito dei singoli Stati ma da settembre, in caso di emergenza, i membri potranno chiedere l’intervento di Bruxelles con la riorganizzazione del pattugliamento delle coste per non lasciarla totalmente nelle mani dei Paesi.

Uno dei punti più controversi del nuovo accordo riguarda il “diritto di intervenire” il quale verrà attivato qualora venisse appurato che uno Stato stia esercitando un cattiva gestione dei confini mettendo a rischio gli altri membri. Qualora lo Stato in questione dovesse porre un veto all’intervento dell’Agenzia, gli altri membri sarebbero autorizzati a reintrodurre temporaneamente i controlli ai confini interni fino ad un massimo di due anni. A verificare l’effettiva capacità o meno di gestione dei confini da parte dei Paesi saranno 1.500 funzionari.

Per alcuni però la nuova Frontex rischia di diventare un’Agenzia di deportazione che non si ispira ai principi di protezione umanitaria penalizzando i Paesi membri che accolgono troppi rifugiati. Al contrario, chi sostiene la nuova risoluzione ritiene che rafforzi la salvaguardia dei diritti fondamentali dei migranti. Unica certezza è che la riforma di Frontex costituisce un piccolo passo in un periodo di forte disgregazione all’interno dell’Europa che in futuro potrebbe garantire una maggiore cooperazione tra le parti ad oggi ancora non del tutto portata a termine.

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