OMBRE MIGRANTI: UN PONTE SICURO TRA TRENTO E LA SIRIA

Di Giammarco Mancinelli


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Nicola Bonelli ci racconta la storia dei 29 profughi siriani arrivati a Trento il 29 febbraio 2016 e di Operazione Colomba, associazione grazie alla quale questo intervento è stato possibile.
29 uomini, donne e bambini, facenti parte di una famiglia scappata dalla guerra in Siria che hanno cercato riparo in un campo profughi libanese; 29 persone che attraverso i contatti con Operazione Colomba sono riuscite ad arrivare in Italia legalmente sfuggendo ai pericoli del mare e dei trafficanti di uomini.
29 dei 5 milioni di profughi prodotti in 5 anni di guerra in Siria.
Ora questa grande famiglia abita in località S. Nicolò a pochi minuti da Trento, città che ha deciso di ospitare questo progetto pilota, un’innovazione per quel che riguarda l’emergenza degli sbarchi nella promessa di dare speranze alle vittime di un conflitto.

Da dove arrivano i profughi ospitati a S. Nicolò?
Queste famiglie provengono da Baba Amr, quartiere sunnita di Homs, uno dei primi focolai della primavera araba in Siria. La loro era una vita serena come quella di milioni di altri siriani, ma dopo che il governo ha iniziato ad incarcerare e torturare i bambini hanno deciso di scendere per la prima volta in strada e da lì sono iniziati prima gli arresti e poi addirittura i bombardamenti.
La loro città è stata rasa al suolo e loro non hanno potuto far altro che fuggire.

Che cos’è “Operazione Colomba” e qual è il suo ruolo in Libano?
Operazione Colomba è stata fondata nel 1973 da Don Oreste Benzi, che ne è stato Presidente e leader carismatico fino alla sua morte.
É un’associazione che opera nel vasto mondo dell’emarginazione con uno stile basato sulla condivisione diretta della vita con i poveri, per la liberazione degli oppressi e la rimozione delle cause che generano le ingiustizie.
L’idea di una comunità di pace nasce tre anni fa, con il diffondersi della violenza nelle guerre in Siria. Guerre che all’oggi hanno provocato 6.6 milioni di sfollati interni, quasi 5 milioni di profughi e si stima 400mila morti. L’idea era di creare delle comunità di pace, quindi libere dal conflitto, all’interno della Siria.
Oggi, però, accedere all’interno del territorio siriano è possibile solo se si ottiene l’autorizzazione del governo; non essendo riusciti ad ottenerla siamo andati ad aiutare le vittime siriane fuggite nei campi profughi in Libano.
Dal 2013 operazione Colomba garantisce una presenza a sostegno dei profughi siriani all’interno di un campo Libanese che dista 4 Km dal confine.

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Quello che i volontari fanno è dare un sostegno psicologico ed umano ai profughi condividendo con loro la vita e i problemi di tutti i giorni.
La presenza all’interno del campo permette di instaurare coi profughi delle relazioni di fiducia e scambio reciproco molto intenso; permette di dare voce a centinaia di persone a cui voce e dignità sono state tolte.
Al di là di questo importante aspetto, i volontari in Libano collaborano con l’UNHCR per quanto riguarda l’accesso agli aiuti umanitari, alle cure sanitarie e al riconoscimento dei documenti.
Le condizioni di vita per il milione e mezzo di profughi siriani in Libano sono ai limiti dell’invivibile: non hanno possibilità di muoversi, intere generazioni di bambini non hanno accesso all’istruzione e il timore di essere sgomberati e nei casi più estremi rimpatriati in Siria è pressante.
Le loro abitazioni sono costituite da tende di nylon e plastica, ma quando entri in una tenda è tutto buio: a mancare non è solo la luce, ma anche la speranza.
La prima domanda che ci siamo fatti vedendo le condizioni in cui versa questo spaventoso numero di persone era il loro grado di responsabilità in tutto questo.
Il senso di empatia sviluppato con le vittime in carne ed ossa di questo assurdo conflitto costringeva ad elaborare una soluzione alternativa che potesse garantire loro un futuro dignitoso, visto che il passato gli è stato strappato con la violenza delle bombe.
Davanti a certe realtà il sentimento più diffuso è la rabbia, ma il vero problema era come trasformare questa rabbia in qualcosa di concreto.
Quando l’estate scorsa molti siriani prendevano i barconi diretti in Grecia, per accedere alla “Fortezza Europa”, anche molte delle persone che vivevano con noi hanno iniziato ad informarsi per lasciare il paese via mare. Non potevamo permetterlo.
Così, attraverso i contatti con altre importanti realtà del mondo dell’associazionismo italiano (Comunità di Sant’Egidio, Federazione delle Chiese Evangeliche e Tavola Valdese) e le pressioni nei confronti delle istituzioni politiche, si è arrivati nel dicembre 2015 alla sottoscrizione da parte del governo di un Protocollo di Intesa che porterà in Italia 1000 rifugiati, provenienti da Libano, Etiopia e Marocco.
Questo Protocollo ha l’obiettivo di evitare il viaggio in barcone e il conseguente sfruttamento dei trafficanti di uomini, consentendo un ingresso sicuro sul suolo italiano a persone in condizioni di particolare vulnerabilità attraverso un visto umanitario e la possibilità di presentare domanda di asilo.

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Cosa c’è di diverso nella modalità di accoglienza sperimentata a Trento?
Da quando sono arrivate in Italia il 29 febbraio, le famiglie sono state seguite da quegli stessi volontari che hanno vissuto per un periodo con loro nei campi profughi libanesi.
Quella giunta a Trento presso S. Nicolò è un’unica famiglia allargata, anch’essa seguita dagli stessi volontari con cui avevano condiviso il campo libanese.
C’è quindi innanzitutto una chiara consapevolezza di quella che è la loro storia e delle condizioni in cui versavano. Da parte nostra c’è anche la volontà di ricambiare quella caldissima accoglienza che ci è stata riservata quando eravamo noi a trovarci in un contesto del tutto nuovo.
Oltre a tutto il lavoro burocratico comune agli altri progetti che coinvolgono i richiedenti asilo, diamo loro una presenza continua che non mira tanto al controllo, quanto alla condivisione di spazi e momenti.
L’idea è, quindi, quella di riportare l’accoglienza alla sua dimensione più concreta, che possa garantire non solo l’emergenza, ma soprattutto la dignità delle persone.
Nel fare questo, stiamo cercando di coinvolgere il più possibile la popolazione trentina: ci sono famiglie che accompagnano i siriani a fare la spesa, gruppi di giovani che 4 volte a settimana fanno animazione con i bambini mentre i genitori vanno a lezione di italiano, incontri inter-religiosi con la comunità islamica.
Di fronte alle preoccupanti notizie che ci arrivano dal resto d’Europa come l’innalzamento di nuovi muri e gli accordi “fuorilegge” con la Turchia, vogliamo ribadire che si possono sconfiggere paura e odio solo attraverso l’incontro.
Vogliamo ricordare che è più efficace parlare di immigrazione quando si hanno davanti persone e non numeri.
Di fronte al senso di impotenza che ci pervade ogni volta che vediamo un bambino morto in mare, vogliamo raccontare che possono esserci storie con un lieto fine.

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Il corridoio umanitario ha la sua efficacia su più piani: da un lato garantisce allo “straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla costituzione Italiana,” di raggiungere il nostro paese in sicurezza e legalmente, evitandogli i rischi che comporterebbe affidarsi al traffico di uomini.
D’altro canto il loro accesso legale e controllato nel territorio permette alle amministrazioni non solo di controllare il soggiorno di chi richiede asilo, ma permette soprattutto di pilotare il loro inserimento sociale.
Al contrario di molti che, giunti in Italia, ricercano i propri mezzi di sussistenza lavorando in nero o nella criminalità, senza mai integrarsi o apprendere la lingua pienamente, le famiglie che arrivano grazie ai corridoi umanitari ricevono lezioni di italiano e vengono introdotte alla nostra cultura e alle nostre leggi in una situazione di sicurezza e legalità.
Questi nuclei possono diventare un’alternativa a quelle spirali di delinquenza, spaccio e devianza che sono spesso la realtà di chi vive sulla propria pelle la distanza culturale e il deficit linguistico.

“La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali.
Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla costituzione Italiana, ha diritto di asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge.”

Art. 10 Costituzione Italiana.

 

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