OMBRE MIGRANTI: UNA VOCE DA LESBO

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La prima volta che ho incontrato Caterina era avvolta in una delle sue sciarpe colorate. Bionda, occhi sorridenti, mani nervose.
Di lei sapevo solo che era stata due settimane a Lesbo.
Poi abbiamo ordinato due birre e ha iniziato a raccontarmi una storia.
“É come in Mary Poppins” mi ha detto. “C’è Bert, lo spazzacamino che disegna con i gessetti per terra, tutti entrano nel disegno e si trovano in un mondo surreale, fantastico e reale al tempo stesso.
Quando l’autobus dall’aeroporto mi ha lasciata al Pireo per me è stato lo stesso: sapevo che era una situazione in cui mi sarei dovuta sentire fuori luogo, ma in realtà non era così, perché ho 22 anni ed ero semplicemente una persona in mezzo ad altre persone. Perché avrei dovuto trovarlo strano?
Questa è probabilmente la più grande barriera di noi europei al momento: pensare che la crisi migranti sia una situazione che noi non possiamo gestire.
Invece la possiamo gestire perché non c’è nient’altro di diverso che essere umani.
É il dipingerla come surreale che la rende tale, ma lì non c’è nulla di fantastico, è la realtà.”
Una realtà che a volte è difficile raccontare, me lo ha ripetuto più volte. La birra è finita prima del suo racconto, perché due settimane a Lesbo sono sicuramente più lunghe di una bionda piccola.


Come mai hai deciso di partire per Lesbo?

Dall’inizio di quest’anno ho cominciato a chiedermi se c’era la possibilità di fare qualcosa di concreto per i migranti. Finché un giorno ho scritto bellamente “I want to help refugees in Greece” su Google.
Ho iniziato così a scoprire la realtà dei volontari in Grecia, che funziona in larga parte in modo spontaneo e passa per i social network.
Tra le varie associazioni presenti in Grecia, avevo inizialmente scelto di collaborare con Better days for Moria, che gestiva il campo di accoglienza che affiancava il centro di registrazione di Moria, una località di Lesbo. Dopo l’entrata in vigore dell’accordo tra Unione Europea e Turchia, però, il campo è stato praticamente svuotato e mi sono unita all’associazione Emergency Response Centre International (ERCI) facendo parte di un team che tutte le notti attendeva sulla spiaggia l’arrivo dei gommoni.
Io sono partita come volontaria indipendente il 22 marzo per Mitilene, la città più grande dell’isola, sulla costa meridionale. Di sera, se non c’è foschia, si vedono le luci delle coste turche.


Sei arrivata a Lesbo il 22 marzo, due giorni dopo l’entrata in vigore dell’accordo UE-Turchia sui migranti. Cosa è cambiato davvero?

La situazione a Lesbo prima dell’Accordo era questa: i migranti partivano dalla Turchia su barconi, ma più spesso gommoni. La marina greca che non li fermava, intervenendo solo se serviva soccorso.
Sulle coste dell’isola si era sviluppato un network di associazioni di primo soccorso o di salvataggio che si erano divise i tratti di costa in modo da dare una copertura più o meno completa.
Una volta sbarcati dal gommone, i migranti venivano caricati su un autobus dell’UNHCR e portati a Moria per essere registrati.
Con un ritmo di 2.000 persone al giorno le file sono diventate infinite. I tempi di attesa di almeno 4 giorni solo per la registrazione hanno fatto nascere diversi campi per diverse necessità, gestiti da ONG e varie altre associazioni.
Better Days for Moria era proprio il campo che affiancava il centro di registrazione e forniva cibo, tende, vestiti.
Il 20 marzo, però, è entrato in vigore l’accordo tra UE e Turchia. Per farla brevissima, la Turchia da un giorno all’altro è diventata Paese di prima accoglienza con la conseguenza che chiunque tenti, per tale canale, di raggiungere l’Europa commette un atto illegale. Dunque, la realtà che io mi aspettavo era stata completamente sovvertita dall’accordo e quella in cui sono arrivata io era il caos più totale.
L’unica cosa chiara era il messaggio che si voleva mandare: “Lesbo dal 20 marzo è un’isola che non accoglie più, fermatevi in Turchia“.
Lesbo, poi, è stata svuotata. Siriani, irakeni e afghani -quindi tutte persone che avevano un’evidente possibilità di ricevere lo status di rifugiato – che erano arrivati prima del 20 marzo sono state portate sulla terra ferma. Ovviamente pagandosi di tasca propria il biglietto del traghetto, che le compagnie di trasporti hanno pensato bene di sovraccaricare per l’occasione. Questo è il motivo per cui al Pireo c’era una tendopoli a cielo aperto, con più di 5.000 persone.

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Parallelamente il centro di registrazione di Moria è stato trasformato in un centro di detenzione in cui rinchiudere i migranti arrivati illegalmente dopo il 20 marzo.
Anche i pakistani e tutti i migranti provenienti da paesi non in guerra, che prima stavano nei campi allestiti nell’isola, sono stati trasferiti all’interno del vecchio carcere di Moria, in stato di arresto, nonostante fossero arrivati prima dell’entrata in vigore dell’accordo.
Dal 20 marzo, dunque, Moria è tornato ad essere una prigione a tutti gli effetti da cui non si può né uscire né – per i volontari – entrare.
La gestione del carcere è stata affidata alla polizia. Le forze dell’ordine, chiaramente, non hanno né le formazione né la sensibilità per gestire la situazione, in quanto la loro maggiore competenza è quella di mantenere la sicurezza, non di assistere qualcuno.
Tantissime ONG, in segno di protesta, hanno deciso di non lavorare più all’interno di Moria, dove è rimasta solo un’associazione americana ultracattolica.
Dall’entrata in vigore dell’accordo, la situazione è, pertanto, drasticamente cambiata. Il tratto di mare tra Grecia e Turchia ha iniziato ad essere pattugliato dalle navi della guardia costiera greca e turca, della NATO e di Frontex.
Si è aperta una vera e propria caccia al gommone: quando un’imbarcazione viene presa in acque turche viene rimandata indietro, con tecniche al limite dell’umano.
Se, invece, riesce ad arrivare in acque greche la stessa cosa viene fatta da Frontex o dalla guardia costiera greca.


Come sei riuscita ad entrare nel centro di detenzione di Moria e che condizioni hai trovato?

La vicenda che mi ha portata dentro Moria è abbastanza particolare.
Era il mio secondo giorno e mi ero incamminata per coprire i 40 minuti che separavano il mio appartamento dal campo. Mi sono messa a fare l’autostop e l’universo ha voluto che si fermasse un avvocato greco, Stratis, che stava andando a Moria per entrare nel centro di detenzione ed assistere a dei colloqui, in quanto specializzato in diritti dell’infanzia.
Una parola tira l’altra e gli ho chiesto se fosse possibile entrare all’interno del centro di detenzione.
Lui ovviamente mi ha detto di no. Il centro oggi è a tutti gli effetti una prigione.
Una volta scesi dalla macchina l’ho comunque seguito.
Ha iniziato a parlare con una guardia, indicando me. Finito di parlare mi ha fatto cenno di andare con lui.
E così mi sono ritrovata all’interno del centro, senza saperne nulla e senza capire una parola di greco.
Appena entrati mi sono infilata nel primo buco sulla destra e mi sono ritrovata tra famiglie siriane anche loro in attesa di fare il colloquio.
Tutti mi facevano domande, quando io ero la prima a non sapere.
Le risposte non arrivavano da nessuno: all’interno di Moria non c’è un centro legale, non c’è assistenza, non ci sono avvocati.
Alla fine del campo ho visto un ragazzo pachistano. Lui ha visto me. Lì funziona tutto con scambi di sguardi.
Si è avvicinato e mi ha domandato dove poter trovare un foglio come quello che aveva lui per un suo amico che l’aveva perso.

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Il foglio che mi stava mostrando era uno statement of arrest: un documento in cui si notifica l’arresto e si indica una serie di diritti, quali, ad esempio, l’assistenza legale, all’atto pratico inesistenti.
Le persone detenute, oltre a quel foglio, avevano dovuto firmare altri cinque fogli scritti in greco sotto le pesanti pressioni delle forze di polizia.
Pressioni che iniziavano a generare tensioni all’interno del campo.
Dietro una recinzione, poi, alcuni ragazzi pachistani passeggiavano come cani in gabbia.
Dentro Moria le persone possono spostarsi liberamente, tranne alcuni che, senza sapere perchè, si ritrovano chiusi dietro ad altre recinzioni, costretti a dormire nelle casette di plastica dell’UNHCR.


Come hanno reagito i volontari all’accordo?

Il mio secondo giorno c’è stata la prima protesta dei volontari di Lesbo conto il nuovo trattato e l’indiscriminata detenzione dei migranti.
La manifestazione dei volontari è stata confusionaria ma pacifica, un po’ impacciata forse.
Non sapevamo bene con chi prendercela: alla fine i poliziotti e i soldati che sono a Lesbo sono su quell’isola da molto più tempo della maggior parte dei volontari e hanno sempre collaborato.
Urlavamo “Refugees we love you” o “No borders, no nations, stop deportation” o ancora, “EU, shame on you”. Anche i rifugiati erano tranquilli ma partecipavano da dietro le recinzioni di Moria urlando: “Freedom! Freedom!”.
Credo che se non fosse stato per i migranti questa crisi sarebbe sfociata in un conflitto aperto molto tempo fa.
I migranti sono persone umili, per forza di cose.
Anche se hanno la percezione di essere trattenuti ingiustamente e trattati peggio di come ci si dovrebbe aspettare rispondono con un sorriso.
Le priorità cambiano in queste condizioni.

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Per esempio, mentre ero davanti a Moria e aspettavo l’inizio della manifestazione, un ragazzo pakistano ha attirato la mia attenzione. Sventolava dieci euro attraverso la recinzione e mimava il gesto di fumare.
Queste persone vengono detenute e private di ogni libertà, anche le più elementari come quella di usare i propri soldi per comprare delle sigarette o delle sim per chiamare casa.
Ho comprato 10 pacchetti di sigarette e 3 sim e poi ho cercato un punto lungo il perimetro da cui poterle passare ai ragazzi accalcati lungo le recinzioni.
Sono stata subito individuata da un soldato greco che, mosso a pietà, mi ha permesso di entrare nuovamente nel centro di detenzione.
Una volta dentro mi sono trovata in mezzo a una quarantina di uomini che si accalcavano per comprare le sigarette e le schede telefoniche che tenevo in mano.
Quello che più mi ha colpita è stata la compostezza con cui gli stessi migranti mi hanno aiutata nella distribuzione, organizzando su due piedi una fila e traducendo nelle varie lingue.


Visto che post accordo il campo di Better Days for Moria era stato svuotato, di cosa ti sei occupata?

Ho scelto di unirmi all’Emergency Response Centre International (ERCI), un’associazione che si occupa di salvataggio d’emergenza e boat-spotting, ovvero presidia un tratto di costa e accoglie i gommoni.
Io facevo i turni notturni, dalle dieci di sera alle dieci del mattino, tutti i giorni.
Ero una semplice volontaria, altri invece avevano competenze specifiche.
Nel mio team, ad esempio, c’erano guardie del corpo, ex militari, traduttori.
Nel caso di sbarco ci occupavamo di salvataggio e accoglienza.
I più allenati aiutavano il gommone a raggiungere la riva. Le persone venivano fatte scendere e fatte sedere su coperte stese sulla sabbia. Gli cambiavamo le calze e le scarpe, nel caso ne avessimo.
Ho realizzato, col passare dei giorni, l’importanza di quel tempo passato su una spiaggia ad aspettare qualcuno che non conoscevo.
Molte notti non è arrivato nessuno, anche per effetto del trattato, ma io ero li, dodici ore al giorno per una settimana e mezza, ad aspettare chiunque fosse riuscito ad attraversare il mare.

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Oltre all’aspetto più pratico, quale credi sia il ruolo del volontario in una simile situazione? Come viene vissuto lo sbarco?

I migranti sbarcano in silenzio. Un silenzio di speranza e di paura.
Poi toccano la sabbia, iniziano i sorrisi, gli applausi, la gioia.
I volontari hanno un ruolo importante negli sbarchi.
Da quando l’UNHCR ha smesso di occuparsi del trasporto per non collaborare alla conduzione in carcere dei migranti, il trasporto è effettuato unicamente da autobus della polizia.
I volontari mantengono un clima di umanità e conservano viva la speranza.


I migranti arrivano a Lesbo dopo essere scappati dalla guerra, da soprusi, dalla fame. Arrivano alle porte dell’Europa con la speranza di trovare un futuro migliore. Cosa li aspetta, invece, dentro Moria oggi e in Turchia domani?

Tutte le persone arrivate dopo il 20 di marzo sono andate a Moria, la cui capienza massima è stata rapidamente superata.
Non c’era abbastanza cibo per tutti, non c’era acqua calda, non c’era posto per dormire.
Ho visto la tensione salire, ho visto cosa succede quando si mettono le persone nella condizione di volersi del male.
Un soldato mi ha detto che il centro ha una funzione anche in ambito di controllo del terrorismo.
Ma anche lui concordava sul fatto che quelle condizioni possano facilmente generare terroristi ex novo.
La mancanza di risposte produce stress e confusione.
L’assenza di prospettive, una volta raggiunta l’Europa, consuma le ultime risorse rimaste.
L’idea di poter essere rimandati in Turchia genera terrore.
Tutti sono passati dalla Turchia, nessuno vuole tornarci. Per mancanza di prospettive, per paura.
Il 4 aprile sono iniziate le deportazioni. Dal porto di Mitilene sono partite le prime 250 persone per essere rimandate in Turchia.
Ogni migrante era scortato da un agente di Frontex, con tanto di mascherina a cancellare ogni rimasuglio di umanità.
Tra queste 250 persone, due ragazzi pachistani hanno tentato il suicidio. Uno ce l’ha fatta.
E’ stata la prima cosa che ha fatto una volta raggiunta la Turchia.
E’ importante parlarne. Nessuno lo fa.
Per quanto mi riguarda l’Unione Europea è morta con l’inizio delle deportazioni.
L’Unione Europea, per come siamo abituati a conoscerla, dovrebbe farsi garante dei diritti umani e non indossare il cappuccio del boia.

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