TU L’HAI MAI VISTO IL MARE?

Tu l’hai mai visto il mare? Dicono che sia grande, ma non infinito. Dicono che alla fine del mare ci sia la felicità. Dicono, e tu ci credi.

Sei arrivato a Tripoli da circa 2 mesi. Magari dormi in un garage che ti ha prestato uno che hai conosciuto per strada e lui non vuole rogne e tu cerchi di non dargliele. O magari, invece, hai trovato un sottoscala o una stanza sfitta con il pavimento di materassi.

Nella mia eravamo una ventina: certe notti di più, certe notti di meno. Lo spazio per rannicchiarsi, quel tanto che basta per scivolare nel nero, però, c’era sempre. E anche la puzza di caldo, di rumori e di buio era sempre la stessa. Mi ricordo di un ragazzo che parlava nel sonno: veniva dalla Somalia. Non ho idea di che fine abbia fatto. Non so nemmeno il suo nome. So solo che di notte continuava a ripetere «Habibi, habibi, amore mio».

Capita un po’ a tutti così.

Sei arrivato a Tripoli da circa 2 mesi. Magari hai trovato un lavoro che ti dà quel tanto che basta per mangiare. Non tutti i giorni, è vero, ma abbastanza per sopravvivere. Magari scarichi merci o lavori al mercato o fai il meccanico. Ho incontrato uno, un giorno, che faceva il panettiere: non tutti sono così fortunati.

Capita un po’ a tutti così.

Sei arrivato a Tripoli da circa 2 mesi. Magari ogni tanto vai al porto e ti siedi sulla spiaggia, con la sera che ti accarezza i capelli: la lasci fare. Ti ricorda casa, quella mano che promette stelle. Ti ricorda il tuo cielo. E ti lasci cullare quel tanto che basta per cadere in quel limbo dolce, in cui i sogni si fanno scegliere dagli occhi. Senti le onde e i granelli di sabbia che si lasciano separare dall’acqua, rassegnati ormai al non essere più scoglio.

Allora magari immagini un gabbiano, e un pesce che nuota tranquillo sotto di lui. Il gabbiano, dietro ai tuoi occhi chiusi, lancia uno urlo stridulo al cielo prima di tuffarsi in picchiata. Ecco, proprio ora. Ed è in quel preciso istante che ti viene la voglia di provare a raggiungere l’altra sponda.

Ti viene la voglia di andartela a prendere quella felicità che dicono essere alla fine del mare. Dicono, e tu ci credi.
Capita un po’ a tutti così.

Sei arrivato a Tripoli da circa 2 mesi. Magari trovi un gommone e lo paghi, tanto, e saluti gli amici, pochi, che nel frattempo ti sei fatto. Ed è tutto qui: non ti serve nemmeno il coraggio una volta che sei al porto. Casa è troppo lontana, ormai, o è comunque molto più distante della felicità. E allora il posto sul gommone lo paghi, eccome, non appena puoi, non appena il tempo di scacciare quel pensiero, che il mare comunque è grande e che magari non sarà infinito, ma è grande davvero.

Capita un po’ a tutti così.

73 ore di mare: chi non l’ha attraversato non lo sa che cosa sia davvero il mare. Non è solo grande, è anche profondo. Anche se rimani in superficie, lo senti che è profondo, lo senti di galleggiare su un abisso quieto che ha però il potere di ingurgitarti, di farti sparire nel bianco di un’onda. Perché il mare si muove. Non lo conosci e non riesci a conoscerlo neanche se lo senti agitarsi sotto di te per 73 ore.

E poi c’è la fame, la fame da mare, che passa attraverso la gola arsa e che ruggisce da uno stomaco corroso dal sole, bucato dal sale, scuoiato dal vento. E allora la fame scolora in pazzia e la pazzia in fame e la fame, di nuovo, in mare. Mare che poi alla fine è cielo, che diventa notte, e di notte si dorme. Ma intorno a te qualcuno inizia a non svegliarsi più da quella notte e allora la fame diventa paura, la notte diventa paura.

Il mare è un abisso di angoscia che non si può sfogare in un grido. Perché serve un po’ di saliva per urlare, ma tu hai solo sale sulla lingua.

Qualcuno allora prega. Un Dio diverso, lo stesso Dio, il Dio del mare? Cosa importa.

Capita un po’ a tutti così.

73 ore di mare. Galleggi su una barca di dolente umanità e ti chiedi se sia ancora umanità questa, quella trasfigurata e trascendente che galleggia. Forse perché, per galleggiare sull’acqua senza essere Gesù Cristo, bisogna spogliarsi di tutto e tornare ad essere solo figli di Dio. Quel Dio che ha fatto il mare. Era il secondo giorno quello in cui ha creato il mare? Ora non lo sai più. Sai che magari sono due giorni che sei in mezzo a queste grandi onde grigie e senti, magari lo sai, che non potrai arrivare al settimo per poterti riposare.

Ma tu non sei Dio. E magari, ora ne dubiti, non sei mai stato nemmeno suo figlio.

Capita un po’ a tutti così.

73 ore di mare e «terra!» Qualcuno urla «terra!» e magari la vedi anche tu: lontana, come è lontana, sottile, come è sottile! È la fine del mare, che dicono grande, ma non infinito? È la felicità che dicono e tu ci credi?

Magari un’imbarcazione si mette a fare grossi cerchi intorno a te, intorno a voi. Magari alza onde bianche che vi fanno vomitare. E magari sulla prua c’è una bandiera rossa e bianca, con una croce. E magari senti un megafono che riporta versi in una lingua che non conosci davvero. Magari qualcuno, dopo, ti dirà che è la lingua degli inglesi e che ti intima: «Qui è la marina maltese, e per la legge sull’immigrazione dello Stato di Malta non siete autorizzati a sbarcare sulle nostre coste senza un regolare visto d’ingresso ottenuto in anticipo.»

Capita un po’ a tutti così.

73 ore di mare e magari qui, alla fine, alla felicità, non ti vogliono. «Avete sbagliato strada» magari diranno a te che non sapevi ci fossero strade nel mare. Ti ruoteranno intorno, più volte, lentamente. Magari qualcuno si sbraccia. Magari una madre alza il suo bambino affinché vedano che siete come loro, che avete fame, che avete sete; affinché vedano che state morendo. Ma – «un po’ di acqua per amor di Dio!» tu non sei come loro, voi non siete come loro, perché voi siete neri.

Capita un po’ a tutti così.

73 ore di mare e no, per voi niente acqua: vi danno solo carburante. Magari giusto quanto basta per tornare indietro o puntare verso l’Italia. E tu magari pensi ormai che farai comunque la stessa fine a berlo, quel carburante. «Lampedusa è verso di là»: magari un braccio bianco, teso verso nord-ovest, ti indica la direzione per trovare la strada giusta – ora lo sai – nel mare. Magari ti diranno che non è possibile sbagliarsi e magari non capirai le parole degli inglesi «In ogni caso se non li trovate voi, vi trovano loro…»

Se ne vanno e chissà se tu lo sai che stai andando, che voi state andando, a farvi trovare da loro.

Capita un po’ a tutti così.

73 ore di mare: magari pensi a quel gabbiano che si tuffa in picchiata sul mare per prendere il suo pesce, per prendere la sua felicità. Magari perché hai pensato di voler essere come un gabbiano anche tu, tuffandoti in picchiata su quel mare che è grande, ma non infinito. Tuffandoti per la tua felicità che – ti avevano detto e ci avevi creduto – era alla fine del mare.
Magari, ora, trovi tanta bellezza nella tua illusione, trovi tanta bellezza in quel gabbiano. E magari ti verrebbe da sorridere perché del resto Jamal, il tuo nome, vuol dire bello.

Capita un po’ a tutti così, e così è capitato a Jamal.

 


 

Fred π8 Luci Erre Gi

 

 



(Illustrazione di Leonardo Mazzoli)

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