IL PONTE POETICO DI APRILE

Tra le rive dell’Insicuro e quelle del Trento Poetry Slam è stato gettato un Ponte poetico. In questa rubrica vengono pubblicati i testi dei poeti che partecipano al poetry slam e di quelli che avrebbero voluto partecipare. Questa è la volta di, in ordine alfabetico: Alberto Baggio, Sangre Latèbra e Luigi Siviero.


«Ode alla semplicità» di Alberto Baggio 

Se ti venisse un pensiero più lungo di quattro parole, in cui non sono compresi organi genitali maschili E/O femminili, o qualsiasi altra parte anatomica del sesso da cui sei attratto, ELIMINALO.

Nel caso in cui un tuo amico o conoscente, desideri ardentemente parlare con te, e si presenta con la faccia di uno che NON DORME da settantadue ore, che si è FUMATO una stecca di Marlboro rosse e BEVUTO l’equivalente in alcool del Lago di Lases, e ti racconta di come sia stato abbandonato, MALE MALE, dall’amore della sua vita, con fare contrito e partecipe escitene con un bel: “Non ci devi pensare! Sono tutte uguali! Adesso te, A TUTTA FIGA!”

Quando i tuoi soci di aperitivo si avvicinano PERICOLOSAMENTE ad un argomento di discussione vagamente serio, tu rimani assorto nei tuoi pensieri, da dare l’impressione di una profonda riflessione interiore e, quando il più inspirato del gruppo sta per dilagare in una arringa infervorata, interrompilo con una bella scrollata di spalle, uno scuotimento deciso del capo, un occhio tra il supplicante e il saccente ed un ricco e corposo: “MA STI CAZZI REGÀ, S-T-I-C-A-Z-Z-I-!”

Se ti accorgi dell’amico che se ne sta in silenzio da un pezzo, ed in realtà realizzi che sta così da giorni, magari settimane, e ti passa per l’anticamera del cervello di chiedergli “come va?” e quello prorompe in una narrazione che, in effetti dura venticinque secondi, ma a te sembrano una Messa di Natale, allora mi raccomando, per cortesia, bloccalo subito e digli, chiaro e tondo: “AO’, MA QUANTO PARLI? MA CHE ME STAI A DIVENTà L’INTELLETTUALE SENSIBILE?”

Eh, lo so. Lo so.

La verità è che t’hanno ingannato per anni.

Tu pensavi che la semplicità fosse andare in giro armati del solo sorriso e del solo paro d’occhi che te ritrovi.

Che potevi mostrare de te tutto quanto, oppure… quello che te sentivi.

Tu, povero, pensavi che ad un pensiero positivo risponde un pensiero positivo.

Che basta volere bene per farsi volere bene.

Che ciò che vedi, alla fine, è ciò che è.

Che cazzone che sei.

COMUNICAZIONE DI SERVIZIO: la guerra è finita! Finita! KAPUT, CLOSE, FINISH, NICHTS!

Avemo perso e avemo perso male, fratè.

Però te dico ‘na cosa, e stamme a sentì mentre te la dico, leggi bene le labbra che così nun me scappi: Meglio perde co stampato ’n faccia l’unico sorriso che c’hai, piuttosto che vince e nun potette più guardà allo specchio.

Meglio morì MALE ma sapè che nun t’hanno avuto e nun t’avranno mai!

Te schianti? E schiantate.

Te fai male? E fattelo, fijo mio, te pulisce il sorriso ancora ‘nartro pò.

Se chiama Distillato d’Anima.

Se chiama: Semplicità.

Pure questa. Ma de ‘nartra razza.

«Sguardi di oppressione»  di Sangre Latèbra


Panorami di strutture artificiali
ci fanno puntare il dito per umiliare il disadattato
ed è troppo facile essere morti e ordinati
come lo sono le tombe
come lo sono i soldati


la fame, la guerra e il disordine urbano
sono frattaglie da poter dimenticare
potete godere liberi e tranquilli
dell’ audio del mio frullatore


mentre la razza umana si cristallizzava
emulando il suo dio dinnanzi alle mie iridi
continuerete abortiti a partorire ingranaggi
senza opposizioni e senza romanzi


che fretta c’era maledetta primavera
maledetti siano stati questi 70 anni di pace
appartengo alla generazione più debole
e non ho nessun nemico contro cui combattere


non ho mai detto di aver ragione
giudicando propaganda da un trono di scarafaggi
potessi darti la verità, giuro
disinfetteresti tutti i miei fantasmi
come unghie e denti attraverso la latebra
per ricordarti visceralmente dentro grotteschi tarocchi


guardando attraverso i tuoi cerulei occhi
vedo le prigioni di questa mia città
i tuoi occhi sono pesanti come una lapide
i tuoi occhi sono il cancro
sono il cancro della poesia


ma l’altare di seth lo scorgo ancora oltre il vespro
triturando termosifoni democristiani falliti come il 68
questo sono io nell’angolo irto
questo sono io nella penombra bieca


per poi finire a martoriare il minimale
macigno della conclusione
non esiste il plurale sopra strade sordomute
regalandomi sempre nuovi sguardi di oppressione


sono il fiore reietto del mio stesso rancore
osservando i doppelgangers tramutarsi in ladri
portami invece in un museo d’arte per vecchi
e baciami tra gli sguardi dei quadri


«Il ditino»

di Luigi Siviero

Ventate di ditate sporche senza polpastrelli, come chiamarle ditate? Nemmeno sporche se è per questo. Eppure sono ditate sporche. Facciamo di sì. Allora, chiamiamole ditate sporche. Ma lasciano impronte digitali, delle dita senza falangi? Cosa succede quando tagli un dito? Rimane qualcosa che lascia impronte? Io non credo. Mai viste impronte digitali lasciate sulla torta da un dito monco. Forse la torta non è il posto migliore dove lasciare impronte perché dopo te la mangi. E allora dove lasciare le impronte? Fa un po’ schifo mangiare la torta tutta scarabocchiata da dita monche. Forse i pezzi dei diti mancanti sono nella torta. Un pezzo di dito in mezzo alla torta come portacandelina. Due pezzi mescolati nell’impasto e cotti a puntino. Un dito che striscia fra la crema perché non ha smesso di vivere dopo che è stato tagliato. Il suo scopo è farsi mangiare da un bambino. Spera che il bambino non lo mastichi, lui pezzettino di ditino. Il pezzettino di ditino vuole entrare nel pancino del bambino. Il bambino afferra la fetta di torta. Mangia la fetta. Ma non è la fetta col ditino. Il bambino afferra un’altra fetta. Mangia la fetta. Ma non è la fetta col ditino. Il bambino afferra la terza fetta. Mangia la fetta. Ma non è la fetta col ditino. Il bambino afferra la quarta fetta. Mangia la fetta. È la fetta col ditino. Ingoia il ditino. Ingoia anche la crema, e il cioccolato e tutta la fetta. Muore di indigestione. Il ditino va qua e là nello stomaco morto. Cerca di farsi strada nell’apparato digerente. Il medico legale fa l’autopsia al bambino e trova il ditino. Scopre che è un ditino vivo. Lo accusa di avere ucciso il bambino, subdolo ditino. Il ditino urla e strepita “Non è colpa mia! Sono innocente. Volevo solo fare il turista nel pancino del bambino!” ma il medico non gli crede e lo porta dal giudice. Il giudice scopre che il ditino appartiene all’uomo senza falangi. Allora dice “Uomo senza falangi sei tu il colpevole”.

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