ALIENAZIONE SETTEMBRINA

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Trovo che Settembre sia un mese simpatico. E’ il primo dei quattro mesi del “br” (una coppia di

lettere abbastanza divertente da ritrovare nei mesi freddi) ed è il primo dei quattro mesi che

contengono un numero che non è il loro effettivo numero: SETTEmbre è il nono mese dell’anno, e

io lo trovo abbastanza ridicolo, e mi piacerebbe che dopo agosto ci fossero, nell’ordine,

NOVEmbre, DICEmbre, UNDICEmbre e DODICEmbre.

Forse, quando sarò capo del mondo, sarà una delle prime cose che cambierò.

Settembre, comunque, è un mese in cui uno tende a vivere un passaggio: ricominciano le scuole, le

tv dicono che è finita l’estate, ricomincia il campionato, cadono le foglie e torna il suddetto freddo.

Ma l’evento settembrino che -almeno in Trentino- sconvolge mezzo mondo è la vendemmia.

Non importa quanti anni tu abbia, quanto siano malati il tuo fegato e i tuoi polmoni, quante diverse

allergie ambientali tu abbia: se sai tenere in mano un paio di forbici sei arruolabile.

In fin dei conti ti sta anche bene, lavorare un po’ vuol dire beccarsi due lire, e i tuoi polmoni ed il

tuo fegato malato non aspettano altro che un po’ di pecunia che possa rovinarli ulteriormente.

Cominci carico, le prime ore sono una passeggiata: chiacchieri un po’ con il vicino di vigna, ti fai

due risate spavaldo, inconsapevole -o forse addirittura noncurante- del pericolo che ti attende

dietro l’angolo. Se sei forte resisti fino alla pausa pranzo, ma alcuni crollano anche prima.

Dopo la pausa pranzo, comunque, l’abisso è inevitabile. Il corpo chiede a gran voce di poter

riposare, e tutti gli organi si uniscono a gran voce in un unico coro: “Diritto di abbiocco, diritto di

abbiocco!”.

Ma non si può. L’uva non si raccoglie mica da sola.

Combattendo contro ogni centrimetro della tua muscolatura riesci ad afferrare la forbice

appiccicosa di succo d’uva e sudore che ti ha accompagnato per tutta la mattina e a tornare sul

posto di lavoro.

Le chiacchiere sono fuori discussione, i monosillabi sono solo per i più temerari, mentre i grugniti

dominano la scena. Il cervello entra in standby, magari ci resta anche per qualche minuto, tanto

ormai tu sei un automa vero e proprio e la materia grigia non è indispensabile. Si riaccende solo

per impedirti di tagliare tutto ciò che trovi o di prendere in mano un grappolo pieno di vespe.

L’unico obiettivo del pomeriggio è tornare a casa con un numero di dita pari e possibilmente

maggiore stretto di otto. Trascorri così la prima ora e mezza dopo la pausa pranzo.

In seguito il cervello sembra riscattarsi, ma è solo per un momento. Infatti riprende a funzionare,

ma è utilizzabile unicamente per ragionamenti senza senso, per esempio per trovare una formula

matematica che ti permatta di calcolare l’efficienza di un vendemmiatore. Le variabili di

quest’equazione sono infinite: temperatura, mano preferita, livello di sfogliatura della vigna,

condizione fisica e mentale del lavoratore, esperienza del lavoratore, maneggevolezza, peso e filo

della forbice, paga percepita all’ora, un coefficiente di usura mentale che aumenti

proporzionalmente all’aumentare delle ore lavorate, quantità di uva raccolta, rapporto tra il numero

di volte in cui la forbice è scattata e tra il numero di grappoli effettivamente tagliati, eccetera

eccetera.

Dopo un’oretta di ragionamento ti accontenti di definirti un buon vendemmiatore (i meno

modesti potrebbero addirittura definirsi hair­stylers delle vigne).

La temperatura aumenta e tu arrivi a pensare che piuttosto ti saresti alzato alle quattro di mattina,

per lavorare un po’ più fresco, ma non è altro che l’ennesima bugia che racconti a te stesso.

Scattano una serie di altri ragionamenti senza capo nè coda. Nella tua autoconcezione ora sei uno

scienziato provetto, ed inventi, non necessariamente in quest’ordine:

• un macchinario che vendemmi l’uva al posto tuo, tutto comodamente telecomandato da

casa;

• un robot che ti segue ovunque, ti asciuga il sudore, ti offre da bere e ti chiama

affettuosamente “principino mio”;

• un drone spargirose che hai intenzione di utilizzare al tuo funerale;

• una cravatta ombrello;

• un aggeggio che ti permetta di avere sempre della carta igienica vicino al naso.

Purtroppo quando torni a casa scopri che un’ abbondante metà delle cose che hai pensato di

inventare esistono già, soprattutto le più inutili.

Torni verso casa, le cose che ti spingono ancora a questa disperata sopravvivenza sono poche, ma

le hai ben chiare: doccia, letto, birra, letto.

Nel tragitto conti le dita, sperando che siano pari e strettamente maggiori di otto: uno, due, tre,

quattro, cinque, … fanculo. Manca il pollice destro. “Che sfiga, proprio quello opponibile. Vabbè,

magari domani lo ritrovo”.

Arrivi a casa, ti infili in doccia rapido e silenzioso come un ladro, e quando l’acqua ti bagna le

mani il pollice destro si scolla dal palmo della mano, dove era rimasto appiccicato e nascosto per

colpa dei sopracitati succo d’uva e del sudore. Attraverso la finestra del bagno gridi a tuo fratello di

ammazzare il vitello grasso, perchè hai ritrovato il pollice in tutta la sua bellezza ed opponibilità.

Dopo aver tolto da capelli, barba e baffi un abbondante chiletto di rami, insetti e polvere, sei un

uomo nuovo.

“Stasera vado a dormire presto così domani sono bello riposato e magari sopravvivo”, pensi mentre

inforchi la bicicletta in direzione APERITIVO.

Ma questa -amici miei- è un’altra storia, e già potete immaginare come andrà a finire.

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