DOMENICHE PRODUTTIVE

La vita è una cosa meravigliosa.
Un giorno vinci una vacanza a Capri. Poi realizzi che hai letto male,e la vacanza è a Carpi. Successivamente ti viene in mente che vivi a Carpi da dodici anni.

panic

Ti dicono che hai diritto a un tatuaggio gratis. Ti accorgi di essere in fila ad Auschwitz.
Ti regalano un biglietto per la prima del film di Batman. Lo usi al cinema di Denver.

Proprio perché la nostra esistenza si articola in un fiorire di gioie e soddisfazioni, ci sono cose che hanno un gusto particolare.
Tipo la domenica.
La meravigliosa giornata il cui scopo è involvere per 24 ore nella specie Homo Erectus.
Iddio ti dà il buongiorno mettendoti le piaghe d’Egitto in bocca. Ti alzi con la lingua che sembra fatta di panno Swiffer e noti subito il tipico gusto di morte, carestia e Torio 232 del post sabato sera che ti invade le papille gustative.  Privo di coordinazione tenti di arrancare fuori dal materasso. Finisci asfaltato sul parquet come il tenente Dan. La luce del mattino ti violenta le pupille  mentre tenti di rialzarti abbattendo oggetti e facendo deflagrare cornici di quadri e soprammobili vari.
Non sai se sia tu a trovare l’equilibro o se sia lui a trovare te, fatto stà che dopo 10 minuti vi incontrate ,e per miracolo deambuli. I sei metri che ti separano dal cesso sono Stalingrado. Approdare al trono che accoglierà gli abomini partoriti dal tuo corpo assume i toni  dell’impresa. Ponderi il suicidio ,te ne manca il coraggio. Valuti di lasciarti morire di stenti, te ne manca la pazienza. Hanno inizio le visioni mistiche:  Obi One Kenobi   ti sprona a non mollare. Tra rumori e odori non appartenenti a quest’universo fisico, raggiungi il bagno. 7 minuti dopo lo hai ridotto a livello igienico “campo prigionia del Laos”, ma almeno hai scollinato. Puoi farcela. Ti aspetta una giornata in mutande. Un divano come tana, una palla che esce dal boxer ed un cuscino che sbaverai dal lato della bocca per tutto il pomeriggio.
Le parole “ cultura”  – “ passeggiata” – “riflettere” – “alzarsi” non esistono. Prendi le forbici e le ritagli una ad una dal Castiglioni Mariotti di tuo padre.
Un’amica ti chiama per proporti un giro in bicicletta fino al lago, dove resterete per ore a fare bagnetti e prendere il sole. Prosciughi il tuo conto in banca ed entri in debito con Findomestic per arrivare alla somma necessaria per assoldare uno squadrone della morte della Yakuza che la raggiunga al suo domicilio per sventrarla a colpi di katana.
Compi l’ultimo eroico sforzo. Come in ogni operazione militare, la parte più delicata è sempre quella dell’imbastire le comunicazioni e coordinare rinforzi e provviste. Entri in cucina con un colorito poco più pallido della cocaina. Ti passa a fianco Casper e ti consiglia di assumere più vitamina C. Inizi una razzia in stile sciacallaggio after terremoto. Apri mensole, rovesci cassetti, svuoti scomparti. Metti insieme un arsenale di viveri privo di logica. Trascini fino al divano una borsa contenente ogni genere di alimento. Nel dubbio ti sei preso 4 bottiglie di Coca Cola. Sai che non basteranno, ma è un inizio.
Ce l’hai fatta. Sei pronto. I suoni si fanno ovattati mentre il tuo culo atterra sul divano. Quando prendi in mano il telecomando ti senti invincibile. C’è profumo di vittoria nell’aria.
Ma la vita è una cosa meravigliosa.

“ Ragazziiiii “

 

 

 

 

 

 

 

 

Trasalisci. E’ l’equivalente vocale dei cerchi concentrici nell’acqua quando si avvicina il T-Rex.

“ Dai forza pigroni, dove siete?! “

La quiete della domenica mattina, unita alle finestre aperte, fa viaggiare il richiamo vocale attraverso tutto il quartiere. Noti che l’effetto che ha sui passanti in strada è il medesimo che ha su di te. Scorgi un uomo abbandonare il figlio a sé stesso mentre si tuffa nell’Adige con l’obbiettivo di raggiungere l’altra sponda. Il tetraplegico della casa di fronte ode l’aberrante suono e scatta percorrendo una sessantina di metri in 6 secondi netti. Il pensionato del civico 24 estrae da una cassapanca una tuta alare. La indossa e si getta dal terrazzo scomparendo all’orizzonte.

Quando lo senti è già troppo tardi. La genitrice ti ha già incastrato senza colpo ferire.
Ha un piano malvagio. E il tono falsamente mieloso con cui richiama i membri maschili del nucleo famigliare è l’indizio che ti porta a capire che il piano ,qualunque esso sia, per giungere a compimento necessita di te e del pater familias.
Tu sei inerme come Giorgio Welby quando la dolce mami ti si para davanti. Il sorriso tenero che ti rivolge nasconde un orrore ancora senza nome. Nel tuo stato di inesistenti capacità cognitive carpisci solo una parola del discorso che ti sta facendo. “IKEA” .

 

 

 

 

Sai già quali sono le mansioni. Padre al volante del furgone in prestito dalla ditta del caro zio materno, madre a dettare ordini e guidare il team d’assalto,tu sei  l’inutile blatta che caricherà tonnellate di comodini scandinavi a fine giornata. Tenti la strada del “ faje pena “ . Fingi coliche renali. Minacci ritorsioni. Tua madre si gira di scatto e ti zittisce con un epidurale.
Riacquisti i sensi a 12 chilometri di distanza dall’IKEA.

Fai il tuo ingresso nel parcheggio del campo di prigionia scandinavo,il monumento all’oppressione  torreggia dinnanzi a te. Le porte a scorrimento automatico si aprono e si chiudono con un sibilo luciferino. Ti senti piccolo. L’atmosfera è da Omaha Beach. Se chiudi gli occhi puoi sentire i proiettili affondare nel cofano del furgone.
Non è mai stato documentato un parcheggio vicino all’ingresso della struttura. In te si fa largo l’idea che le macchine in sosta a 20 metri dalla porta d’entrata del grande magazzino siano state costruite lì insieme al parcheggio, solo per spezzare ulteriormente l’umore dei condannati che vi dovranno entrare.
Guidi alla ricerca di un posteggio. Ti imbatti in un omino piccino picciò in divisa da parcheggiatore che sbracciandosi, ti indica di andare sempre dritto. E’ quella la via per il tuo parcheggio. Prosegui lungo una lingua d’asfalto senza fine. Svariati minuti dopo incontri un altro parcheggiatore. Anche lui ti indica di proseguire. Ormai viaggi in quarta. In pratica hai lasciato l’autostrada solo per imboccare  una tangenziale che ti condurrà al parcheggio. Finalmente infili la macchina in uno stramaledetto posto auto.
Fino a quando non scorgi i cartelli in cirillico, non realizzi che in realtà hai parcheggiato a Sarajevo.
La temperatura dell’asfalto si aggira a quella dello scarico della moto di Valentino Rossi a fine gara. Ti guardi attorno e vedi una colonna di esuli come te che procedono come automi lungo la strada. Scambi due parole con uno di loro. A te è andata bene,dice. Suo fratello è rimasto a secco in Moldavia nel mezzo della ricerca di un posteggio nell’agosto 2011. Ora si è trovato un lavoretto lì per pagarsi un pieno,si sentono via Skype a Natale.  Inizia la marcia verso Mordor.
E’ l’Armageddon.
A lato strada, giacciono i corpi di chi non ce l’ha fatta. Avvoltoi banchettano sui clienti che sono crollati sotto il peso di un divano Ektorp. Uno stormo di poiane attacca un anziano che trascina due borse di copriletti Täallort. Finisce tutto in un attimo. Un uomo si accascia poco di fianco a te. Un anziano ha un moto di compassione e lo finisce con due colpi di Beretta.
Tua madre nel frattempo è l’unica che ,incurante della morte che ci circonda ,sorride e ti ripete che non vede l’ora di vedere come sono queste famose abatjour Aläng.
Finalmente all’orizzonte scorgi  l’IKEA. Ti aspetti di vedere l’occhio di Sauron postovi in cima, così non è.
Se il tasso di mortalità nella tratta parcheggio-ingresso negozio è del 35%, essa si alza drasticamente quando metti piede all’interno della diabolica struttura.
Uno sbalzo termico di 39 gradi ti stupra anche i sentimenti. Sigarette accese si criogenizzano all’improvviso. Un uomo in fiamme entra e viene rinvenuto congelato pochi minuti dopo. Pinguini ti beccano gli stinchi. L’istinto di autoconservazione ti spinge a valutare una fuga attraverso un condotto d’aria. Mami se ne accorge e ti sferza con una prolunga. Prosegui sorreggendo tuo padre ormai allo stremo, nonostante la battaglia sia solo all’inizio.
Con dei dissuasori elettrici ,la folla viene reindirizzata nei vari reparti. I bambini vengono separati dalle famiglie e lanciati in una vasca di palline colorate dai confini poco più ridotti della Basilicata. Scorgi dei trent’enni tra il marasma d’infanti immersi in una multicromia plasticosa. Pensi a degli animatori, forse hanno il compito di badare ai pargoli. La bruchure dell’Ikea ti informa che sono invece bambini gettati dentro negli anni ’80 e cresciuti in cattività. Hanno creato una loro società primitiva ed è pericoloso avvicinarsi. Passi oltre mentre dall’alto un inserviente cala nella vasca di palline un quarto di manzo ,tipo Jurassic Park coi Velociraptor.
Giungi al settore “ divani e altre inutili vaccate”. Vieni colto da epilessia nel tentativo di leggere i nomi dei mobili. Tuo padre giunge al suo limite e si accascia al suolo sfinito. E’ allora che noti una sagoma tremare dietro un divanetto. Sposti quest’ultimo e ti trovo dinnanzi a un vecchio che , a giudicare dalla maglietta “New York” con una stampa delle Twin Towers sullo sfondo, dev’essere li da un decennio. Almeno. Pur di sfuggire alla follia di quell’aberrante manicomio che è l’Ikea, quest’uomo ha deciso di nascondersi e aspettare la sua fine con compostezza. Tutto sommato, non te la senti di biasimarlo. In grembo porta una flebo artigianale che molto probabilmente lo tiene in vita. E’ ricavata da involucri di cuscini e cannucce di coca cola. In guerra non esiste pietà. Tuo padre è in pericolo, realizzi che non hai scelta. Percuoti l’anziano e gli sfili la flebo tra rantoli di dolore e sospiri d’agonia. Torni da tuo padre appena prima che dei facchini lo portino via assieme a un divano destinato a Salerno. Lo colleghi alla flebo e lo leghi con un lucchetto da bicicletta ad un termosifone. Lo riprenderai all’uscita, per il momento è salvo.
Disorientato, ti accorgi della mancanza della genitrice al gruppo famigliare, e ti dirigi al reparto “ lampade e puttanate ignobili  ma costosissime” per cercarla.
La scorgi trascinare un carrello grande quanto un’ Hammer H2 ricolmo di qualsiasi nequizia abbia incontrato il suo sguardo. Comprendi che non è più la donna che conoscevi. Gli occhi sognanti di chi sta passeggiando nell’Eden, l’espressione di chi è nel mezzo di un trip d’acido.
Riesce a entrare nel settore “ tappeti senza un perchè” un attimo prima che tu riesca a  centrarla con un placcaggio. Atterri su un pila di cuscini sotto cui si è nascosta una ragazza terrorizzata. Dice che la potrai avere se la salverai. Ignori gli ormoni e vai avanti ,superando due casalinghe che si contendono un paralume Fnärtok a colpi di machete.
Raggiungi tua madre nel reparto “ cibo di dubbia provenienza”. La prendi per il bavero e la implori di abbandonare l’edificio. Le dici che la porterai fuori con o senza la sua volontà. Ti risponde che prima vuole mangiare, non si può lasciare la filiale degli Inferi senza prima aver gustato i famosi pasti fai da te della mensa. Devastato dagli orrori che hai passato e dalla trincea che hai dovuto vivere fino a quel momento, perdi le staffe. Sbraiti. Urli che sarebbe utile tornare nel mondo reale. Quello dove papà potrebbe non superare la notte. Dove potrebbe anche essere già morto.
La donna che un tempo era tua madre ti risponde che al quarto piano hanno la nuova collezione di asciugamani Mörpel.

Ti imponi di assecondare la sua voglia di cibo scandinavo solo perché probabilmente la cosa accorcerà i tempi per la fuga. Arrivi al banco con la bava alla bocca e i nervi tesi come i tiranti del Golden Gate. Ordini un panino con quello che nel ’63 era prosciutto. L’inserviente ti dice che va bene, ma ti dice anche di rammentare che all’Ikea vige una sola regola: il fai da te. Mentre stai cercando di capire cosa implichi tale asserzione, un tizio dalle cucine ti mette davanti un maiale, della farina, uova, e dell’olio. Il pasto è fai da te. Ti attachi alla Wifi e cerchi tutorial con cui imparare a fare il pane e a scotennare un suino.
Ogni traccia di umanità è sparita dal tuo animo. Pesti una madre di famiglia finchè non ti consegna tutto il cibo che possiede. Uccidi i figli perché tanto sai che senza madre non sopravvivranno più di 48 ore. Capisci che le endorfine rilasciate dal pasto renderanno tua madre docile per una decina di minuti. La convinci a seguirti all’uscita trascinando i 9 quintali di mobilia che ha gettato in un carrello di pari  dimensioni a quelle di un catamarano.
Agguanti tuo padre un istante prima che un condor inizi a beccargli la faccia. Lo getti nel carrello insieme a comodini e graziose tovagliette che tua madre trova tanto carine ed originali.  A te mettono la stessa allegria di una diagnosi di sclerosi multipla, ma cerchi di non pensarci e prosegui verso le casse.
Giungi all’uscita e tuo padre riprende i sensi appena in tempo per vedere la commessa porgere a colei che ti ha partorito uno scontrino dove l’importo stampato è di poco inferiore al Pil della Thailandia. Perde nuovamente conoscenza.
Quando  ti lasci alle spalle le porti automatiche ti accorgi che ormai è notte. Non sai nemmeno quanto tempo sia passato. Che giorno è? Di quale mese? Ma nell’Inter gioca ancora Icardi?
Scorgi luci di fari nel parcheggio. Ci sono altri clienti in arrivo che stanno seguendo le indicazioni dei parcheggiatori. Ancora non sanno cosa li aspetta. Il loro inferno ancora deve iniziare.
Ma tu ormai sei consapevole di essere un uomo diverso. L’orrore che hai attraversato ti ha forgiato in un blocco di granito dove non v’è posto per pietà e debolezza. Ogni molecola del tuo corpo freme per tornare a casa,e quant’è vero Gesù Cristo ci tornerai.
Ti dirigi verso una monovolume verde che procede a passo d’uomo. Il padre di famiglia alla guida si gira un secondo prima che il tuo piede disintegri il finestrino. Distribuisci una foresta di sberle a chiunque si trovi dentro l’auto,scaraventi tutti fuori dal veicolo e sequestri il mezzo. Dopo aver legato il carrello ricolmo di stronzate al gancio da rimorchio,parti sgommando. Due ore e sei parcheggiatori investiti (perché sono complici di questa macchinazione diabolica) dopo, giungi alla tua macchina. Ora devi caricare. Si, perché farselo spedire non si poteva. Puoi comprare il fegato di un bambino indiano ma non puoi farti spedire un comodino a casa, pare brutto dai. Cominci a spostare una mole di mobilio gargantuesca mentre la genitrice cinguetta la sua soddisfazione per gli acquisti fatti. Vorresti farla detonare con del Semtex, ma lo hai lasciato a casa. Tra una Madonna e l’altra hai caricato tutto. Parti. Giungi a casa e dormi sogni senza sogni per 15 giorni.
Ma in fondo,si. La vita è una cosa meravigliosa.

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