LA SALA D’ATTESA

sala

 

Ok. Va bene, basta. Battei le mani e mi guardai intorno, come per controllare se mi stessi dimenticando qualcosa. Ma cosa potevo star dimenticando? Avevo scritto un biglietto in cui dettavo a chi volevo lasciare le mie cose. I miei motivi non li avevo dichiarati. Non li avevo mai nemmeno formulati del tutto nella mia testa e nemmeno in quel momento avevo intenzione di dare loro vita. Non l’avrei data loro vinta, fino alla fine. Me ne sarei semplicemente andato, non scappando da essi ma dando loro le spalle, mandando loro, i miei motivi, a fare in culo.
Presi solo le sigarette ed i soldi.
La porta si chiuse piano, come elegante punteggiatura. Scesi i gradini di casa mia come se fosse stata la prima volta che compivo quel gesto.
Fuori c’era caldo. Erano le cinque del pomeriggio e il sole incombeva imponente. Non c’era un filo di vento. Avrei camminato.
Ho sempre odiato l’estate. Il suo profumo evoca in me sensazione di solitudine.
Mi accesi una sigaretta. Tossii. Pensavo che questa particolare sigaretta me la sarei particolarmente gustata, invece mi stava facendo piuttosto schifo. Davanti a casa mia non passava nemmeno una macchina, come sempre. Si sentiva solo il rumore di un qualche insetto. Una cicala? O le cicale suonano solo di notte? Non aveva importanza.
Avrei dovuto prendere la macchina. Le chiavi dove le avevo lasciate? Sì, sul tavolo.
Quella macchina invece, quella parcheggiata a cui stavo passando accanto, avrei potuto prenderla a pugni, o quantomeno staccare uno dei suoi specchietti retrovisori. Senza motivo, solo per il fatto che non ne avrei sofferto alcuna conseguenza. Ma non variai nemmeno il ritmo del passo, tirai dritto. Magari apparteneva a qualche tipo in gamba. Un operaio come me magari, che avrebbe subito un danno senza motivo. Non vedevo l’ora di smettere di avere questo tipo di pensieri idioti. Accelerai leggermente il ritmo dei passi. Il cuore mi batteva forte.
Buttai la sigaretta. Anche se mi aveva fatto schifo l’avevo fumata fino al filtro. Sputai per terra.
Passai oltre il laghetto artificiale del parco, con le sue oche malaticce e le sue tartarughe deformi, e passai oltre la collinetta, quella fastidiosamente insulsa e triste collinetta.
Superai l’ospedale. Curiosamente l’edificio, la mia destinazione, si trovava a metà strada tra l’ospedale e il cimitero.
Passai anche davanti al locale che andava di moda tra i ragazzi disposti a spendere cinque euro per uno spritz semianalcolico e subire musica monotona e arredamento kitsch.
Anche in quel momento il negozio era occupato da un gruppetto di giovani miei coetanei, gli uni palestrati e le une ammiccanti, tutti sorridenti. Si meritavano di possedere il mondo, pensai. Quella classe di persone. I furbi. Il mondo è dei furbi. Delle persone capaci di fottere il prossimo e la sera dormire sereni. Che se lo tengano, il mondo. Se lo meritano. Possono prenderselo e lo fanno. È a questo che ci ha portato l’evoluzione no? E non è forse l’evoluzione il senso ultimo delle cose, dato che viviamo in funzione di essa? La quasi totalità delle nostre esistenze ha una parvenza di senso solo se vista in chiave evolutiva. Forse l’evoluzione è il senso penultimo delle cose, il mezzo per il fine ultimo; forse l’evoluzione porterà alla creazione di una specie in grado di comprendere (e compiere?) il fine ultimo della vita. Cosa mi prendeva in quegli intensi momenti, sprazzi di fatalismo, di religiosità forse? Ma di fatto viviamo in funzione dell’evoluzione. L’amore, il sesso, e con ciò l’infinita serie di azioni e pensieri e comportamenti che abbiamo e compiamo e che in ultima analisi ci costituiscono in quanto noi stessi, tutto alla ricerca di questo amore e di questo sesso. Ogni piccolo gesto che copriamo di raziocinio è in realtà riconducibile ai soliti ancestrali istinti primordiali. Siamo un passaggio, una fase. O forse no? Il fatto che curiamo gli invalidi non è un gesto antievolutivo? Non sono mai stato un nazista ma… Non sono mai stato un nazista “ma”? Che oscenità stavo pensando? Scossi la testa. Per quanto possa apparire ingenuo il concetto di “bontà”, io l’ho sempre ritenuto un elemento importante e reale, e proteggere i deboli, chi naturalmente sarebbe rimasto indietro, aveva per me un valore, una delle poche cose nobili della nostra società. I gesti di gentilezza sono gesti di ribellione.
Perché per il resto il tessuto sociale è così profondamente infermo che è come un cane che si morde la coda, dove l’educazione è deviata dalle dinamiche economiche che sono a loro volta alimentate dal sistema educativo, che rigenera gli schemi antiumani dell’efficienza e della meccanizzazione della vita. Un lunghissimo processo generazionale aveva pervertito definitivamente la natura umana. Ma è possibile questo? Si può parlare di involuzione, o fa tutto parte di un grande schema evolutivo? Fa forse parte della natura umana cambiare essa stessa? È natura Auschwitz? Hiroshima? L’obsolescenza programmata? È forse evoluzione ogni mutamento che si succede nel tempo? Oppure siamo un vicolo cieco evolutivo in quanto specie?
In ogni caso, io non avrei preso parte al processo. Ero arrivato.

Una struttura di quindici piani si ergeva davanti a me. Pareti bianche. Il breve giardino esterno era rigoglioso. Le porte d’ingresso erano girevoli. La cosa mi fece quasi sorridere. Ma i sorrisi li avevo esauriti definitivamente. Entrai, e la porta girevole mi colpì il tallone. Fui comunque contento che si fosse aperta. Se ci fosse stato qualcuno all’interno sarebbe rimasta chiusa. Ormai tutti sapevano come funzionava quel posto.
La sala era spaziosa e dall’alto soffitto. Al centro di esso c’era una bolla nera. Immaginai che doveva essere una telecamera. Delle strisce incolori per terra conducevano a diverse porte.
Nel mezzo, c’era un grande schermo interattivo. “Desidera aiuto?” “No”. Lo schermo divenne nero per qualche infinito secondo. Pensai si fosse inceppato. “Desidera aiuto?” Comparve nuovamente. Che fosse una ripetizione volontaria, per essere sicuri? “No” ripetei. “Dove desidera andare”? Varie opzioni si dispiegarono a mia disposizione disposte su due colonne. La prima conteneva voci come “Cappella delle 1000 religioni”, “Ristorante”, “Sartoria”… Smisi di leggere, disgustato da quella ricerca di lucro senza limiti. Tuttavia l’esistenza stessa della struttura mi pareva una buona cosa, in fondo.
Guardai la seconda colonna. Mi incuriosì la voce in fondo, “altro”. Ma scelsi “Torre”, come avevo deciso. Avevo quasi fretta. Una striscia sul pavimento si illuminò di luce blu e il percorso mi condusse fino a una porta alla mia destra. Era bloccata. Quando questo accadeva significava che qualcuno si trovava all’interno. Tutto era progettato perché nessuno dovesse mai incontrare nessun altro. Avevo letto tempo prima che per ogni opzione c’erano qualcosa come dieci sale d’attesa collegate l’un l’altra in progressione e per arrivare alla meta finale bisognava attraversarle tutte, aspettando che chi ci si trovava davanti progredisse, senza mai incontrarlo e senza mai incontrare chi veniva dopo.
Dato che le sale d’attesa erano circa dieci, così avevo letto da qualche parte tempo prima, sembrava che avrei avuto da aspettare un buon pezzo. Tornai verso lo schermo in cerca di conferme. Mi sentivo ora quasi rilassato. Trovai una cifra: 150 euro. Dunque per questo la porta era bloccata, non c’era nessuno al suo interno. Bene, avrei aspettato meno. 150 euro. Quanto mi aspettavo? Nemmeno io lo sapevo. Non mi importò. Pagai e la porta si aprì. La sala d’attesa era piccola, spoglia, senza finestre, con una sola sedia a disposizione e tre porte anonime fatte in laminato, compreso quella da cui venivo, su pareti diverse. Intuii che una portava all’esterno, in caso di ripensamenti, e l’altra alla successiva sala d’attesa. Restai in piedi ad odorare la stanza. Sapeva di nuovo. Anche qui c’era una bolla nera sul soffitto.
Ero tormentato da un jingle pubblicitario. Non riuscivo a togliermelo dalla testa. Una musichetta idiota e fastidiosa eppure orecchiabile. Mi era rimasta appiccicata e proprio in quel momento speciale mi irritava intensamente. Mentre cercavo di scrollarmela di dosso proseguii fino alla stanza successiva. La porta si aprì. Bene, ero sempre più vicino. Altre sei volte compii lo stesso gesto e altre sei volte mi si presentò la stessa visione artificiale, le tre porte e la sedia, e le pareti colorate la parte inferiore di blu scuro e la parte superiore di beige, e l’occhio impassibile in alto, scrutante.
Poi successe.
Mi ritrovai ancora una volta in una piccola stanza identica alla precedente, ma questa volta sulla sedia c’era un vecchio che piangeva. Appena mi vide automaticamente urlò di paura e lo fece così forte che istintivamente urlai anch’io. Ma che cazzo, pensai. Ci doveva essere stato un malfunzionamento, non avrei dovuto poter aprire quella porta, sarebbe dovuta rimanere chiusa finché l’anziano non fosse entrato nella successiva. L’uomo si portò una mano al cuore e sospirò. Poi accennò un sorriso e disse:
– Guarda che non ho scelto l’opzione infarto. –
Risi di gusto. Che cosa strana, pensai. E la mia risata si fermò, improvvisa come era giunta. Come se avessi ricordato.
– Ok. – Dissi. Non mi andava nemmeno di chiedere scusa, non era l’ultima cosa che volevo fare. Mi ero già scusato abbastanza nella mia vita. E non era colpa mia l’irruzione, era colpa di un qualche malfunzionamento. Feci per richiudere la porta e tornare nella stanza precedente, ma l’uomo mi disse:
– Aspetta. – Restai con la maniglia in mano.
– Non ho voglia di parlare con nessuno. – Dissi senza guardarlo.
– E se si trattasse solo di ascoltare? Solo per un po’? – Si soffiò il naso. – Solo finchè potrò aprire la prossima porta. – Stava quasi implorando. Non mi importava. Ma per qualche ragione con un sospiro entrai nella stanza del vecchio. Mi sedetti per terra accanto alla porta da cui ero entrato e mi misi a guardare il soffitto e le sue luci al neon a basso consumo.
– Ti ringrazio. Che cosa si aspettano che uno faccia mentre aspetta? Che si legga una rivista di gossip, come dal dentista? Non so cosa sia tutta questa paura del contatto umano. Bah, forse si lo so. –
Seguì un lungo silenzio. Lo assaporai, lo gustai.
– La cosa più tremenda che possa capitare a un uomo non sono i dispiaceri della vita, anche i più gravi, le disgrazie, le perdite. È la noia. È il niente. – Esordì l’anziano. – Com’era la frase? È meglio aver amato e aver perduto che non aver amato mai? Quanto è vero. –
C’era una mosca su uno dei tubi al neon.
– Tu forse ti trovi qui per qualche colpo troppo duro. – Proseguì. – Non te lo chiedo, rispetto il tuo silenzio. Per qualche ragione io mi sento di condividere con te questo peso che porto da tutta la vita, di cui non ho mai parlato con nessuno. Me ne sono sempre vergognato profondamente. Ma ora non mi importa più. È questo il mio peso, il nulla. – Respirò profondamente. Chiuse gli occhi, la bocca divenne una smorfia di dolore e cominciò a singhiozzare. Una lacrima gli percorse il viso. Poi si riprese. – Non mi è mai mancato niente. – La sua voce era tremolante. – Non ho mai avuto esperienze traumatiche. Non mi è mai successo niente di particolarmente brutto, è questo il mio problema: non mi è mai successo niente. – Scoppiò a piangere. Io cercai di scacciare il jingle di quella fottuta pubblicità. Le lacrime le avevo esaurite.
– L’unico motivo per cui non mi sono mai ammazzato è perché non potevo tollerare di concluderla così, nel niente da cui era partito. Da eterno perdente. Vorrei non essere mai nato. Ma quanto si può andare avanti così? Odio il mio nome, come mi chiamo. Vittorio. Non lo sopporto, penso che abbia un suono stupido. Ti rendi conto? – Sorrise amaramente. – È questo genere di cazzate che mi perseguitano. Non posso nemmeno avere il diritto a tormenti veri. Per questo nessuno capisce il mio malessere. Perché non ho alcun motivo di averlo! Ma io sto male, capisci? Sessantasette anni di fottuto niente. Come si fa a riparare a questo? Come si fa? Un problema ha delle soluzioni, ma come si fa quando il problema è che non ci sono nemmeno i problemi? –
Per la prima volta si fermò a guardarmi per più di un secondo. La sua bocca si contorse nuovamente e sembrò che stesse per piangere di nuovo, ma non lo fece. Prese un fazzoletto e si soffiò il naso.
– Per questo sono qua. In questa sezione intendo, nella Torre. Così almeno prima di morire, nel morire, avrò un’esperienza unica, una sensazione autentica: la caduta. –
Io invece cominciavo a pentirmi di avere scelto di buttarmi dalla Torre. Avrei potuto spararmi in faccia, sarebbe stato più veloce.
Il silenzio cessò di essere piacevole. Divenne imbarazzante e mi irritai.
Poi uno strano suono inaspettato echeggiò. Lo squillo di un telefono cellulare. Era del vecchio. Una musichetta grintosa e infantile. Si era portato il telefono? Voleva forse chiamare qualcuno prima di morire? Oppure aspettava proprio un evento simile? Che non avesse mai avuto intenzione di buttarsi veramente? Assurdo, me ne rendevo conto, ma provai quasi disprezzo per lui.
– Ciao. – Si asciugò le lacrime. – No, non mi disturbi affatto, dimmi. – Si alzò in piedi. – Come sta Teresa? – Con sconcertante semplicità prese e se ne andò, dalla porta che dà sull’esterno. Luce abbagliante riempì la stanza e i miei occhi per pochi istanti, poi la porta si richiuse. Il vecchio se ne era andato, era tornato sul mondo. Non provai niente.
Mi alzai e andai verso la porta successiva. Era aperta. Pensai che forse il vecchio non stava veramente aspettando che si sbloccasse, forse era rimasto fermo lì indeciso. Forse era stato lui a fare in modo che io entrassi in quella stanza. Non aveva nessuna importanza.
Attraversai per l’ultima volta una sala fotocopia e aprii l’ultima porta.
La luce filtrava dalle ampie vetrate colorate che ricordavano quelle delle chiese. Il pavimento lucido era di un marmo molto elegante. Chissà quanti crani si erano schiantati su quel suolo pregiato, riversandoci materiale cerebrale. Così volevo morire. Anonimamente, in fretta. Volevo sparire, che tutti si dimenticassero il più velocemente possibile della mia vuota esistenza.
Prima del Big Bang nell’universo c’erano solo elementi semplici come l’idrogeno. Con la fusione e la pressione all’interno delle stelle e con la morte di esse, sono nati gli elementi che costituiscono gli esseri umani e le nostre cellule. Che la cheratina nei miei capelli, il calcio delle mie ossa e il ferro del mio sangue, tutti gli elementi che componevano il mio corpo e che provenivano dal collasso di sistemi solari, tornassero in circolo nel cosmo sotto un nuovo ordine, perché con me avevano imboccato un vicolo cieco.

Che ci fosse un addetto alla pulizia dopo ogni schianto?
La Torre si ergeva su una scala a spirale. Pensai che così dovevano essere fatti i fari. C’era anche un ascensore. Lo presi. Non ero venuto per fare una sceneggiata, come il vecchio, o per fare qualcosa di teatrale. Non mi fregava niente di salire i miei ultimi gradini o questo genere di cose. Volevo solo morire in fretta. Presi l’ascensore. Scacciai il cazzo di jingle pubblicitario. Era un ascensore anonimo. Fortunatamente avevano avuto la decenza di non mettere degli specchi.
Arrivai in cima. Mi sporsi giù.
Finalmente la sentii, dal centro del mio corpo, esplodere la tristezza ed invadermi fino alla punta delle dita. Per un istante mi dovetti sedere sulle ginocchia, poi la tempesta cessò e tornò la lucidità.
Mi buttai.

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