LE POESIE DELL’HINTERLAND: I

I

EDFR


La notte è calma, nera, odora d’asfalto. La notte è frenetica, di neon, odora di pub aperti fino a tardi. La notte è una donna meravigliosa che balla sudata in mezzo alla pista, la notte è una stazione deserta. La notte è gelida, la notte è una scopata scomoda. La notte è troppo notte questa notte, pensò.

Abbracciò la pinta che aveva davanti a lui sul bancone del bar, fece uno di quei sorsi dai quali si riemerge diversi, quasi sempre.

Un corpo splendido, di perla. I capelli, di un rosso autunnale, coprivano i seni rotondi.

LE MIE PAROLE

TI BACERANNO QUANDO DI ME

NON TI RIMARRÀ ALTRO CHE

LA CONDENSA DEL MIO RESPIRO

NEL TUO.

– Pronto. –

– Ispettore Parisi? –

– Sì, sono io. –

– C’è stato un omicidio. Deve venire subito. Corso Pasolini 26. –

– Io non vengo proprio da nessuna parte, sono in congedo temporaneo. Arrangiatevi. –

– Venga il prima possibile. –

Sebastiano Parisi era seduto al bancone di uno di quei posti che solo le persone a tu per tu con loro stesse frequentano. Uno di quei luoghi dove tutto ha l’aria di essere a metà: l’atmosfera è densa di un’attesa placida che non trova mai un lieto fine. L’ispettore sedeva curvo, guardava il suo dito appiccicarsi leggermente al bancone sporco di birra.

Una barba ispida copriva un viso magro, stanco. I capelli mori erano raccolti all’indietro. Il taglio dei suoi occhi era strano, a mandorla, sapevano d’oriente, ma solo un poco, sembravano tristi. Il naso era pronunciato, si piegava leggermente in giù. Era una faccia indelebile quella di Sebastiano Parisi. Una di quelle facce segnate, non si sa bene da cosa. Si sa solo che quelle facce lì sembrano aver vissuto più delle altre. Una faccia segnata, indelebile, davvero.

Con un sorso finisce la birra, con il secondo la accompagna giù con uno shot di whiskey. La gola brucia per un istante, poi le viscere, poi nulla. Si alza e prende la giacca dallo schienale dello sgabello.

L’aria fredda gli sbatte in faccia come uno schiaffo, lui gira l’angolo e sale in macchina. Che freddo del cazzo, pensò, ho bisogno di una sigaretta.

Il cielo era denso, come un mare di cemento nero che inghiottiva l’orizzonte. Parisi guidava forte, come se volesse incontrare qualcuno al termine della notte. In ogni strada in cui svoltava c’era una notte da superare, una notte che non finiva, una notte diversa ma sempre profonda come una condanna.

Semaforo rosso. Guardò a destra, poi a sinistra, non c’era nessuno, passò.

– Salve ispettore. Agente Morini. Sono stato assegnato a lei per questo caso. –

– Spero ci sia un motivo valido per il quale io mi trovo qui. –

– Mi segua, di qua. –

Un gruppo di persone bloccava la strada, erano come eccitate, curiose ad un livello morboso. Una massa isterica che si arrampicava su se stessa per cibarsi di qualcosa che fosse novità. Parisi rabbrividì nauseato dalla scena. Si sentì come un fischio fendere la notte. Una macchina partì sgommando poco più avanti. Fu un attimo. L’ispettore riuscì solo ad intravedere alla guida un uomo incappucciato. Rimase un secondo a fissare il vuoto che l’auto aveva lasciato partendo. Poi si girò e seguì l’agente che gli fece strada.

In un vicolo semibuio una ragazza era appesa per i polsi ad un lampione, nuda. Alla mano sinistra mancava il dito medio. Una sottile linea bluastra contornava il collo. Sul muro a fianco a lei c’era una scritta di un rosso scuro.

– E’ stato lui ispettore? –

– Sì, è tornato. –

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