LE POESIE DELL’HINTERLAND: II

EDFR


– Scusi il ritardo. –, fece Parisi mentre si toglieva di fretta la giacca e la buttava per terra.

– Si figuri. –

– Milano già di suo è una città di merda, ma quando piove diventa peggio se è possibile. Un carnaio convulso, un mattatoio di frenetiche vite ingrigite. È tutto grigio in questa cazzo di città, una triste metropoli del nulla, ecco cos’è. –

Lo studio del dottor Manci era scuro. C’era una lunga vetrata che dava sulla strada, eppure non c’era luce. Sembrava quasi che l’arredamento la risucchiasse tutta. Due enormi librerie erano poste una di fronte all’altra sui muri laterali della stanza, nel mezzo c’erano due poltrone in pelle scura, lucida. Contro il muro di fronte alla vetrata c’era una scrivania in legno chiaro, gli angoli erano intarsiati con dei temi floreali in legno più scuro.

– Prego, si sieda ispettore. –

– Grazie. – Parisi si grattò il mento nervoso.

– Perché è qui? –

– Come se non lo sapesse! -, sorrise, un secondo di silenzio, – Comunque sono qui perché voglio seguire un caso, ma i grandi capi esigono che durante le indagini mi segua uno psicoterapeuta, che sarebbe lei, se non l’avesse capito. -, Parisi si accese una sigaretta, – Posso? –

– Certo. – il dottor Manci si alzò e prese un posacenere in pietra che era sulla libreria alle sue spalle, glielo porse.

– Grazie. – l’ispettore tirò forte e sbuffò il fumo verso l’alto.

– Cos’ha questo caso di così importante? Cioè, ho fatto un po’ di ricerche sul suo conto Sebastiano… Posso chiamarla così vero? –

– Diamoci del lei dottore, io non la conosco. –

– Come vuole. Dicevo, ho fatto delle ricerche su di lei: è da cinque anni oramai nella omicidi, e da altri cinque in polizia. Insomma, non sono pochi, ne avrà viste di tutti i colori, eppure i grandi capi, come li chiama lei, hanno chiesto il mio supporto. È lecito che io mi chieda il perché, no? -, Manci si tolse gli occhiali e li appoggiò su una gamba.

– Non è un caso qualsiasi. È più di un anno che sto dietro a questo figlio di puttana. I media lo chiamano il “poeta dell’Hinterland milanese”. Penso ne abbia sentito parlare. È un fottuto serial killer. Le sue vittime sono tutte donne, tutte con la stessa fisionomia: statura media, di bell’aspetto, sulla trentina. Le strangola e poi le espone nude appese per i polsi, amputa loro il dito medio e con questo scrive delle specie di poesie in bella mostra, vicino al cadavere. Con il loro sangue. –

L’aria era diventata pesante, asfittica quasi, claustrofobica. Sembrava che a respirare in quello studio ci fossero loro due ed altre mille persone. Era caldo. Parisi si asciugò il sudore dalla fronte con la mano, poi spense nervoso la sigaretta.

– Sì, conosco il caso, ne parlano ovunque. Ieri ha fatto la sua decima vittima se non sbaglio, dopo una lunga pausa. –

– Esatto, ha ucciso dieci ragazze. Era parecchio tempo che non commetteva un omicidio, fa sempre così: compare, in un breve lasso di tempo uccide un paio di ragazze, poi “puff”, scompare di nuovo. -, Parisi si accese un’altra sigaretta, tirò avido.

– Parisi lei che rapporto pensa di avere con questo killer? -, chiese il dottor Manci.

– Rapporto?! Io voglio solo sbatterlo dentro. Finché non vedrò il suo culo dentro ad una cella non mi darò pace. Lo scorso mese pensavo di averlo preso. Ho picchiato quasi a morte un sospettato che poi si è rivelato innocente, sono stato sospeso. Io devo prenderlo. -, rispose secco l’ispettore.

Il dottore incominciò ad accarezzarsi la barba, pensieroso, come se gli sfuggisse qualcosa.

– Posso chiederle perché proprio io? Ci sono tanti bravi colleghi che potrebbero darle una mano, perché io? –

– Mi è stato fatto il suo nome, sembra che lei sia un pezzo grosso dottore. Mi è stato detto: o lui o ti scordi il caso. – Parisi accavallò le gambe.

– Ho capito. –

– Quindi? –, l’ispettore tirò su la mano sinistra come per passare la parola al dottore ed incominciò a muoverla in maniera concentrica.

Passarono alcuni secondi, il fumo della sigaretta scomparve in direzione del soffitto.

– Quindi accetto il caso. –

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