LE POESIE DELL’HINTERLAND: III

EDFR


Sei bella. Sei pulita. Balli leggera mentre il mondo ti tuona intorno. Ti proteggerò, nessuno ti interromperà. Balla finché non ti faranno male i piedi, e poi balla ancora. Io sono qua per te.

 

– Cos’è questo? -, chiese lei.

– È per te. Aprilo dopo, quando sei sola. –

La ragazza si sporse leggera verso di lui, accarezzò la sua guancia con un bacio.

– Grazie, sei stato molto gentile. -, sorrise, delle piccole fossette le illuminarono il viso.

– Posso accompagnarti in macchina a casa? –

– Magari, sarebbe perfetto. -, lei tirò indietro una ciocca di capelli neri che le era finita davanti ai suoi occhi color cioccolato.

La notte era calma, sembrava una bestia domata. Riposava placida nella sua gabbia fatta di neon e lavanderie a gettoni. La macchina filava silenziosa, la città dormiva.

Sei così bella. Sei piccola ed ingenua. Hai visto così poco. Niente ti ha mai toccato, solo sfiorato per un istante. Sei limpida. Vergine delle brutture che ti circondano. Ti proteggerò, lo prometto.

– Sono felice di averti conosciuto. Questa serata mi stava annoiando a morte. -, fece lei timidamente maliziosa.

– Sei bella. Un angolo di conforto in tutto questo tedio rumoroso. –

Lei si morse piano il labbro inferiore, poi sorrise. Si allungò sinuosa come un’onda su di lui, lo baciò.

– Ti va di salire? -, sussurrò lei.

– Sì. –

Scesero dalla macchina, lei fece strada. Lei rideva.

– Ispettore… Ispettore le suona il cellulare. -, il barista scosse il braccio di Parisi.

– Cosa… Cosa c’è? -, Parisi si tirò su, come svegliato da una specie di letargo.

– Il cellulare. La stanno chiamando al cellulare. Si era addormentato. –

Passarono alcuni secondi prima che Parisi mettesse a fuoco, come se, dopo una profonda immersione, il frastuono del mondo lo avesse lasciato interdetto.

– Pronto?! -, biascicò.

– Agente Morini. C’è un’altra vittima ispettore. –

Parisi mise giù, il suo viso si deformò in una espressione che sapeva di stanchezza e frustrazione allo stesso tempo. Prese il boccale alla sua sinistra e buttò giù la fonda di birra che era rimasta, prese il pacchetto di sigarette dal bancone, si mise la giacca ed uscì. Il freddo gli fece lacrimare un occhio, si asciugò col palmo della mano e si accese una sigaretta.

Aspira forte, aspira profondo, aspira cupido. Sale in macchina.

Era appesa per i polsi, nuda e bellissima. Un livido le cingeva il collo come una collana. Era mora, con gli occhi color cioccolato. In bocca aveva un foglio scritto a mano, piegato.

– Chi ha trovato il corpo? -, domandò Parisi a Morini.

– Una ragazza che tornava a casa. Ci ho già parlato io ispettore, non sa nulla. -, disse l’agente d’un fiato.

– È la seconda volta che arrivi primo sulla scena del crimine. Come cazzo è possibile? –

– È stato un caso. Ero in zona di pattuglia. -, il poliziotto aveva un’espressione tirata, tesa come.

– Mmh… ok. –, concluse Parisi.

Nell’aria un odore dolciastro pungeva le narici. Sul muro quelle parole, indelebili. Da alcune lettere colavano piccoli rivoli densi, rosso scuro. Erano come lacrime.

TI TERRÒ AL SICURO, QUI, 

TRA IL CUORE E LA GIACCA

SARAI UN ANGOLO FRANCO

DURANTE LE MIE

TEMPESTE TEDIOSE.

Era una promessa, era la sua poesia d’addio.

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