LE POESIE DELL’HINTERLAND: IV

EDFR


La scrivania era stracolma di fogli stropicciati. Sebastiano Parisi era seduto con le gambe accavallate sul tavolo. Spense la sigaretta allungando il braccio verso il posacenere, infilò il mozzicone fra gli altri, ce n’erano così tanti che un paio caddero per terra. Tolse le gambe dalla scrivania, prese una tazza in cui teneva delle penne e la svuotò. Si guardò un secondo intorno, si abbassò e prese dal secondo cassetto una bottiglia di vodka, versò un paio di dita nella tazza e rimise la bottiglia a posto. Fece un sorso. Inspirò a denti stretti per il bruciore alla gola, poi buttò giù quello che rimaneva. Accese una sigaretta, rimise le penne nella tazza e si alzò.

 

– Salve doc. Cos’hai per me? – fece Parisi appena entrato nella sala autopsie.

– Poco o niente ispettore. Anna Battisti, ventisette anni. Solito modus operandi. Morte sopraggiunta per soffocamento. Amputazione totale del dito medio della mano sinistra. Niente impronte o tracce biologiche dell’assassino. Nessuna traccia di stupefacenti, tasso alcolemico 0,7. Aveva bevuto qualche drink la poveretta, niente che potesse alterare in maniera significativa il suo stato. -, mentre parlava si avvicinarono al tavolo dove era posto il cadavere.

 

Nella stanza c’era un odore di acciaio e disinfettante. Era un odore gelido, uno di quelli che ti entra nelle ossa.

 

Parisi guardò attentamente il corpo pallido della ragazza. Sembrava dormire, aveva degli aloni viola sotto gli occhi. Sul suo addome era stata disegnata una ipsilon col bisturi, partiva sotto i due seni e confluiva nell’ombelico. Le labbra sembravano screpolate ed erano di un blu pallido. L’ispettore passò leggero due dita sulla guancia di lei.

 

– Altro? –

– Direi di no ispettore. La ragazza era in perfetta forma, ha solo avuto la sfortuna di incontrare un mostro sulla sua strada. -, disse il medico abbassando gli occhi sul viso della ragazza.

– Va bene, grazie. Devo andare ora. Ho appuntamento con lo strizzacervelli. –

 

La sala d’attesa era una specie di corridoio largo circa tre metri, lungo la parete c’era un divano in pelle chiara. Nell’angolo, sotto una finestra stretta, c’era una pianta piuttosto alta, di quelle senza fiori, accanto a questa c’era un tavolino con delle riviste sopra. Parisi sedeva impaziente, stufo si accese una sigaretta ed andò a guardare fuori dalla finestra. Il giorno era grigio.

 

Tanto per cambiare sta per piovere, cazzo. Pensò.

 

Ovunque volgesse lo sguardo c’erano palazzi, cemento, persone che correvano per andare chissà dove, palazzi ed ancora cemento. Spense la sigaretta nel vaso della pianta, fece sprofondare un po’ nella terra il mozzicone per nasconderlo, poi tornò a sedere sul divano.

 

– Scusi l’attesa ispettore Parisi. –

– Non c’è problema. Bella pianta comunque. – disse Parisi con un mezzo sorriso.

– Grazie! Prego si accomodi. – fece il dottor Manci.

 

Lo studio era semibuio, la luce proveniva unicamente da una lampada situata accanto alla poltrona del dottore.

 

– Allora ispettore, come stanno andando le indagini? C’è stata un’altra vittima. –

– E lei come cazzo fa a saperlo? Non ne hanno ancora parlato i media. –

– Chiamiamola un’intuizione. Non mi avrebbe chiamato per un appuntamento con tanta fretta altrimenti, no? -, fece Manci un po’ sbrigativo.

 

Passarono alcuni istanti in silenzio, i due si fissavano come sfidandosi.

 

– Sì comunque, ha ragione. Ha ucciso una ragazza di ventisette anni. Solita tipologia di donna, stessa metodologia. Nessuna traccia. -, Parisi strinse forte il pugno sul bracciolo della poltrona.

– Io come posso aiutarla ispettore? -, Manci si infilò gli occhiali che prima erano nel taschino della giacca.

– Ecco. -, Parisi tirò fuori dalla tasca destra dei pantaloni una busta in plastica che conteneva un foglio di carta piegato.

 

Il dottore aprì la busta ed esaminò il foglio al suo interno. C’erano poche parole scritte a mano, Manci le rilesse più volte in silenzio.

 

IO SONO QUI.

 

– Cosa vuol dire? – chiese il dottore sfilandosi gli occhiali.

– Non ne ho la minima idea. Speravo potesse dirmi lei qualcosa che magari mi sfugge. -, disse Parisi.

– Io sono qui. -, sospirò Manci a bassa voce, – Io sono qui. –.

 

Il dottor Manci strinse leggermente gli occhi pensante. Poi ebbe come un sussulto quasi impercettibile, tanto che Parisi non se ne accorse.

 

– Questa scrittura è particolare. È come instabile, discontinua. È come… -, il dottore si interruppe bruscamente.

– Come cosa?! -, Parisi tuonò di una rabbia che veniva dal profondo, era come una bolla d’irrequietezza scoppiata senza che lui potesse averne il controllo. Si schiarì la voce e continuò dicendo, – Scusi dottore, non volevo aggredirla, è lo stress e la stanchezza che parlano. Mi scusi ancora. -, si accese una sigaretta.

 

Il dottor Manci lo fissò per alcuni secondi, come se lo stesse sfogliando.

 

– Non si preoccupi. Dorme poco ispettore? –

– Poco e male. Di solito sul bancone di qualche bar. -, Parisi sorrise amaro.

– Beve tanto? -, fece Manci.

– Il giusto. Mi sembra tutto più tollerabile dopo una birra ed uno shot. –

 

Il dottore si alzò in fretta.

 

– Adesso la devo salutare ispettore. Ho un appuntamento fra poco, e non voglio che i miei assistiti si incrocino. Per quanto riguarda il biglietto vorrei esserle più utile, ma ho bisogno di tempo. Se mi lasciasse il foglio un paio di giorni potrei studiarlo meglio. -, Manci piegò il foglio e lo rimise nella busta.

– Va bene. Non potrei lasciarglielo, ma ho bisogno di qualcosa per andare avanti nelle indagini, e lei, in questo momento, è l’unico a potermelo dare. –

– Spero di poterla aiutare. -, il dottore sorrise.

– Grazie dottor Manci, a presto. –

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