LE POESIE DELL’HINTERLAND: VI

EDFR

 


La sala per gli interrogatori era una stanzetta rettangolare abbastanza piccola, spoglia, c’era solo un tavolo e due sedie, una di fronte all’altra. La luce proveniva da una specie di lampadario appeso sopra il tavolo, era circolare e piuttosto largo. Uno dei due muri ospitava una vetrata oscurata che ne costituiva quasi l’integrità. Dietro di questa, a seguire l’interrogatorio, c’era un agente esperto in scienze comportamentali e Morini.

 

Un poliziotto scortò il ragazzo ancora incappucciato dentro la stanza, lo fece sedere sulla sedia di fronte alla vetrata e infine lo smanettò. Dopo alcuni minuti entrò Parisi. Aveva una faccia dura, le occhiaie urlavano un post sbornia difficile da superare. In una mano teneva una tazza di caffè fumante, nell’altra un posacenere in acciaio, sembrava un sottobicchiere. L’ispettore si mise seduto, fece un sorso, e si accese una sigaretta.

 

– Corri veloce, sai? -, disse Parisi con la sigaretta in bocca.

– Si… -, sussurrò il ragazzo, la sua voce tremava.

– Che cazzo hai detto? Non ho sentito, alza la voce! –

– Si. -, rispose il ragazzo in fretta.

– Ah ok, adesso ho sentito. E togliti della testa quel cazzo di cappuccio per piacere! -, Parisi alzò il tono della voce, il ragazzo eseguì.

– Oh! Così finalmente vedo bene la tua faccia! -, Parisi fece l’ultimo tiro e poi spense la sigaretta.

– Sai, difficilmente dimentico un volto. A volte mi dimentico di stare sulla faccia della terra, può capitare, ma un volto… no, quello non lo dimentico. Ne ho visti tanti seduti lì dove sei tu ora, non saprei nemmeno dirti quanti, non lo ricordo, ma il loro viso… ricordo ogni fottuta faccia di cazzo che si è seduta lì, di fronte a me. -, Parisi accese una sigaretta e la porse al ragazzo, – vuoi? -.

– Sì, grazie… -, la voce era sempre rotta dalla paura, il ragazzo prese la sigaretta e fece un tirò, tossì forte come fa chi non fuma.

– Non sei un fumatore vedo, fai bene, questa merda uccide. -, Parisi lo disse indicando la sigaretta che si era appena acceso per lui.

 

Dietro la vetrata c’era silenzio, l’agente Morini lo interruppe dicendo, – L’ispettore Parisi è un mago degli interrogatori, non è il primo a cui assisto. Non so come faccia, ma li fa sempre cantare a quei bastardi che si trova davanti. Di solito quando finisce se ne esce dalla stanza con una confessione firmata, mentre dentro il colpevole piange come una fontana, con le mutande sporche. –

 

– Allora Pietro… ti chiami così giusto? Pietro Berrini. –

– Sì. –

– So che hai ventitre anni e che studi Lettere qui a Milano, ma che in realtà sei di Trento, giusto? –

– Sì. –

– Sul tuo fascicolo ho letto che tuo padre è macellaio e tua madre una maestra d’asilo. Ti risulta? –

– Sì. -, il ragazzo spense la sigaretta, la mano gli tremava.

– Tuo padre ha un negozio di sua proprietà o lavora come dipendente? -, Parisi spense la sigaretta, prese la tazza di caffè e fece un sorso.

– Ha un suo negozio. –

– Ho capito. Beh allora scommetto che ti sarà capitato di aiutarlo ogni tanto, hai una faccia da bravo ragazzo tu, mi sbaglio? -, un altro sorso.

– A volte lo aiuto quando torno a casa. -, la voce del ragazzo era ancora impaurita, ma sembrava calmarsi.

 

L’esperto di scienze comportamentali aveva una faccia dubbiosa, come se qualcosa non gli tornasse. L’agente Morini vedendo questa espressione chiese – C’è qualcosa che non va? -, – È strano. È un ragazzo così giovane, si vede lontano un miglio che ha una paura tremenda in questo momento. Come può essere lui il poeta dell’hinterland? Dal suo viso trapela solo fifa. Non vedo nulla che può essere ricollegato a quella freddezza e precisione che contraddistingue il killer. –

– Dev’essere uno psicopatico del cazzo! Tutte le prove portano a lui. C’è il fatto che fosse presente in due scene del crimine, poi c’è il fatto che è scappato appena ha visto Parisi avvicinarsi. Non può essere un caso! Pensa alla storia del padre macellaio e  del fatto che lui a volte lo aiuti, questo spiegherebbe la confidenza con i coltelli e la precisione delle amputazioni. Per non parlare del fatto che sono andati a controllare il suo appartamento ed era strapieno di libri di poesie… insomma, non può essere tutto una coincidenza! -, fece Morini quasi seccato.

– Hai ragione, tutto porta a lui. Eppure c’è qualcosa che non quadra… –

 

– Vedi allora che sei un bravo ragazzo! -, Parisi diede una pacca sulla spalla del ragazzo che, vedendo l’ispettore avvicinarsi, portò le braccia davanti al viso, impaurito.

– Calmati Pietro. -, fece Parisi sorridendo, – allora parliamo di cose serie… -, l’ispettore cambiò espressione, – cosa ci facevi sulla scena del crimine stasera? –

– Io… io stavo guardando… –

– Cosa guardavi? Eh?! –

– Io… –

– Guardavi la tua… come vuoi chiamarla? Opera? Progetto? Visione? -, il tono della voce di Parisi si fece più alto, incalzante.

– No! Io… –

– Tu cosa? Brutto figlio di puttana stavolta ti sei fregato con le tue mani! –

– No! Io… –

– Cosa ti avevano fatto quelle povere ragazze?! Ti avevano rifiutato?! Eh?! -, Parisi incominciò ad urlare.

– No! Io non ho fatto nulla! Io… –

– Tutte le prove portano a te stronzo di merda! Tutte! Ti ho preso finalmente bastardo del cazzo! –

 

Prima che potesse avere una qualsiasi risposta Parisi prese la tazza che aveva davanti e la spaccò in faccia al ragazzo che cadde dalla sedia. L’ispettore si alzò, fece il giro del tavolo e diede una calcio in faccia al ragazzo con il tacco della scarpa. Il pavimento della stanza si riempì di sangue in pochi secondi, il ragazzo perdeva fiotti di sangue dalla bocca e dal naso. Parisi si piegò su di lui, lo alzò per il bavero della felpa con la mano sinistra, ed incominciò a colpirgli il viso con il pugno destro, forte. Gli agenti che erano dietro la vetrata oscurata corsero nella stanza, lo fermarono a fatica prendendolo da dietro. Parisi cadde per terra, si rialzò come una furia cieca e provò a buttarsi di nuovo sul corpo del ragazzo che aveva perso i sensi. I due poliziotti lo fermarono, l’agente speciale gli diede un montante allo stomaco e, mentre Morini chiamava aiuto con la radio che aveva agganciata sul petto, lo prese di peso e lo portò fuori dalla stanza. Parisi venne spinto contro il muro e cadde seduto per terra.

 

– La tua carriera è finita Parisi! Hai mandato tutto a puttane! Anche se avevamo qualcosa su di lui adesso che l’hai pestato a sangue col cazzo che basta una sua confessione! Sei un fottuto psicopatico! Vattene! -.

 

Parisi sputò saliva e sangue, si asciugò la bocca sporca con la manica e si rialzò mantenendosi la pancia.

 

– Fottiti. -, disse a bassa voce, poi se ne andò.

 

Appena uscito dalla centrale, l’ispettore prese il telefono e fece il numero del dottor Manci. Lo stomaco gli faceva un male atroce. Parisi era piegato in due dal dolore, era come se gli avessero sparato in pancia, tossì forte e sputò di nuovo sangue a terra. Arrivò a fatica alla macchina, entrò e si accese una sigaretta. Il telefono squillava senza risposta, Parisi lasciò un messaggio in segreteria.

 

– Sto venendo da lei dottor Manci, ho bisogno di parlarle. Forse l’abbiamo preso. Ho bisogno che lei confronti la scrittura del biglietto che le ho dato con la firma che quel figlio di puttana ha fatto sui documenti per il fermo. –

 

La porta dello studio era socchiusa, filtrava della luce dall’interno. Parisi mise mano alla fondina che era allacciata alla cintura, dietro sulla sinistra, sfilò la beretta. Aprì la porta in silenzio, entrò ed impugnò a due mani la pistola. Manci era seduto sulla sua poltrona, la lampada accanto a lui era accesa, gli occhiali erano piegati nel taschino della sua giacca, la testa abbassata come se si fosse addormentato. Il viso era per metà completamente ricoperto di sangue, si era sparato in testa.

 

Parisi rimise la beretta nella fondina e si avvicinò, si accese una sigaretta. Notò che la mano sinistra era serrata, come se stringesse forte qualcosa.

 

C’era una chiave.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *